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6 aprile 2017

La ritirata populista di Corbyn

Per riconquistare gli operai, il leader Labour ha abbandonato la linea favorevole alla libertà di movimento. Alienandosi i consensi dei più giovani

Eugenio Montesano

Sulla crisi dei rifugiati in Europa il Labour Party ha assunto una posizione compatta, avversa alla rigidità del governo conservatore. Dopo l’approvazione nell’Immigration Act 2016 di un emendamento promosso dal Lord laburista Alfred Dubs, che disponeva l’accoglienza di tremila minori, in gran parte profughi siriani, a febbraio il ministro dell’Interno Amber Rudd ha disposto la chiusura del programma al raggiungimento di 350 inserimenti.

La presa di distanza del Labour è stata pressoché unanime: a marzo, in occasione del voto su un emendamento che avrebbe obbligato le municipalità a effettuare una revisione della capacità di ospitare minori in cerca di asilo, 195 deputati Labour su 229 hanno votato a favore. Pur promosso da una deputata conservatrice, l’emendamento non è stato approvato.

Il problema dei rifugiati rimane tuttavia marginale rispetto al dibattito più ampio sui flussi migratori di quanti si spostano per lavoro, tema che ha spaccato in due il partito. Nella lotta per trattenere i voti della working class il Labour affronta una crisi esistenziale che vede contrapposte le forze moderate delle grandi città, favorevoli all’immigrazione e al multiculturalismo, alla sinistra radicata nei sindacati e nei collegi elettorali dell’Inghilterra del nord, dove è ancora il primo partito (tanto che c’è chi ha avanzato la proposta della creazione di un “Northern Labour Party”).

Il leader Jeremy Corbyn, strenuo difensore dei migranti, è tiepido sull’Europa pur essendo ideologicamente contrario alle limitazioni al free movement: l’ultima battaglia interna per la leadership – nell’estate del 2016 – l’ha vinta prendendo una posizione a favore di tutti i migranti, senza distinzioni.

Il cambio di posizione ufficializzato dalla dichiarazione che «il Labour non sottoscrive la libera circolazione dei cittadini europei come principio inderogabile» è arrivato in seguito alla difficoltà nel tenere unita la rappresentanza parlamentare. Corbyn ha ceduto alle istanze dell’ala radicale impersonata dal vicesegretario Tom Watson, secondo cui «per vincere le elezioni il partito deve favorire limitazioni all’immigrazione».

Del resto, il controllo delle frontiere è stato un fattore dirimente nel voto laburista al referendum. L’analisi dell’agenzia di ricerche YouGov mostra che, del 65% di elettori che ha votato Remain, il 70% appartiene alla classe media, mentre il 35% che ha votato Leave afferisce in larga parte (60%) alla classe operaia tradizionale che vive di lavori poco qualificati o dei sussidi statali che pre-Brexit spettano anche agli expat europei – questione su cui la retorica antieuropeista dei tabloid ha trovato terreno fertile.

Una spaccatura da sanare di qui alle elezioni politiche del 2020, quando il Labour dovrà trovare un leader capace di tenere insieme le due correnti. Difficilmente questi potrà essere Corbyn: improbabile ipotizzare un suo rilancio presso i millennial trentenni ed europeisti delusi dal voto favorevole all’Articolo 50 che ha sancito l’accettazione della hard Brexit.

Ecco perché, tra i possibili candidati alla leadership, il nome che circola più insistentemente tra i corridoi di Westminster è quello di Clive Lewis, deputato 45enne di Norfolk (nelle East Midlands) ex responsabile per l’energia e l’industria che, pur essendo vicino alla sinistra radicale, ha lasciato il governo ombra votando contro il Brexit Bill. Potrebbe essere lui a ricucire lo strappo con la parte più giovane e idealista dell’elettorato.

[Foto in evidenza di Peter Nicholls / Reuters / Contrasto]

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