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3 aprile 2017

Tra i civili di Mosul ostaggio dell’Isis

Nella città contesa da truppe governative e jihadisti 400 mila persone vivono intrappolate senza acqua, cibo, elettricità, cure mediche. Ecco le loro storie

Emanuele Confortin

Mosul. Un foro sulla parete immette sul pavimento di una toilette con le piastrelle bianche, ormai consumate dai continui passaggi. I mattoni rimossi a martellate poggiano l’uno sull’altro, formando una scaletta che facilita l’ingresso in casa. Non appena gli occhi si abituano all’oscurità, dall’ombra del corridoio emergono sagome di uomini, lembi di tessuto mimetico, pezzi di intonaco e il calcio di un fucile appoggiato a terra, con la canna saldamente stretta in una mano.

Sulla destra, la luce di una torcia fa brillare piatti e scodelle ordinati a dovere nel cucinino grande quanto un armadio a due ante. Una signora con il velo ben ordinato sui capelli ci rivolge un sorriso di saluto, poi torna a preparare il bollitore per il te. Il soldato incaricato di scortarci prosegue nella stanza successiva, oltre una tenda di cotone, misero divisorio tra lo spazio abitato e quello che da giorni è un punto di osservazione sugli edifici a nord, oltre la strada, dove i cecchini dell’Isis sono appostati a meno di cinquanta metri, in attesa di un bersaglio.

Siamo nell’abitazione di Khalid Hammad, iracheno sulla quarantina nato e cresciuto a Mosul, ostinato a restare malgrado tutto, con la moglie e i figli, in mezzo alla linea del fronte. Qui e nella provincia di Ninawa, dal 19 febbraio l’esercito di Baghdad, spalleggiato dalla coalizione a guida statunitense, ha guadagnato 440 chilometri quadrati e ora cerca di conquistare i quartieri residenziali a ovest del fiume Tigri.

È questa l’ultima roccaforte dello Stato islamico nella città di Mosul, occupata nel 2014 senza colpo ferire. «Abbiamo atteso tre anni prima di essere liberati, ora non ci pensiamo neppure ad andare via». Usa queste parole Khalid per giustificare condizioni di vita tanto difficili. L’entrata vera e propria è rivolta a nord, su al-Jamhuriya road, verso le postazioni dei miliziani dell’Isis dove gli unici a passare sono i mezzi blindati, rallentati dalle carcasse di auto consumate dal fuoco e dai crateri delle granate. Quella che Khalid chiamava casa è ora una fortezza dove custodire il sentimento di rivalsa, alimentato dalla resilienza cresciuta nel rigore imposto dall’autoproclamato Califfato…

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[Foto in apertura di Emanuele Confortin]

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