Seguici anche su

20 aprile 2017

Negozi aperti nelle feste, chi rimpiange il passato

Le polemiche sulle aperture degli esercizi commerciali pongono un tema reale: il cambiamento della natura del lavoro e dei nostri stili di vita

Gabriella Colarusso

Nel giorno di Pasquetta, mentre in alcuni centri commerciali d’Italia si scioperava (per la verità con poca partecipazione da parte dei lavoratori) contro le aperture h24 e sette giorni su sette, il vice presidente della Camera, Luigi Di Maio, ha dichiarato che i negozi aperti anche la domenica e durante le feste «sfasciano le famiglie» senza portare alcun beneficio all’economia e ai consumatori.

Il Movimento 5 stelle insiste da tempo perché si introducano nuove regole e per questo ha anche presentato una proposta di legge in Parlamento (approvata alla Camera, è ferma al Senato). Anche il governatore della Toscana, Enrico Rossi, scissionista Pd oggi in Articolo 1 – Mdp, è tornato sul tema che propone da tempo: la liberalizzazione del commercio, ha scritto, è uno dei «simboli più evidenti della ripresa dello sfruttamento dei lavoratori».

In effetti, con il decreto Monti del 2011, l’Italia è diventata, dal punto di vista legislativo, lo Stato europeo con meno limiti alle aperture dei negozi. Ma una ricerca del 2016 dell’Osservatorio europeo sulla vita lavorativa, ha mostrato anche come il nostro Paese, insieme all’Austria e alla Germania, sia uno di quelli dove si lavora meno nel week end, soprattutto se si fa il paragone con quello che accade nell’Europa scandinava.

Le polemiche sulle aperture dei negozi, al di là delle strumentalizzazioni e del loro eterno riproporsi, pongono però un tema reale con cui i decisori pubblici e il mondo dell’impresa italiani faticano a misurarsi: il cambiamento della natura del lavoro e dei nostri stili di vita. Poche ore dopo lo sciopero di una parte dei lavoratori di Serravalle contro la multinazionale McArthurGlen, Amazon ha annunciato il lancio anche in Italia di Amazon Pay, l’anti Pay Pal.

Uno dei più grandi negozi digitali del mondo, è anche uno dei principali player globali della logistica, e ora si offre pure come digital wallet: si possono pagare i prodotti utilizzando direttamente i dati del proprio account. Jeff Bezos sta rivoluzionando il mondo del commercio, e mentre i piccoli rivenditori soccombono, i suoi call center funzionano 24 ore su 24, sette giorni su sette. E tutti noi compriamo ogni giorno della settimana, a qualunque ora, così come riempiamo i centri commerciali nel week end di Pasqua e i supermercati aperti di notte.

Dunque è necessario chiudere Amazon, o bloccare Uber con la sua impresa a “zero diritti” o vietare Foodora e Deliveroo, servizi che utilizziamo tutti e per i quali molti di noi lavorano? (A proposito: è stato scritto che i fattorini di alcune aziende leader nel food delivery percepiscono 2,50 euro a consegna, e quelli che hanno protestato hanno visto il proprio account disattivato da un algoritmo, ma in questo caso Di Maio e Rossi non pervenuti).

La soluzione non è certo fare le barricate contro le piattaforme che utilizzano le app per innovare il mondo del commercio o dei trasporti, né opporsi a ogni forma di liberalizzazione. Ma certo è indispensabile una discussione seria su come sta cambiando il lavoro, fatto sempre più di collaborazioni e non di posti fissi e a tempo indeterminato, di professioni che nascono e muoiono, di piattaforme e sempre meno di imprese, di barrire tra tempi di vita e di lavoro che cadono.

Il premier Theresa May, in Inghilterra, ha impostato buona parte del suo primo mandato sulla necessità di regolare la gig economy per estendere i diritti senza soffocare le nuove aziende. A dire il vero non ha combinato granché, e certo l’argomento sarà discusso nel corso della campagna elettorale che sta cominciando. In Italia la politica oscilla tra gli allarmi sulla fine del lavoro e le proteste per il troppo lavoro (due polarità che in alcuni partiti convivono persino) prescindendo spesso dai dati.

Come quello che fotografa il ritardo: negli ultimi dieci anni, il tasso di occupazione dell’Italia è rimasto al palo (e oggi è il più basso d’Europa, migliore solo della Grecia), mentre quello dei Paesi più dinamici del continente è cresciuto. Invece di lanciare campagne ideologiche contro le liberalizzazioni e contro le nuove occupazioni nate dallo sviluppo tecnologico, bisognerebbe concentrarsi su come mettere le imprese in condizioni di creare lavoro. Perché di questo ha bisogno l’Italia.

[Foto in evidenza di Andreas Solaro / Getty Images]

Altri articoli che potrebbero interessarti