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17 aprile 2017

Emilie Wapnick: non sai fare niente? Sei un “multipotenziale”

Non hai talenti? Non coltivi interessi? Non sai cosa fare? La studiosa canadese assicura che pure l’uomo rinascimentale era così... Ma siamo sicuri?

Benedetta Fallucchi

► Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 14 aprile e in edizione digitale

Per lungo tempo quando mi trovavo a riflettere sulla mia formazione l’unica immagine che si proponeva, ineluttabile, era quella di una fetta di gruviera. Magari una bella fetta, a testimoniare una certa ampiezza di interessi, ma pur sempre un pezzo di formaggio con i buchi. Buchi su buchi.

A partire dai lacunosi studi classici fino all’istruzione universitaria – ma lì c’è stato del dolo, perché se uno sceglie una facoltà come Scienze della Comunicazione il minimo che ci si possa aspettare è proprio il non sapere niente di niente, o sapere un po’ di tutto. Il paradosso del gruviera si attagliava perfettamente al mio caso. È quel sillogismo che recita: più formaggio c’è, più buchi sono; più buchi ci sono meno formaggio c’è; ergo più formaggio c’è, meno formaggio c’è.

Finché, qualche anno fa, non è arrivata Emilie Wapnick. Canadese, classe 1984, ha imperniato la sua identità – e la sua carriera – sul concetto di multipotentialite, il “multipotenziale”. Nel suo sito Puttylike, attivo dal 2010, riunisce la comunità dei multipotenziali e dibatte sulle sfide che si pongono ai membri del gruppo: il lavoro, la produttività, le paure, il bisogno di spiegare agli altri cosa si fa.

Sta per uscire (maggio 2017) il suo libro. Il titolo, surrettiziamente progressista ma profondamente egocentrico, recita: How to Be Everything: A Guide for Those Who (Still) Don’t Know What They Want to Be When They Grow Up (HarperOne). L’hanno intervistata e raccontata riviste e testate autorevoli come Forbes,  Financial Times, l’Huffington Post. Si definisce imprenditrice, scrittrice, speaker, carreer coach, violinista, web designer, filmmaker e, va da sé, multipotentiale.

Ma a questo punto varrà la pena domandarsi: cosa (o meglio chi) diavolo è  un multipotentialite? Lasciamolo spiegare a lei, con le parole tratte dalla sua Ted Talk del 2015: «Un multipotenziale è una persona con molti interessi e occupazioni creative». È una persona che posta di fronte alla domanda: Cosa vuoi fare da grande?, ha sempre provato disagio. È una persona che si appassiona per un periodo a una determinata attività, illudendosi per un momento di aver trovato la propria vocazione, fin quando la parabola si consuma e la noia sopraggiunge.

Wapnick racconta che questo andamento nei suoi interessi le ha sempre creato ansia. Per due ragioni: uno perché pensava che a un certo punto avrebbe dovuto necessariamente rassegnarsi a un’unica opzione, e dunque alla noia. E due perché in modo sotterraneo le insinuava il dubbio che ci fosse qualcosa di sbagliato in lei, l’incapacità di impegnarsi, una natura effimera e così via.

In realtà –  ancora la Wapnick – è la nostra cultura, le aspettative implicite nel nostro ambiente, a giudicare negativamente colui che non ha una chiara vocazione, come se nel mondo fossimo tutti chiamati a una e una sola missione, e quella e nient’altro dovesse dare senso alla nostra vita.  Grazie, Wapnick. Per essermi venuta in soccorso spiegandomi che quel sillogismo del gruviera è fasullo, che c’è sempre più formaggio. E soprattutto dicendomi: guardiamoli meglio quei buchi. Siamo proprio sicuri che siano delle mancanze? Non sarà il mondo esterno a semplificare nel definirli così?

È confortante ascoltare qualcuno che dà voce alle proprie inquietudini. Tanto più se quel qualcuno ha anche avuto successo e riscontri proprio grazie alla sua natura multipotenziale. E il bello deve ancora venire. Perché non c’è solo il conforto, c’è persino l’autoesaltazione. Quando Wapnick per spiegare il concetto di multipotenziale ricorre ad altri termini e cita come sinonimi “eclettico” e “uomo rinascimentale”, in me dove pure, nonostante le carenze della succitata educazione classica, qualche eco di quel mondo deve essere rimasta, non può che nascere un egocentrico moto di orgoglio.

Però, fermiamoci un attimo: tutta questa necessità di parafrasi, questo ricorso ad altre parole per spiegare il concetto di multipotentiale mi fa sorgere un sospetto. Qualcosa di fumoso deve esserci se l’idea risulta a tratti inafferrabile. Odora fin troppo di definizione posticcia (e credo di averne esperienza, dopo quegli ormai lontani cinque vaporosi anni  di università). Sa fin troppo di americanata (e poi che ne sa Emilie Wapnick di Rinascimento e uomo rinascimentale? Ma per favore).

Oppure no, non è così, sto ricadendo nel pregiudizio sullo specialismo come unica via per la rettitudine, sul duro lavoro come disciplina cui sottomettersi, sullo spirito nipponico di applicarsi a un’attività, quale che essa sia, fino allo sfinimento (tuo o del prossimo). Non ci hanno insegnato che i successi si ottengono solo con il sudore? Ed è persino una cosa democratica: non conta il talento, ma l’impegno, l’abnegazione…

Invece poi arriva questa trentenne canadese a far rientrare in qualche misura il talento dalla finestra. A dirci che non dobbiamo farci cambiare dal mondo, ma dobbiamo cambiare noi il mondo. Perché, sostiene, la società di oggi ha sempre più bisogno di persone come noi, curiose, flessibili, creative (superficiali?). Dice ancora Wapnick, questi i tre super poteri dei multipotenziali (scusate la cacofonia iperbolica): sintesi di idee, rapido apprendimento, adattabilità.

Ah, ah. Non saranno caratteristiche riscontrabili in molte persone di media intelligenza? E poi che significa: gli specialisti ne sono per forza privi? Dobbiamo crederle? In fin dei conti, crederci, per quelli che come la sottoscritta non hanno mai avuto un’unica vocazione, può produrre solo benefici e nessun danno – a patto di non cominciare a pensare che i buchi della groviera siano meglio del formaggio stesso.

[Foto in apertura di Frontdoor Images / Getty Images]

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