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8 aprile 2017

Affidare Proust all’algoritmo (che non sa tradurre)

La resa dei romanzi su Google Translate è maccheronica. Ebbene sì, il fattore umano resta ancora insostituibile. Almeno fino a oggi...

Marco Filoni

Tradurre è come fare l’amore. Ha un lato meccanico (noioso) e uno poetico (erotico e seducente). Detto volgarmente, è la stessa differenza che c’è fra lo “scopare” e “fare l’amore” propriamente detto. Ora, le macchine sanno scopare, ma non fare l’amore. I software e gli algoritmi dei traduttori automatici possono restituire il lato meccanico, tecnico, ma non riescono (almeno per ora) a rendere quello “amoroso”.

La lingua, qualsiasi lingua, è carica di ambiguità, contesti culturali, minuzie di senso e anche sfumature equivoche che un traduttore umano cercherà di trasportare da una lingua all’altra (come nel caso della lingua dei romanzi o delle poesie). I traduttori automatici, come quello di Google, esistono ormai da una decina d’anni. E, per quanto gli sviluppatori della Silicon Valley si siano sforzati, dalla loro comparsa a oggi non hanno fatto progressi risolutivi (al punto che per le traduzioni maccheroniche si usa dire “tradotto con Google Translate”).

Basterà una decina di minuti sullo strumento di Google per farsi qualche risata. Prendiamo Proust. Che succede se mettiamo il francese della Recherche in mano a Google? L’aulico «je voulais poser le volume que je croyais avoir encore dans les mains et souffler ma lumière» diventa un impenetrabile: «Volevo chiedere il volume che ho immaginato, era ancora nelle mani e soffiare la mia luce».

Andiamo avanti: «Je n’avais pas cessé en dormant de faire des réflexions sur ce que je venais de lire, mais ces réflexions avaient pris un tour un peu particulier», si trasforma così: «Non avevo smesso durante il sonno a riflessioni su quello che avevo letto, ma questi pensieri avevo preso una piega piuttosto singolare».

Piuttosto distante rispetto alla reda di Natalia Ginzburg (Einaudi): «Volevo posare il libro, sembrandomi averlo ancora fra le mani, e soffiare sul lume; dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevan preso una forma un po’ speciale…».

Che dire poi dell’incipit di Pasto nudo di William Burroughs, là dove «I can feel the heat closing in, feel them out their making their moves, setting up their devil doll stool pigeons, crooning over my spoon and dropper I throw away at Washington Square Station, vault a turnstile and two lights down the iron stairs, catch an uptown A train…» diventa «Posso sentire il calore in chiusura, li sento il loro fare le loro mosse, la formazione dei loro piccioni feci bambola del diavolo, canticchiando il mio cucchiaio e contagocce butto via alla stazione di Washington Square, volta un tornello e due luci giù per le scale di ferro, cattura un uptown un treno…».

Invece nella traduzione (umana: di Franca Cavagnoli per Adelphi) è: «Sento sul collo il fiato caldo della Legge, li sento che fanno le loro mosse, piazzano pupe diaboliche come informatori e canticchiano davanti al cucchiaino e al contagocce che butto sia alla fermata di Washington Square, salto un cancelletto girevole, scendo a precipizio due rampe di scale di ferro, prendo la metropolitana in direzione uptown».

Insomma, si potrebbe continuare a lungo. Google Translate e strumenti simili, al di là di qualche traduzione tecnica e davvero basilare, fanno sorridere (si pensi al “delirante contratto” di Emily Dickinson che diventa charter in delirio, che dà il titolo a un esilarante volumetto dell’editore Elliot nel quale i versi della poetessa esplodono nell’assurda lingua di Google Translate).

Però le risate potrebbero finire. Già, perché la notizia di qualche mese fa è l’introduzione di Google Neural Machine Translation (vedi box in alto), ovvero un sistema di traduzione basato sull’Intelligenza Artificiale. Che, a quanto pare, dà risultati ben diversi da quelli ottenuti finora. Non sappiamo quanto davvero questo strumento sarà in grado di sostituire la “componente umana” della traduzione. E quanto sarà in grado di “fare l’amore”.

In attesa di scoprirlo, per il momento la traduzione letteraria la lasciamo ai professionisti. Oppure a quella categoria che racconta Milan Kundera: alla fine degli anni Sessanta il suo Lo scherzo iniziò a esser tradotto in varie lingue occidentali. E un giorno lo scrittore incontrò uno di questi suoi traduttori e ben presto si rese conto che non conosceva una parola di ceco.

O meglio, lo conosceva, ma poco. «Ma come ha fatto a tradurmi?» gli chiese. E lui, tirando fuori una sua foto dal portafoglio, gli rispose: «Col cuore». Kundera trovò la cosa talmente graziosa (e il traduttore così simpatico) che pensò che si potesse tradurre anche grazie a «una telepatia del cuore».

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