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2 aprile 2017

“Ghost in the Shell”, Scarlett troppo bianca per essere vera

L'eroina è una cyborg contro i terroristi. Esce il remake del film d’animazione del ’95. Che però non è all’altezza del predecessore con le sue visioni vertiginose

Aldo Fresia

► Dal numero di pagina99, in edicola dal 1° aprile o in edizione digitale

Prima ancora di debuttare nelle sale cinematografiche, Ghost in the Shell è stato al centro di molte discussioni. Due questioni in particolare hanno infiammato il dibattito, ma la prima si è risolta senza apparenti danni per il film. Sto parlando della polemica legata alla presenza di Scarlett Johansson come protagonista e alla conseguente accusa di whitewashing, termine con il quale si stigmatizza la tendenza hollywoodiana ad affidare ad attrici bianche personaggi appartenenti ad altre razze.

Nel caso specifico, dicono i critici, la protagonista avrebbe dovuto essere giapponese, o quanto meno orientale. A chiudere il discorso ci ha pensato Mamoru Oshii, voce più che autorevole, in questo caso, perché autore del Ghost in the Shell uscito nel 1995 e al quale la nuova versione diretta da Rupert Sanders strizza l’occhio in più di un’occasione: «La protagonista è un cyborg e anche la sua stessa forma è puramente presunta. Il suo nome e il suo corpo attuale non sono quelli originali. Per questo trovo infondata la richiesta che sia interpretata da un’attrice asiatica».

Se possiamo considerare risolta la prima fonte di discussione, resta invece apertissima la seconda, perché sul nuovo Ghost in the Shell pesa come un macigno proprio l’omonimo film del 1995. L’universo narrativo è il medesimo, i protagonisti pure, cambia giusto che in un caso la pellicola è animata e nell’altro no, e cambia l’antagonista. Il film del 1995 è liberamente ispirato ai primi numeri del manga di Masamune Shirow (pubblicati nel 1989-1990), mentre la versione odierna recupera il principale antagonista da un lavoro successivo, la seconda stagione della serie animata Stand Alone Complex (2004-2005).

Le differenze non bastano però a separare nettamente i due film e il nuovo Ghost in the Shell dev’essere guardato in prospettiva, facendo i conti con una pellicola che è considerata una pietra miliare della fantascienza cinematografica. Un precedente piuttosto ingombrante, soprattutto per come riesce a mettere in campo enormi ambizioni tematiche parlando di anima, autocoscienza e autodeterminazione. In ultima analisi, di cosa definisce un essere umano.

Il film con attori in carne e ossa, appena uscito nelle sale, è ancora ambientato in un futuro non troppo lontano. Ritroviamo la medesima protagonista di allora, una donna cyborg che appartiene a un’unità speciale governativa incaricata di rintracciare ed eliminare terroristi: quello che sta braccando ha però molte frecce al suo arco, compresa la capacità di riportare alla luce accadimenti passati che molti vorrebbero restassero sconosciuti.

Il risultato è un thriller che procede con chiarezza e ritmo, pur senza eccedere nella frenesia, e che si rivela capace di confezionare un valido impatto visivo. A conti fatti, il nuovo Ghost in the Shell è un buon prodotto di intrattenimento, ma non mette in scena un mondo autonomo rispetto a quello evocato da Mamoru Oshii. Anzi, ci sono momenti che sono ripresi in modo quasi identico e proprio questo fatto spinge a fare un’osservazione di carattere più generale per provare a ragionare su ciò che oggi ha da offrire il cinema mainstream di fantascienza.

Il confronto con il passato è avvilente: nel 1995 assistevamo al manifestarsi spontaneo di una coscienza e di un’anima generate dal mare della Rete, di un’entità capace di considerarsi soggetto di diritto e dunque di chiedere asilo politico a uno Stato. Oggi, ventidue anni più tardi, assistiamo alle gesta di brave persone che si contrappongono a una subdola multinazionale e che sanno ricorrere alle maniere forti, all’occorrenza.

Laddove il film di Mamoru Oshii ci investiva con un vertiginoso e spiazzante balzo nel futuro, quello di Rupert Sanders allestisce una rassicurante visione del presente, nella quale l’essere umano non è messo radicalmente in discussione e i buoni trionfano. L’intenzione di ridurre drammaticamente la complessità del discorso è perseguita con coerenza, il che è un bene, per il risultato finale. Dispiace però che l’obiettivo sia così basso.

[Foto in apertura di Paramount Pictures /Courtesy Everett Collection]

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