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26 aprile 2017

Non è un Paese per serie tv comiche

I grandi stand-up comedian americani puntano sulle serie tv. Una tendenza che, a parte alcuni episodi isolati, non ha toccato la fiction italiana e i nostri comici. Ecco perché

Sebastiano Pucciarelli

Nel panorama anglosassone molti grandi della Stand-Up, da Louis C.K. e Ricky Gervais in giù, prima o poi fanno il salto alla serie comica di finzione, tant’è che anche le piattaforme come Netflix ci puntano massicciamente. Ma quanta commedia satirica c’è nell’ondata di serie tv che da anni governa la cultura pop e le nostre conversazioni? Molta nel mondo anglosassone, pochissima in Italia.

Se nel 2006 si producevano 192 serie solo negli Stati Uniti, nel 2016 i titoli sono più che raddoppiati, superando il numero record di 450 e senz’altro le possibilità fisiche di qualsiasi dieta mediatica. Qual è la percentuale di comicità in questa overdose televisiva? In un calcolo a spanne, si sfiora il centinaio di titoli, quasi un quarto del totale: i network generalisti, le reti pay e i nuovi servizi online investono pesantemente in serie comico-satiriche. Tutto ciò in un panorama tv in cui già l’intera seconda serata è appaltata all’umorismo dei late show.

E da noi? I dati parlano chiaro: tra le decine di fiction prodotte in Italia nel 2016, abbiamo ritrovato solo 3 serie comico-satiriche a tutti gli effetti, Dov’è Mario di Corrado Guzzanti su Sky, La mafia uccide solo d’estate dall’omonimo film di Pif su Rai 1 e anche Untraditional di Fabio Volo sul canale Nove. Insomma, la nostra narrativa televisiva vive una stagione di rinnovamento che la avvicina agli standard internazionali su molti fronti, ma non sulla comicità.

A dieci anni esatti dal debutto di Boris, che sfotteva proprio le serie all’italiana, la fiction nostrana continua a usare l’umorismo come alleggerimento del dramma giallo-familiar-romantico, piuttosto che puntare sulla commedia satirica tout court. Cosicché anche gli esperimenti comici più originali degli scorsi anni come Tutti pazzi per amore, Mario di Maccio Capatonda, I soliti idioti e Camera Café rimangono episodi isolati.

Le possibili cause? Intanto gli ascolti sono ancora dominati dagli show satirici in studio, programmi quotidiani o settimanali che possono intervenire a caldo sull’attualità: Striscia la notizia e Quelli che il calcio, i “figli di ZeligMade in Sud e Colorado; ma anche Crozza e Zoro, Montanini e Raimondo. La serialità richiede tempi produttivi lunghi, mentre il pubblico e le reti nostrane prediligono l’umorismo cotto-e-mangiato.

Ma forse c’è anche un’altra spiegazione: da noi i migliori satiri televisivi puntano al cinema e non tornano indietro. Fu così per Troisi, è lo stesso per Zalone. Colpa di un residuo snobismo verso il piccolo schermo? Di uno scenario televisivo troppo condizionato dalle ingerenze politiche e dalla dittatura degli ascolti?

Non è un caso se, nonostante un iniziale entusiasmo, fatichino ad affermarsi nella tv lineare anche i migliori ensemble comici del web, quei The Jackal, Il Terzo Segreto Di Satira, La Buoncostume, The Pills che esercitano una satira dal gusto internazionale in cortometraggi di finzione. E allora meglio continuare a consumare le loro pillole su schermi più piccoli e adeguati ai formati brevi. Il nostro non è (ancora) una Paese per serie tv comiche.

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