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28 aprile 2017

Quelli che fanno la guerra per salire nei sondaggi

Le offensive di Trump in Siria e in Afghanistan. Ma anche l’invasione della Crimea da parte di Putin e il pugno duro di Erdogan dopo il tentato colpo di Stato...

Cecilia Attanasio Ghezzi

Il neopresidente Usa Donald Trump che autorizza l’attacco missilistico sulla Siria e poi sgancia «la madre di tutte le bombe» sull’Afghanistan. E, andando a ritroso: il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte che permette la sepoltura nel cimitero degli eroi di Manila del dittatore Marcos (sotto il quale almeno tremila persone furono uccise e trentamila torturate); il primo ministro indiano Narenda Modi che annuncia dall’oggi al domani il ritiro dell’86 per cento del contante in circolazione; il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che reagisce al tentato colpo di stato con una repressione a tutto campo; e infine il presidente russo Vladimir Putin che annette la Crimea.

Si tratta di decisioni che segneranno la storia di diverse parti del mondo e che, seppure a una lettura distratta non sembrano aver niente a che fare le une con le altre, hanno in comune la tipologia del mandante e l’effetto ottenuto. Chi comanda, in ognuna di queste situazioni, è un uomo che è stato sì democraticamente eletto, ma che gestisce il potere senza tollerare polemiche o dissenso.

Decide impulsivamente, senza soppesare i pro e i contro delle proprie azioni. Come se battesse il proprio pugno sul tavolo con rabbia, ignorando volutamente il rischio che potrebbe comportare mandare all’aria tutto ciò che ci sta sopra. Il minimo comun denominatore, però, è soprattutto un altro: l’effetto boomerang sui sondaggi di gradimento in patria.

Trump con i missili sulla Siria comincia a risalire la china che lo aveva fatto scendere al 39% dei consensi per accelerare l’ascesa neanche una settimana dopo con la bomba sull’Afghanistan (+42,4%). Modi rimane stabile intorno a un incredibile 82 per cento. Duterte sale di un punto percentuale e, nonostante i 30 morti al giorno causati dalla “guerra alla droga” che ha caratterizzato i primi sei mesi del suo governo, arriva al 77 per cento. Erdogan sale al 67,6 per cento dall’appena 46,9 del mese precedente. Putin dal 69 all’80. Possibile?

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[Foto in apertura di Jonathan Ernst / Reuters / Contrasto]

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