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7 aprile 2017

L’economia cinese cresce ma rischia il collasso

La seconda maggiore economia del pianeta, che secondo le previsioni Ocse crescerà del 6,5% quest’anno e del 6,3% nel 2018 deve puntare verso un modello di crescita più “resiliente” e inclusiva

Il modello economico cinese è arrivato a un punto limite? La domanda viene automatica leggendo l’ultimo rapporto sulla Cina redatto dall’Ocse, pubblicato lo scorso 21 marzo. Certo le grandi imprese tech del Paese godono di buona salute, non a caso lo scorso martedì 28 marzo il colosso Tencent ha acquisito il 5% di Tesla (la società di Elon Mask leader nella produzione di auto elettriche) ma la seconda maggiore economia del pianeta, che secondo le previsioni Ocse crescerà del 6,5% quest’anno e del 6,3% nel 2018 – dunque a un ritmo elevato ma comunque in via di rallentamento –, deve puntare verso un modello di crescita più “resiliente” e inclusiva, sottolineano i ricercatori dell’Organizzazione con sede a Parigi: More resilient and inclusive growth è infatti il titolo del rapporto.

A rischio c’è soprattutto la stabilità finanziaria, messa in pericolo dal crescente debito: quello totale ha sfondato da tempo il tetto del 200% del Pil, ma a preoccupare è in particolare quello delle grandi aziende – molte delle quali di proprietà statale – che nel 2016 è arrivato a toccare quota 170% del Pil, il più alto tra le grandi economie del mondo (era meno del 100% nel 2008). L’assenza di veri meccanismi che portino al fallimento di queste aziende nella cui pancia c’è tanto debito è parte del problema, perché consente la loro sopravvivenza, ma è una sopravvivenza non sostenibile, almeno nel lungo periodo, si legge nel rapporto.

L’Ocse scrive che la Cina deve intervenire «urgentemente» su questo fronte, e non è la prima a lanciare un monito: lo scorso anno, ha ricordato il Wall Street Journal, un avvertimento simile era arrivato dal Fondo monetario internazionale, che aveva definito il debito delle grandi aziende cinesi «un serio e crescente problema da affrontare immediatamente e con l’impegno di serie riforme». E non è l’unico nodo da sciogliere se si vuole evitare il «disorderly default».

Negli ultimi anni Pechino ha cercato di smarcarsi da un’economia fondata sulla produzione manifatturiera a basso costo, destinata in massicce quantità alle esportazioni, e lo ha fatto investendo in innovazione: il 2% del Pil cinese finanzia ricerca e sviluppo, più di quanto non facciano molti altri Paesi Ocse. E sono 15 mila ogni giorno le nuove imprese registrate nel Paese, il cui numero è costantemente cresciuto negli ultimi anni. Che cosa, allora, non funziona?

Il sistema di protezioni della proprietà intellettuale, le regole su marchi e brevetti sono una giungla, e finiscono per costituire un ostacolo importante al vero sviluppo di queste nuove imprese: è «come una guerriglia senza regole», ha detto al quotidiano finanziario americano Zheng Hanbo, general manager di Candy Intelligent Technology, un’azienda che realizza smartwatch nella zona a sud di Shenzhen, aggiungendo che per le piccole imprese innovative come la sua sarebbero auspicabili tagli fiscali e maggiori sussidi.

Ci vogliono regole più moderne ed efficaci, dunque, mentre dall’altro lato occorre investire anche in educazione e salute: l’età media del Paese, dopo quasi 40 anni di politica del figlio unico (abolita del tutto lo scorso anno) comincia a salire anche lì.

[Foto in evidenza di J. Lee / Reuters / Contrasto]

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