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2 aprile 2017

Accoglienza o espulsioni? Il dilemma di Schulz

Gli xenofobi incombono. E così il leader dell’Spd prova a barcamenarsi tra la difesa dei diritti e la sicurezza. Mentre l’Spo chiede di esonerare Vienna dai ricollocamenti

Andrea Affaticati

► Dal numero di pagina99, in edicola dal 1° aprile o in edizione digitale

Berlino. Sigmar Gabriel, fino a un paio di settimane fa capo dei socialdemocratici tedeschi, ha sempre avuto fama di una certa irascibilità, soprattutto se si tratta di difendere i valori dell’Spd. E così, quando nell’agosto del 2015, accanto alle migliaia di tedeschi che si prodigavano negli aiuti ai profughi altri scendevano in piazza a protestare – a volte anche violentemente – contro la politica di accoglienza di Angela Merkel, Gabriel non aveva esitato a definire questi ultimi «Pack», marmaglia.

 

Gabriel l’equilibrista

La questione profughi è stata ed è per l’Spd un faticoso esercizio di equilibrismo: primo perché partner di minoranza della grande coalizione; secondo perché all’Spd, diversamente dalla Cdu di Merkel, manca una spalla come il governatore bavarese e capo della Csu Horst Seehofer, alla quale lasciare il ruolo di tutore dell’ordine e della sicurezza. A Gabriel è toccato dunque interpretare diversi personaggi.

Da una parte mostrarsi solidale, dall’altra più realista della Kanzlerin. Esattamente un anno dopo “la grande ondata”, mentre Merkel resisteva alle rappresaglie di Seehofer, continuando a non voler fissare un tetto massimo di richiedenti asilo all’anno, Gabriel le dava contro, sostenendo che un limite massimo esisteva di per sé e veniva fissato dalla capacità di integrare di una società. Una tattica mirata a liberare il partito da quel 20 per cento nel quale da tempo si era incagliato. Ma non aveva funzionato.

L’Spd nelle elezioni regionali restava dove era, mentre i populisti dell’Alternative für Deutschland (AfD) continuavano a guadagnare punti. E, fatto ancora più sorprendente, mentre la tattica di Gabriel non aiutava il partito nei sondaggi – salvo generare malumore nella base – alle regionali vincevano, invece, i governatori socialdemocratici fedeli alla politica dell’accoglienza.

 

Posizioni controverse

Gabriel non è però l’unico dell’Spd ad aver imboccato un corso controverso. In una presa di posizione pubblicata a inizio di febbraio sul sito del partito, Thomas Oppermann, capogruppo parlamentare, si diceva a favore di una più stretta collaborazione con Marocco, Algeria e Libia per combattere le organizzazioni criminali degli scafisti e impedire l’arrivo via mare dei profughi.

A suscitare critiche accese all’interno del partito era stata innanzitutto l’ipotesi di trattenere le persone nei malfamati campi profughi libici. Solo che, per quanto la proposta abbia irritato alcuni, è difficile pensare che Oppermann non ne avesse parlato prima con Martin Schulz. Già, ma qual è la posizione di Schulz riguardo ai profughi?

 

Schulz il cerchiobottista

A tal proposito, non molto tempo fa, il quotidiano di Berlino Tagesspiegel descriveva così la tattica “cerchiobottista” del nuovo capo dell’Spd: da una parte difensore del diritto di accoglienza, su «base europea»; però, dall’altra, ammiccando ai compagni più ligi al principio di autorità, difensore del rispetto della legge. Per cui «chi si macchia di reati in Germania e non rispetta le regole, sperimenterà la legge tedesca in tutta la sua durezza».

 

I socialisti austriaci

Il corso dei socialdemocratici (Spö) austriaci è ancora più a zig zag. Le ultime notizie da Vienna raccontano che l’Austria vuole ora sfilarsi anche dal programma di ricollocazione dei profughi, sottoscritto nel 2015 insieme agli altri Stati membri dell’Ue. Il capo del governo di grande coalizione, nonché dell’Spö, Christian Kern, ha annunciato martedì scorso di voler presentare una formale richiesta di esonero a Bruxelles.

In Austria l’avanzata populista è più massiccia, l’Fpö risulta dai sondaggi il primo partito e alle presidenziali dell’anno scorso il loro candidato Norbert Hofer è andato vicino alla vittoria. Poi ci sono i popolari dell’Övp, il partito di minoranza della coalizione, che da tempo lottano contro la perdita di elettori. Pressioni dunque forti che hanno portato ai ripetuti voltafaccia dell’Spö. Anche quello di questa settimana porta la firma di un socialdemocratico, quella del ministro della Difesa Hans-Peter Doskozil, secondo il quale la repubblica alpina, considerando i suoi 8,7 milioni di abitanti, ha già accolto sette volte più richiedenti asilo dell’Italia. Si tratta di arrivati illegalmente dall’Italia.

Il primo clamoroso voltafaccia tuttavia è stato quello del precedente cancelliere, Werner Faymann. Inizialmente convinto sostenitore della politica di accoglienza di Merkel, ha cambiato repentinamente rotta, arrivando ad avanzare richieste che nemmeno i populisti dell’Fpö appoggiavano: per esempio la costruzione di una recinzione-barriera lungo il Brennero. Kern, al quale Faymann ha ceduto il timone un anno fa, aveva trattato fino a ora il tema profughi con più circospezione, per non dire astuzia anche se non si è opposto all’introduzione di un tetto massimo di accoglienza, 37.500 richiedenti asilo all’anno.

Più in generale ha lasciato al giovane e ambizioso ministro degli Esteri e dell’Integrazione, Sebastian Kurz (il quale punta alla guida dell’Övp e dopo le politiche del 2018 anche del governo) il ruolo di sceriffo, mentre lui, un po’ più defilato, studia la normativa che in futuro dovrebbe rendere più difficile anche ai cittadini Ue trovare lavoro in Austria, senza per questo però violare apertamente le regole Ue sulla libera circolazione.

 

[Foto in apertura di Dagmar Schwelle / Laif / Contrasto]

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