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4 aprile 2017

L’America del controllo vista dai bagni pubblici

Un design utilitaristico e un po’ sadico, affidato spesso ad architetti giovani. Ma anche l’ansia di sorvegliare tutto. Cosa ci dicono degli Stati Uniti le toilette

Paolo Mossetti

A volte le rivelazioni più interessanti avvengono nei luoghi più inaspettati. Per il sottoscritto, l’epifania avvenne in un bagno degli uomini in un ufficio di Manhattan, all’incirca tre anni fa. Avevo iniziato a lavorare da poche ore in una casa editrice piuttosto importante, ero seduto alla scrivania, quando a un certo punto sospinto da umanissimi bisogni cercai la mia strada per la toilette.

I servizi erano sul pianerottolo, e lo spazio era condiviso con altri uffici e decine di dipendenti diretti alla stessa meta; gli orinatoi, disposti l’uno di fianco all’altro come nelle discoteche erano già tutti occupati (era appena finito il lunch break). Ma poi ci fu il vero shock culturale: le cabine. Si presentavano costruite in un laminato modesto e assai sottile, mostrando enormi fessure tra le porte e le pareti; così larghe che si poteva notare con precisione cosa stesse avvenendo al loro interno. E altri buchi, ancora più grandi, erano al livello del pavimento e del soffitto.

Tant’è che il signore che si sedette nel cubicolo affianco al mio doveva essere riconoscibile dalle scarpe, perché poco dopo era entrato in bagno anche il mio boss che senza nemmeno fermarsi lo aveva salutato, chiamandolo per nome. Se i cittadini americani sembrano ormai rassegnati a bagni senza privacy, per un visitatore dall’Europa – dove le fessure e le cabine scadenti sono limitate per lo più a stazioni e aeroporti – la consuetudine può apparire come un intollerabile abuso, o perlomeno una bizzarria.

Di certo, se può capitarti di incontrare un’infermiera come Antoniette, trentatreenne del Queens, che mi raccontava come l’istallazione di un bagno individuale per soli dipendenti nel suo reparto fosse «uno dei più grandi successi» della sua carriera, vuol dire che un problema c’è. Il punto è che i bagni pubblici in America, e il modo in cui sono ideati, rivelano qual è la posizione occupata dai bisogni aziendali, da un lato, e dalla dignità del lavoratore dall’altro.

 

Guerra alla toilette

Ma perché i gabinetti americani sono così utilitaristici? A detta di Harvey Molotch, professore di Sociologia alla New York University, studioso da anni della questione, i bagni sono fatti così per poter meglio soccorrere le persone in difficoltà, inclusi i bambini. «Ogni Stato ha le sue leggi», spiega Molotch. «Ma qui a New York ci sono tanti di gruppi di pressione, e uno dei più potenti è quello dei disabili».

Ecco come nascerebbe una particolarità della legislazione americana: il toe clearance, lo spazio che la normativa di alcuni Stati stabilisce vada tenuto aperto sotto porte e pareti, per consentire agli utenti di muovere liberamente i piedi quando i cubicoli del water sono eccessivamente stretti, nonché per afferrare eventualmente utenti feriti o svenuti.

Secondo Laura Norén, sociologa che ha firmato con Molotch il saggio Toilet: Public Restrooms and the Politics of Sharing, un fattore complicante è lo status mediocre di cui gode il design dei bagni: «La maggior parte delle volte, negli studi di architettura, quelli che si occupano di progettare le toilette sono i giovani», mi spiega. «E il loro compito non è certo quello di fare una rivoluzione, ma stare attenti a non creare casino». In altre parole: si conformano al modello dominante.

 

Sorvegliare e pulire

Ma forse i bagni pubblici riflettono semplicemente il clima politico in America e le sue priorità. Nel marzo del 1974, il corpo senza vita di un anziano signore venne ritrovato nel bagno degli uomini di Pennsylvania Station, a Manhattan. Apparteneva a Louis Kahn, l’architetto americano più importante dell’epoca, morto apparentemente d’infarto. Che un cadavere – per quanto minuto, come Kahn – potesse rimanere abbandonato per tre giorni in una stazione centralissima è oggi impensabile, quando si legge sul New York Times che a Port Authority – terminal degli autobus – 60 persone sono state arrestate nel 2014 da poliziotti in abiti civili che le hanno seguite in bagno, si sono messe al loro fianco negli orinatoi e le hanno ammanettati al minimo sospetto «atti osceni in luogo pubblico».

Ci pensarono poi l’epidemia di crack degli anni Settanta e la crisi dell’Hiv degli anni Ottanta a rendere, agli occhi delle autorità newyorchesi, i servizi pubblici templi di lordume e anarchia. Nel 2014, riportava il sito Untapped Cities, delle 468 stazioni della metropolitana solo 129 avevano servizi igienici: di questi, più della metà erano stati sigillati dalla polizia. «Di sicuro c’è un problema di disciplinamento», dice Molotch. «Una forte ansietà che riguarda tutti, inclusi gli utenti. Dio solo sa cosa la gente può fare, tra quelle quattro pareti, e così ecco il bisogno di sorveglianza».

Nel frattempo, almeno a New York, nei negozi al dettaglio e nei bar è onnipresente il cartello «Fuori servizio» sulle porte dei bagni. Se si escludono i grandi magazzini e i musei, che ancora hanno toilette accettabili, i ristoranti McDonald’s e Starbucks sono diventati de facto gli orinatoi cittadini. E quando nel 2011 i baristi della catena di caffetterie si stancarono di fare “extra” da inservienti, e decisero di mettere un lucchetto ai bagni, gli utenti reagirono come se fossero stati privati di un diritto inalienabile, con il sito Gawker a proclamare i newyorchesi «scossi ed allarmati».

 

L’architettura del controllo

Il sottile sadismo dei bagni in America forse ha a che fare con quella peculiare forma di paranoia che il filosofo britannico Grant Vetter chiama «neo-panopticismo». Ovvero un’ «architettura del controllo» che è «pienamente post-penitenziaria» e passa da dispositivi come l’iPhone e Whatsapp («che favoriscono l’iper-sorveglianza e la fine dell’anonimato») per finire agli inumani spuntoni anti-clochard sui marciapiedi e ai dispositivi ad ultrasuoni anti- vagabondaggio.

«Qualunque sia l’origine della pratica», sostiene Molotch, «essa continua soltanto grazie all’omertà». Se datori di lavoro e designer sono sordi e indifferenti al problema, il loro principale alleato è la timidezza dei loro dipendenti. «La questione è ancora tabù per quasi tutte le aziende americane», spiega Norén. «Riesci a immaginare uno studio di avvocati che si riunisce per parlare degli spazi troppo larghi tra le porte? Meglio divagare parlando della macchina per il caffè che non funziona o della nuova stampante».

Una nota di speranza arriva dal settore alberghiero, dove l’unico valore americano più grande del pattugliamento puritano dei vizi è il fare soldi. Il consumatore, alla fine, ha sempre ragione. «Pur non avendo dati precisi in questa direzione», dice Norén, «credo che l’aumento di siti di recensioni per hotel, ristoranti e bar abbia messo una qualche pressione su questo tipo di esercizi per migliorare i propri bagni, o affrontare la rabbia del pubblico». Tristemente, il docile impiegato Americano non è – forse non sarà mai – nella medesima posizione di potere.

 

[Foto in evidenza di  David Levene / Eyevine / Contrasto]

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