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24 aprile 2017

“Bruciare tutto” di Walter Siti, teologia di un prete pedofilo

Ha creato scalpore e moralismi. Ma "Bruciare tutto" di Walter Siti, che tratta argomenti scabrosi, non dà risposte. Pone domande. Come sa fare la vera letteratura

Michela Murgia

► Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 21 aprile e in edizione digitale

Nel Paese in cui tutti gli scrittori sono amici e tutti i libri sono capolavori succede che Bruciare tutto di Walter Siti diventi il libro del momento grazie a una stroncatura. La lettura non proprio centrata che Michela Marzano ne ha dato su Repubblica ha avuto infatti il merito di accendergli un dibattito intorno, sottraendolo al probabile destino di oscuro gioiello per pochi a cui era destinato. Equivocare il libro era peraltro possibile, perché Bruciare tutto ha una manciata di ingredienti forti che in mano a qualcuno diverso da Siti avrebbero facilmente dato vita a un noir pruriginoso.

C’è don Leo, prete retto dal passato scorretto, c’è una parrocchia di anime sconfitte – «noi raccogliamo chi ha paura della rivoluzione» – e infine c’è Andrea, bambino predestinato a essere la ferita in un mondo di adulti che sanno comportarsi solo come armi. Da questi colori forti però Siti sa trarre tante di quelle sfumature che chi afferma che Bruciare tutto parla di un prete pedofilo rischia di fare la stessa figura di Woody Allen in Saperla lunga quando dice che Guerra e pace parla di Russia.

Il punto è che Walter Siti nella nota in coda al libro potrà anche far finta di no – «intervengo qui adesso per lamentare che Dio non mi abbia concesso il dono della fede» – ma Bruciare tutto è fondamentalmente un libro teologico. Lo è nella materia – l’abisso tra bene fatto e il male pensato – lo è nella forma a parabola concentrica e lo è soprattutto nell’intenzione, perché la tesi morale resta palese anche dietro la complessità studiatissima del linguaggio del romanzo.

Don Leo verso il piccolo Andrea è divorato da un desiderio che non diventa mai gesto, a costo di escludere anche la relazione elementare di cui il bambino, pur con le sue parole equivoche, dichiara il viscerale bisogno. Il calco biblico di cui Siti si serve per spiegare il paradosso vissuto dal suo protagonista prete è l’episodio di Abramo chiamato da Dio a sacrificare Isacco: quanto male si può fare a un figlio in nome del bene rappresentato dalla fede?

E si può ancora parlare di bene quando per realizzare l’obbedienza a Dio bisogna passare per la spietatezza verso l’uomo, verso il bambino? Siti insinua una verità paradossale che nessun teologo smentirebbe: mentre il peccato è anche la felix culpa teorizzata da San Tommaso, perché costringe l’uomo a volgersi a Dio invocando la sua misericordia, la tentazione è invece lo spazio in cui l’uomo pasteggia con i suoi demoni.

Nel resisterle a oltranza c’è l’arroganza presuntuosa del salvarsi da soli: se davanti al richiamo del peccato Dio non ti serve, il tuo inferno è già in quell’essere l’unica misura di te stesso. Il cattolicesimo sconsiglia l’eccesso di contenzione, perché dove i pensieri contano come le parole e le omissioni come le opere, alla fine nessuno è innocente: se puoi pensarlo lo hai già fatto. Siamo dunque assassini se desideriamo la morte di qualcuno e non lo uccidiamo? E don Leo è un pedofilo se desidera far sesso con un bambino e non lo fa?

La letteratura non è tale perché risponde a queste domande, ma perché resta lo spazio dove possono ancora essere poste e nel porle rivela l’ipocrisia di tutte le risposte inadeguate, che sempre prendono la forma del tabù. Non sorprende in questo senso lo scandalo di Marzano e di altri intorno alla frase: «però, seducente questo Aylan col culetto all’insù – qualcuno può postare una foto di quando il papà gli ha tolto i calzoncini?». Se Siti avesse voluto neutralizzare l’impatto di una storia come questa gli sarebbe bastato farla slittare indietro di qualche decina d’anni e l’avremmo letta fuori dalla condanna implicita dell’hic et nunc.

Invece nella scelta dell’icona contemporanea del bambino siriano morto c’è una verità inchiodante: la foto di Aylan è pornografica in sé, perché della pornografia ha la natura: produce la sensazione senza la relazione. Quella foto ha offerto al senso di colpa collettivo la forma autoconclusiva tipica del porno: ha generato l’illusione che dispiacersi per quel corpicino bidimensionale equivalesse a occuparsi del suo dramma. Il pianto collettivo su Aylan è dunque desiderio – che è uno dei nomi dell’assenza – ma anche abuso, perché compiuto fuori da ogni possibile reciprocità.

In quella foto c’è infatti un corpo, non la persona, e c’è un nome, ma non il volto, perché “Aylan” non è più il suo nome. Nel momento in cui è diventato il nickname di tutti i bambini morti in mare, “Aylan” ha iniziato ad agire sullo stesso piano simbolico in cui si muovono le “Caprice”, le “Venus” e le “Malena” del porno: se “Aylan” sono tutti, Aylan non è più nessuno, perché la mimesi dell’intimità rende estraneo chiunque e dell’estraneo puoi fare qualunque uso, persino piangerlo, persino desiderarlo.

Così Andrea, in coda al romanzo, non è più il nome del bambino, ma solo quello che don Leo sa dare al suo demone, e a quel punto anche sorridergli è un abuso. Siti con maestria sovrappone ognuno di questi veli e poi li strappa insieme, esponendo nudità che sono di tutti. La notizia è che c’è una letteratura che ancora sa fare questo, sempre sia lodata.

[Foto in apertura di Maurizio Cogliandro / Contrasto]

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