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3 aprile 2017

Due amanti che vivono in mondi separati

Ne "La chiave" Jun’ichiro Tanizaki gioca con i pensieri che marito e moglie affidano ai propri diari. Un incastro perfetto. Nuovo appuntamento con "Architetture Letterarie"

Matteo Pericoli

► Dal numero di pagina99, in edicola dal 1° aprile o in edizione digitale

Ne La chiave di Jun’ichiro Tanizaki, un uomo decide di descrivere nel suo diario la vita sessuale e i desideri erotici che ha, e che da tempo reprime, nei confronti di sua moglie. Sperando che lei legga, lascia scivolare per terra la chiave del cassetto dove tiene nascosto il quaderno. Vista la chiave, la moglie capisce le intenzioni del marito e inizia a sua volta a tenere un diario nel quale, sapendo che lui lo troverà e lo leggerà, scrive subito, per fuorviarlo, che mai leggerà di nascosto il suo diario. Un incastro perfetto.

Gli animi dei due coniugi, che abitano lo stesso spazio e condividono la propria vita, non si incontrano mai, né cercano di conoscersi se non attraverso le letture incrociate dei reciproci diari. Si sovrappongono senza mai legarsi. I diari sono solo apparentemente pieni di segreti e di verità, perché le parole usate sono calcolate pensando all’altro che le potrà leggere.

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A noi lettori, che abbiamo accesso a entrambi i diari e a null’altro, tutto ciò viene presentato in modo trasparente, diretto e cronologico, a partire dalla prima riga dove, un capodanno, il marito scrive: «Quest’anno mi voglio accingere a scrivere liberamente d’un tema che in passato esitavo persino a menzionare, qua sopra».

L’esperienza della lettura è una continua alternanza emotiva tra le due sfere, sia inconciliabili e lontane, sia sovrapposte e connesse. Finiamo per trovarci sempre e solo in mezzo, mai nell’una o nell’altra. Sappiamo e scopriamo di tutto, ma allo stesso tempo non abbiamo la percezione di quale sia la realtà – non sapremo mai se ciò che leggiamo è vero.

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La struttura architettonica è singola e unitaria solo in apparenza. In realtà si tratta di due edifici, ciascuno composto da una grande parete dorsale, i cui piani a sbalzo scivolano, sfiorandosi, gli uni all’interno degli altri, come le pagine di due libri. I piani del doppio-edificio quindi si alternano – è come se la struttura di sinistra avesse solo piani pari, l’altra solo dispari, o viceversa. Per andare da un piano al successivo, ad esempio dal quinto al sesto, bisognerà scendere, uscire, entrare nell’altro edificio e risalire.

È uno sforzo immane e apparentemente senza senso: occupare lo stesso spazio fisico, intersecarsi, vedere il livello più prossimo a portata di mano – o di scala mobile o di rampa – ma non avere altro modo di arrivarci se non uscendo e rientrando. Finiremo anche noi per scegliere di restare solo in uno dei due edifici, allontanandoci così definitivamente dall’altro.

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