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30 aprile 2017

Essere povero ti cambia il cervello

Come lo stress causato da problemi economici fa prendere decisioni sbagliate, dice uno studio realizzato dall'università di Harward

redazione

Solo i più fortunati – a seconda dei casi, i razionali o i freddi – possono dire di aver provato raramente questa sensazione. Si tratta di quella specie di incapacità a risolvere problemi, raggiungere obiettivi o portare a termine compiti quando c’è qualcosa che ti preoccupa. Si pensa spesso che sia un luogo comune; in realtà si tratta di un meccanismo codificato dalla scienza: le sensazioni di paura e di stress generate dal sistema limbico – cioè da quella parte situata al centro del nostro cervello che governa, tra le altre, la funzione psichica dell’emotività – vengono trasmesse alla nostra corteccia prefrontale.

Quest’ultima è la regione cerebrale situata in corrispondenza della fronte che presiede alla pianificazione dei comportamenti cognitivi, alla capacità di prendere decisioni ed eseguirle e, secondo molti studiosi, anche all’espressione della personalità. Dove la scienza non si era ancora spinta finora è sostenere un collegamento diretto tra questi meccanismi neuronali e alcune contingenze esterne della vita, come le condizioni economiche in cui ci si trova: è precisamente quello che ha fatto una recente ricerca, commissionata da Economic Mobility Pathways, una non profit di Boston che dal 2006 lavora nella promozione di strumenti sociali contro la povertà.

Lo studio, realizzato insieme all’università di Harvard, dopo aver analizzato il cervello tanto di adulti quanto di bambini che vivono in condizioni di povertà, arriva alla seguente conclusione: nella vita di chi è povero la paura di non arrivare a fine mese, lo stress – acutizzato anche dal dover combattere contro i pregiudizi della società nei confronti di chi è più povero – sono costanti, e rendono cronica la trasmissione di quelle sensazioni alla corteccia prefrontale.

Il risultato, ci dice lo studio, è che questo meccanismo passa dall’essere un evento occasionale che inibisce temporaneamente alcune facoltà intellettive al diventare una routine che trasforma il cervello dei soggetti interessati. Ed è a partire da questo meccanismo che chi è povero tende anche a rimanere aggrovigliato in un circolo vizioso, in cui queste sensazioni negative conducono a decisioni sbagliate, e le decisioni sbagliate portano a nuovi problemi, che aggravano le sensazioni negative rinforzando l’idea che non sia possibile migliorare la propria condizione di vita.

Una buona notizia, però, c’è. L’ha spiegata all’Atlantic Al Race, condirettore del Centro di sviluppo del bambino dell’Università di Harvard: «È vero che gli stress e i rischi costanti cui la povertà espone cambiano il cervello delle persone. Ma è vero anche che le sezioni cerebrali interessate dal fenomeno preso in esame si caratterizzano per essere particolarmente “plastiche”, cioè possono essere rafforzate e risviluppate in modo positivo anche nell’età adulta».

Il segreto per rompere il meccanismo, ha detto Elisabeth Babcock, presidente e direttrice dell’EMPath, è «aiutare queste persone a portare a termine anche un solo obiettivo che non credevano di poter raggiungere»: gli stessi autori della ricerca infatti spiegano che questo circolo vizioso va immaginato metaforicamente come un ponte «in cui basta far venire giù un pilastro per fare cadere l’intera struttura». Più o meno la tecnica di “terapia” utilizzata proprio dall’EMPath con Intergen, un progetto di mobilità sociale rivolto a singoli adulti, singoli minori oppure a nuclei familiari di genitori e figli, per aiutarli a migliorare il proprio status.

[Foto in apertura di Science Photo Library / Contrasto]

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