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22 aprile 2017

Il comico che deride non fa più ridere

Da sempre i giullari sbeffeggiano il potere. Oggi tutto passa per i difetti fisici e i nomi storpiati. Ma una nuova generazione di comici guarda oltre

Cruciani - Filoni

► Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 21 aprile e in edizione digitale

«Il comico che fa pubblicità smette automaticamente di fare il comico e diventa un succhiacazzi di Satana». Per quanto caustica, l’affermazione dell’americano Bill Hicks fotografa bene un fenomeno tutto italiano. Non a caso l’ha ripresa qualche mese fa Giorgio Montanini, tra i più importanti e agguerriti rappresentanti della nouvelle vague italiana della satira contro la «deriva crozziana».

C’è infatti una sorta di rivoluzione in atto nel mondo dei comici nostrani. Da un lato la vecchia guardia, dall’altro una nuova generazione che trae linfa dalla Stand-Up Comedy anglosassone. La prima parla (o meglio, vorrebbe parlare) di politica, la seconda parla di se stessa e quindi di tutti noi.

I rappresentanti della prima deridono i politici, ne risaltano i tic, interpretano il loro lato comico (spesso tragicomico, al punto che esistono politici che hanno fatto “carriera” grazie ai personaggi che su di loro hanno costruito i comici, vedi alla voce Antonio Razzi). I rappresentanti della seconda affrontano invece i temi più problematici della società, non ergendosi a capopopolo ma ponendosi allo stesso livello del loro pubblico – anzi, facendo della loro stessa esistenza, messa alla berlina, il filtro attraverso cui osservare la società. Fanno ironia su se stessi per fare ironia su tutti noi.

Quando si pensa a una rivoluzione, soprattutto se ancora in atto, è spesso difficile fotografare un suo momento decisivo e germinale. Tuttavia, prendiamo ancora Crozza come esemplificazione. Due punti cruciali del suo iter televisivo illuminano il fenomeno di un’evidenza oggettiva. Il 12 febbraio 2013 il comico genovese sale sul palco dell’Ariston come ospite di punta della prima serata sanremese del festival targato Fabio Fazio: Crozza esordisce con un’imitazione di Silvio Berlusconi; dopo poche battute, il pezzo del comico viene interrotto da fischi e urla ripetuti; si sente distintamente un belluino «basta con la politica»; occhi sbarrati, balbettii, Crozza si rinchiude in uno stupore che è quasi terrore; prova ad abbandonare il palco, ma la performance si conclude grazie all’intervento di Fazio.

A essere indicativa è la reazione: la contestazione è il pane e la benzina di uno Stand Up Comedian; Crozza invece crolla su se stesso. L’altro elemento simbolico della decadenza di un certo tipo di satira ci parla attraverso la pubblicità (e qui torna Bill Hicks): Crozza ora, oltre che in qualità di pervasivo comico politicante, invade lo spazio mediatico pure come testimonial di una nota marca di caffè (interessante il fatto che, prima di lui, il brand in questione abbia utilizzato anche i volti di Gigi Proietti, Tullio Solenghi ed Enrico Brignano).

Il fatto è che la satira è sempre stata derisione del potere (dal giullare di corte fino a Dario Fo), dissacrante e radicale. Ma nella vecchia generazione di Crozza e compagni pare invece annacquata dal politichese e, più che il potere, schernisce i politici (che fanno ridere già da soli). Manca l’afflato dissacrante, intelligente, che salvo rare eccezioni (come quella di Corrado Guzzanti, capace di creare un immaginario sempre fecondo e potente) non riesce più a far pensare.

I vecchi comici si sono fatti seri. La satira è da sempre l’arte di interrogare, come insegnava già Socrate: lui dice di non sapere e quindi pone domande. Nel farlo immagina situazioni inesistenti che mettono in difficoltà il suo interlocutore. Così l’ironia socratica consiste nel dire ciò che non è come se fosse. Quindi un’arma contro il dogmatismo.

Lo humour è l’esatto contrario. È dire ciò che è come se non fosse. Per esempio Jonathan Swift, l’autore dei viaggi di Gulliver, per denunciare la povertà e la sovrappopolazione infantile in Irlanda propone ai ricchi d’Inghilterra di cibarsi di questi bambini. Swift dice ciò che è, la situazione coloniale che in Irlanda ha portato carestia e povertà, attraverso ciò che non è (gli inglesi non hanno mai mangiato bambini irlandesi).

Ora, nessuno dei due processi, l’ironia e lo humour, sono all’opera nelle gesticolazioni verbali dei nostri comici alla Crozza. Non invitano a pensare, come Socrate, e non denunciano i potenti, come Swift. Si limitano a deridere. E tale è la derisione che tutto passa (si pensi a Grillo) per i difetti fisici o le storpiature dei nomi – anche nei giornali e fra i giornalisti, che devono far ridere pure loro. Il comico oggi celebra il Bene e lotta contro il Male. E chi non ride è colpevole.

Tutto il contrario di questo drappello di giovani sediziosi, che prima di tutto ridono di se stessi. E nel farlo provocano una riflessione, una domanda successiva. In questo senso, e solo in questo, la satira è sempre politica. In questo senso, la rivoluzione della Stand-Up Comedy italiana è già iniziata, ha già cominciato a ottenere alcune vittorie che si consumano nei teatri e oggi, a volte, anche in un mezzo spesso conservativo come la televisione. È una rivoluzione della risata che non ha nulla di leggero. Perché ridere, si sa, è una cosa tremendamente seria.

[Foto in apertura di Jan Stromme / Getty Images]

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