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23 aprile 2017

Uomini cyborg con un microchip in corpo

In Svezia un’azienda permette ai lavoratori di farsi impiantare un processore che elimina il bisogno di carte e password. Per chi ha accettato la vita in ufficio è più facile

Paolo Bottazzini

Philip Dick si chiedeva se gli androidi sognano pecore elettriche: ma un interrogativo del genere può sorgere solo quando si immagina che l’identità di un robot sia una questione binaria, che prevede come risposta solo un sì o un no. Sono quasi passati cinquant’anni dall’uscita de Il cacciatore di androidi (il libro che ispirò Blade Runner), e una parte di quel futuro sta diventando presente – ma la realtà è più sfumata di quanto si potesse immaginare.

Essere androidi oggi è questione di gradi, non di contrasti tra poli in opposizione reciproca. Lo prova la sperimentazione condotta in Svezia dalla società Epicenter, un’impresa che sostiene la fondazione e lo sviluppo delle startup in uno degli hub tecnologici più importanti di Stoccolma.

L’azienda ha offerto ai suoi duemila dipendenti la possibilità di farsi impiantare tra pollice e indice (attraverso una semplice iniezione) un microchip grande quanto un chicco di riso. Si tratta di un chip RfiD (radio frequency identification) in vetro biocompatibile – in tutto e per tutto simile a quelli che vengono impiantati sui cani – che contiene tutti i dati identificativi del lavoratore e che comunica con i dispositivi elettronici dell’azienda abilitati a leggerlo.

Basta un microchip per trasformare un essere umano in un cyborg, o comunque in un simbionte in grado di stabilire un nuovo livello di comunicazione con le macchine. Un’empatia che lo strato biologico del nostro modo tradizionale di abitare il mondo non sarebbe in grado di stabilire con l’ambiente di lavoro, con gli esseri tra cui trascorriamo gran parte della nostra esistenza: le porte, le stampanti, i computer, i cellulari dell’ufficio…

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[Foto in apertura di Getty Images]

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