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8 aprile 2017

Se l’Europa riesce a tassare Google

Ogni anno i giganti del web americani eludono 70 miliardi di imposte. I sistemi per fargliele pagare esistono, ma manca l’accordo tra gli Stati

Domenico Lusi

Gli ormoni, si sa, giocano brutti scherzi. Soprattutto se riguardano l’uomo più potente del mondo. Tutto ha inizio da una vecchia disputa sull’export di carne statunitense trattata con gli estrogeni. Il presidente americano non ha gradito che i Paesi europei non vogliano ingurgitarla. Quindi: prima ha minacciato sanzioni (con dazi fino al 100%) su una novantina di prodotti – dalla Vespa della Piaggio ai formaggi francesi, fino alle acque minerali Perrier e San Pellegrino. Poi ha firmato due ordini esecutivi che prendono di mira i Paesi che esportano negli Stati Uniti più di quanto importano e rafforzano le leggi anti-dumping  verso le aziende straniere (ovvero sanzioni verso quegli Stati che fanno concorrenza sleale mantenendo artificialmente prezzi bassi).

«Siamo in una guerra commerciale!», ha dichiarato senza mezzi termini Donald Trump. L’offensiva protezionista del presidente è stata accolta con freddezza sia in patria – dove gran parte della business community si è schierata contro – sia a Bruxelles. Un’eventuale guerra dei dazi sarebbe controproducente per tutti. Ma se davvero Trump dovesse mettere in pratica le misure ventilate, cosa potrebbe fare l’Europa?

Escludendo a priori la strada delle ritorsioni europee (rischiosa dal punto di vista delle conseguenze economiche), c’è un dossier ancora aperto e finora mai affrontato seriamente che Bruxelles potrebbe approfondire infastidendo non poco gli Stati Uniti. Si tratta della tassazione delle grandi multinazionali americane che operano sul web, a partire da Google e Facebook, per gli affari realizzati nel vecchio continente.

 

Il buco nero dell’elusione

Secondo uno studio Ocse del 2015 le imposte evitate ogni anno a livello globale da queste corporation – attraverso i meccanismi legali dell’elusione fiscale – oscillano tra i 100 e i 240 miliardi di dollari, ovvero tra il 4 e il 10% del gettito complessivo delle tasse sulle imprese. La quota imputabile al solo mercato europeo, ha dichiarato il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, è di circa 70 miliardi di euro l’anno. Di quella somma, circa un decimo riguarda l’Italia.

Come fermare questa emorragia di denaro che, da un lato viene sottratto al gettito fiscale degli Stati (ripercuotendosi sulla spesa pubblica in welfare, servizi, infrastrutture) e, dall’altro, distorce la concorrenza a favore delle stesse multinazionali? La questione della web tax sarà uno dei temi al centro del prossimo G7 che si terrà a Bari a maggio, almeno stando a quanto ha annunciato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

Finora gli Stati non sono riusciti a raggiungere un’intesa a livello internazionale – né a Bruxelles, né tra i paesi Ocse. «In Europa», spiega Francesca Gastaldi, professore di Finanza pubblica all’università La Sapienza di Roma ed esperta di sistemi di tassazione diretta dell’economia digitale di cui ha scritto nel volume La finanza pubblica italiana (Il Mulino, 2016), «si fa fatica a arrivare a un accordo perché gli interessi sono molto diversi e questo rallenta il processo verso una decisione che richiede l’unanimità. Paesi come Francia, Germania, Italia hanno welfare molto importanti e hanno bisogno di tale maggiore gettito per finanziarli, mentre Paesi più piccoli come il Lussemburgo, l’Olanda, l’Irlanda hanno esigenze molto meno forti e hanno interesse a trarre vantaggio da una concorrenza fiscale aggressiva finalizzata ad attirare sul loro territorio gli investimenti delle multinazionali».

 

Le rose e le spine degli americani

Sull’altra sponda dell’Atlantico gli americani hanno problemi analoghi: Moody’s stima in circa duemila miliardi di dollari – la metà imputabile alle società tech – lo stock di profitti concentrati dalle multinazionali non finanziarie statunitensi nei paradisi off-shore o in Paesi con fiscalità di vantaggio al fine di sottrarsi al pagamento della corporate tax del 35% sugli utili. L’esempio classico è quello di Apple che disegna i suoi prodotti in California, li produce in Cina, li vende in tutto il mondo, ma domicilia la proprietà intellettuale in Irlanda per pagare meno tasse.

Nonostante ciò – e in attesa di capire dove approderà il progetto di Trump di ridurre la corporate tax al 20% per far rientrare quei capitali – Washington ha sempre difeso gli interessi di queste aziende, rifiutandosi di affrontare il nodo fiscale nei negoziati per il Ttip (il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti) e di aprire un contenzioso con Bruxelles dopo la sanzione di 13 miliardi di euro inflitta dall’Antitrust a Apple per i vantaggi fiscali ottenuti da Dublino.

La ritrosia americana ha diverse ragioni: Washington punta a tassare l’utile consolidato delle sue corporation ovunque si formi nel mondo, i colossi del web americani hanno tutti la sede centrale e di ricerca negli Usa (garantendo al Paese un vantaggio competitivo sul mercato globale) e le medesime aziende – a partire da Google, come documentato da un’inchiesta di The Intercept – hanno strettissimi legami con la Casa Bianca.

Un’iniziativa unilaterale di Bruxelles sulla web tax avrebbe l’effetto di sconvolgere questo quadro mettendo in seria difficoltà tanto l’amministrazione americana che le stesse multinazionali. A renderla difficile non sono tuttavia solo le divergenze tra gli Stati, ma anche difficoltà di tipo tecnico.

 

Un mondo fuori dagli schemi

Nell’economia digitale «tutti i meccanismi di tassazione internazionale, sia diretta che indiretta, che funzionavano con l’economia tradizionale sono saltati: si tratta di ridefinire nuove basi imponibili e nuovi criteri di ripartizioni del gettito tra gli Stati», sottolinea Gastaldi. «Se la Volkswagen si stabilisce in Italia, è molto semplice determinarne il reddito: avrà la sua impresa, i suoi impianti, i suoi lavoratori. Nel caso di Google, Facebook, Amazon e gli altri, la funzione di produzione non richiede la presenza di una stabile organizzazione in Italia (requisito necessario a tassarne i redditi, ndr): come faccio a stabilire che quei beni e servizi sono prodotti in Italia e non sono semplicemente importati? Per farlo è necessario andare oltre il concetto tradizionale di stabile organizzazione».

Nel nostro Paese la proposta di legge Quintarelli ha ipotizzato di introdurre il concetto di «stabile organizzazione “virtuale”», che include anche l’uso di server in territorio italiano se essenziali per l’impresa. I sistemi – in alcuni casi, già messi in pratica a livello di singoli Stati – fin qui individuati per poter tassare Google&co. sono tre. «Il primo», spiega Gastaldi, «consiste nel tassare direttamente i ricavi. È quello che fa dal 2015 il Regno Unito con la Diverted Profits Tax (Dpt) che parte dai ricavi e prevede un’imposta del 25% (più alta di quella ordinaria) sui profitti in due ipotesi specifiche: quando sono realizzati in Gran Bretagna e poi vengono spostati artificiosamente in Paesi con tassazione più favorevole (come l’Irlanda, la Svizzera e il Lussemburgo) oppure quando un soggetto non residente elude la stabile organizzazione nel Paese».

Il problema in questi casi è come ricondurre i ricavi al territorio in cui vengono prodotti. «Prendiamo il caso di Google e Facebook», esemplifica la docente, «i ricavi che producono dalla pubblicità che raccolgono da noi emergono in Irlanda. Se l’Italia volesse riattribuirseli per tassarli dovrebbe fare riferimento a quelli riconducibili agli inserzionisti italiani. Ma a questo punto o tasso il ricavo, snaturando l’idea di imposta sul reddito, o devo ricondurlo a un profitto. Senza contare che spesso tali inserzioni sono fatte estero su estero e possono dare vita a contenziosi tra Stati sulla ripartizione della base imponibile».

C’è poi la proposta francese, la cosiddetta bit tax contenuta nel rapporto Collin et Colin, prosegue Gastaldi, «che si svincola completamente dalla nozione di profitto tradizionale e tassa direttamente il flusso di dati – il modo in cui si crea il valore aggiunto in queste imprese – proveniente da un determinato Paese». L’ultimo modello è quello che entrerà in vigore in Australia da luglio: una ritenuta alla fonte del 10% da parte dell’intermediario finanziario – Paypal  o le banche – tramite cui viene effettuato il pagamento su tutte le transazioni o inserzioni pubblicitarie da operatori esteri.

 

Web tax all’italiana

E l’Italia? La nostra web tax introdotta dalla legge di stabilità del 2014 – vietava alle imprese e professionisti di acquistare servizi pubblicitari online da aziende che non fossero munite di partita Iva italiana – fu abrogata pochi mesi dopo dal governo Renzi perché in contrasto con i principi di libertà economica e di prestazione di servizi. Tra le proposte più recenti c’è il ddl Mucchetti in discussione in Commissione Industria al Senato che prevede per gli intermediari finanziari che ricevano più di 200 pagamenti in sei mesi verso un operatore estero l’obbligo di segnalarlo all’Agenzia delle Entrate, che invita l’azienda a farsi attribuire una partita iva e fissa dei criteri quantitativi – pagamenti per oltre un milione e più di 500 transazioni in sei mesi – per individuare stabili organizzazioni occulte (caso in cui si applicherebbe una ritenuta alla fonte del 26%).

Ma questo tipo di tassazione, come evidenziato da Alberto Zanardi, professore di Scienza delle finanze all’università di Bologna e Consigliere dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, presenta un grosso inconveniente: le aziende potrebbero ricorrere a mezzi di pagamento – come il bitcoin – che non transitano per il circuito degli intermediari finanziari, eludendo ancora una volta il fisco.

 

Come domare i giganti del web

Che fare allora? Come imporre il pagamento di quanto dovuto – a fronte di fatturati miliardari (nel 2016, 82 per Google, 33 per Facebook) – ad aziende-Stato che agiscono come organismi transnazionali, dotati di potenti strumenti di controllo e monitoraggio delle nostre vite, con bilanci superiori a quelli di molti dei Paesi in cui operano, che possono contare su lobby influenti, che molto spesso lavorano a stretto gomito con i governi degli Stati in cui fanno affari, e dalla cui collaborazione dipende la sicurezza di quegli stessi Stati?

«Queste società», riconosce Gastaldi, «hanno un potere economico rilevante. Anche il Regno Unito per introdurre la Diverted Profits Tax e recuperare una piccola parte del gettito fiscale dirottato altrove, è dovuto scendere a patti con le multinazionali. Le discussioni su questi argomenti tengono conto della possibile reazione di queste imprese perché sono oggettivamente in grado di governare in qualche modo i mercati. Si pensi ai casi di Spagna e Germania che hanno provato a introdurre delle imposizioni (le cosiddette Google tax, ndr) e si sono trovate di fronte alla decisione di Google di non effettuare più determinati servizi su quei mercati e a dover abrogare le norme per evitare danni peggiori».

Di fronte a tutto questo, la via maestra resta quella di un accordo internazionale – a livello Ocse o europeo – per individuare una base imponibile e criteri di ripartizione del gettito condivisi. «A quel punto», rileva Gastaldi, «le multinazionali potrebbero fare ben poco, se non cercare di adattarsi al sistema, predisponendo una pianificazione fiscale più o meno spinta, a seconda delle loro capacità. Ma i margini di elusione si restringerebbero».

Una soluzione di questo tipo, con un elevato livello di cooperazione tra Stati, ha ricordato Zanardi in una recente audizione all’Ufficio parlamentare di Bilancio del Senato sul ddl Mucchetti, «potrebbe prevedere che un solo Paese si faccia carico della raccolta del gettito che poi viene ripartito tra le diverse giurisdizioni», come si fa per l’Iva nella Ue.

 

I governi ribelli degli Usa

E se a livello internazionale dovesse prevalere lo stallo attuale? In questo caso l’esempio di un possibile piano di azione per i governi europei intenzionati a tassare i giganti del web viene proprio dagli Stati Uniti. Di fronte all’inerzia del Congresso, che da oltre venti anni si rifiuta di varare una legge che autorizzi gli Stati a tassare le vendite su Amazon ed eBay anche quando effettuate da rivenditori che non hanno la sede nei loro territori, 13 governi hanno iniziato a coordinarsi per imporre questo tipo di tassazione con due obiettivi: indurre il Congresso a sbloccare la legge o, in alternativa, portare la questione alla Corte Suprema.

Trasferito in Europa, un piano d’azione di questo tipo potrebbe aiutare Paesi come Italia, Francia, Spagna e Germania a forzare la mano a quei governi che, forti delle loro fiscalità, hanno rifiutato fino a oggi ogni ipotesi di accordo per arrivare a una tassazione condivisa dei profitti realizzati nel mercato comune dalle multinazionali digitali. Inaugurando una sorta di tassazione del web a due velocità.

 

[Foto in evidenza di Erin Siegal / Redux / Contrasto]

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