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3 aprile 2017

Russia, il default del sovranismo

Ri-denominare il debito in lire, come chiedono i no-euro, non ci protegge dai rischi. In materia di finanza pubblica ricordatevi di Mosca nel 1998

L'alieno Gentile*

Dietro la ricetta economica che fa passare il risanamento di un Paese dal ritorno alla moneta sovrana c’è una convinzione radicata: una moneta nazionale rende immune lo Stato dalla speculazione sul debito, perché con moneta sovrana è impossibile fare default. Pertanto basterebbe ridenominare il debito italiano da euro a lire, ripristinando una valuta domestica, per scacciare le pressioni dei mercati e dimenticare lo spread.

Come ben sottolinea l’analista di Fidentiis, Gianluca Codagnone, ridenominare il debito significa violare il monopolio giuridico dell’Eurosistema, mentre finanziare il deficit stampando denaro vìola l’articolo 123 dei Trattati (con la conseguenza che ci troveremmo fuori dalla Ue, non solo dall’euro). Facciamo finta che questo non conti e che la proposta populista preveda che uscire dalla Ue sia altrettanto liberatorio dell’uscita dalla moneta unica. Il punto è che la Storia smentisce categoricamente la teoria secondo cui con moneta sovrana non è possibile fallire.

Senza andare troppo indietro, solo negli ultimi 20 anni possiamo contare diversi esempi: il Venezuela (1998), la Russia (1998), l’Ucraina (1998), l’Ecuador (1999), l’Argentina (2001) e per ben due volte la Giamaica (2010 e 2013). Alesina e Giavazzi hanno affrontato la questione sul Corriere della Sera facendo correttamente anche un parallelo con l’Argentina, visto che sul blog di Grillo è comparsa una proposta di “moneta fiscale” che palesa ispirazioni sudamericane.

Se però volessimo concentrarci sul tema della fallibilità di un Paese che batte moneta sovrana conviene focalizzare l’attenzione sulla storia del default russo e del disastro che travolse il rublo. Le forze messe in moto dall’introduzione della glasnost (trasparenza) fecero crollare l’impianto sovietico e portarono alla presa del potere da parte di Boris Yeltsin nel 1991. L’improvvisa apertura ai mercati internazionali mise in luce il divario di produttività delle imprese russe rispetto a quelle occidentali, le pressioni della bilancia commerciale e la liberalizzazione dei prezzi fecero alzare l’inflazione.

Il governo ideò la «privatizzazione con il sistema dei buoni»: ogni cittadino avrebbe ricevuto un buono da diecimila rubli, ovvero la stima fatta dal governo della quota pro capite di economia nazionale. L’inflazione, però, faceva sì che il valore di questi buoni fosse risibile. Un manipolo di intraprendenti comprò quei buoni uno a uno per un piatto di lenticchie per poi metterli insieme e reclamare intere aziende, trasformandosi in quelli che oggi sono gli oligarchi del settore energetico.

Le continue svalutazioni del rublo, conseguenza dell’alta inflazione, inducevano a portare i capitali, grandi e piccoli, all’estero o comunque a detenere qualunque moneta non fosse la valuta nazionale. Il colpo finale alle sorti dell’economia russa giunse da una vicenda esterna: la crisi dei Paesi asiatici del 1997, che fece scendere il prezzo del petrolio e delle materie prime. Per trattenere i capitali in patria, contenere l’inflazione e ripristinare la fiducia, la Russia provò a emettere nuovi rubli a gennaio del 1998 e ottenne un finanziamento di sostegno dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca Mondiale.

A maggio i minatori russi fecero sciopero contro il mancato pagamento dei loro stipendi. A giugno di quell’anno la Banca Centrale di Mosca portava i tassi al 150%, la spesa per interessi superava così del 40% la raccolta fiscale. La situazione era fuori controllo, la Duma si opponeva apertamente a Yeltsin, che decise di nominare un nuovo capo del Federal Security Service (la ex Kgb) scegliendo Vladimir Putin.

Ad agosto 1998 Mosca dovette dichiarare default sul debito domestico ed una moratoria sul debito estero. Per prevenire il fallimento del sistema bancario furono bloccati tutti i pagamenti per 90 giorni, ma alcun istituti non riuscirono comunque a salvarsi. Servivano tra i 6,5 e i 7,8 rubli per comprare un dollaro nell’agosto del 1998.
A settembre, con l’inflazione all’84%, ne servivano 21 (e oggi ne servono 57). Il settore agricolo, ovvero le classi più povere, si vide tagliare l’80% dei sussidi. A ottobre del 1998 il crollo dei raccolti portò la Russia a chiedere gli aiuti umanitari, cibo incluso.

Avere la moneta sovrana non ha dunque protetto un’economia di assoluto rilievo né dalle pressioni esterne (confronto di produttività e discesa dei prezzi del petrolio), né da quelle interne (fuga dei capitali e inflazione). La flessibilità di cambio non ha potuto, attraverso la svalutazione, risolvere nulla. Ciò che ha mandato fuori giri l’economia russa è stata l’apertura al mercato, dal cui confronto era rimasta isolata con la “cortina di ferro”.

La moneta sovrana può dunque funzionare in un contesto di blocco dei capitali e con un Stato paternalistico e padronale, che governi i prezzi e le attività economiche, limitando la libertà di informazione. Probabilmente è anche per questa ragione che ancora oggi, a 17 anni esatti dalla sua prima elezione, Vladimir Putin mette a tacere ogni oppositore politico, come è accaduto questa settimana con l’arresto di Navalny.

È questa la parte che “certe correnti di pensiero” non raccontano. I casi sono due: scelgono deliberatamente di raccontare solo la parte che intercetta facili consensi, si spera, perché altrimenti non sanno bene di cosa parlano e sarebbe molto peggio.

*dietro lo pseudonimo Alieno Gentile si cela un private banker

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