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1 aprile 2017

“Il grande bisogno” al centro del mondo di cui nessuno parla

Discutiamo di tutto, dal sesso alla morte. Ma la cultura contemporanea ha bandito ogni riferimento all’atto più liberatorio della nostra esistenza. Un libro fa giustizia

Marco Filoni

È inutile. Per quanto benpensanti e dotati di alto senso di pudicizia, riguarda anche voi, nessuno escluso. Si tratta del defecare. E per quanto a molti potrà sembrare volgare il solo parlarne, cercheremo di mostrare che non lo è. Per una serie di motivi. Perché l’atto di liberarsi dei propri escrementi ha insolite e impensate ripercussioni su di noi, sulla nostra storia, su come le nostre civiltà si sono sviluppate. E, soprattutto, perché tutti lo fanno: è normale come il respirare. Partiamo dal linguaggio. Sono pochi ormai i tabù lessicali che imperversano il nostro tempo.

Parliamo di sesso senza troppi problemi. Parliamo anche di morte, che sempre più è visibile e mostrata in serie tv, romanzi e film. Eppure quando si tratta della defecazione scegliamo registri lessicali curiosi che tendono a ingentilire e “pulire” ciò che per sua natura è sudicio, sporco, schifoso. Qualcuno doveva pur sporcarsi le mani o, meglio, la penna. L’ha fatto Rose George, giornalista britannica con una solida formazione a Oxford, nel suo libro Il grande bisogno (tradotto in Italia da Bompiani), una sorta di Bibbia sul tema.

Lo scienziato cognitivo Steven Pinker ha elencato una serie di dodici categorie di eufemismi che includono la parola tabù (merda), quella medica (defecazione, evacuazione) e quelle formali (feci, escrementi, escrezioni, defecazione, deiezioni). Come scrive George, «la scorciatoia moderna più semplice per la rimozione dello smaltimento degli escrementi umani – i servizi igienici – è un eufemismo per defecazione, che è un eufemismo per escrezione, che è un eufemismo per cacare. È questo il motivo per cui il giovane eroe di It’s Grinch Night del Dr. Seuss può chiedere il permesso di “andare all’eufemismo”».

Sarà pure volgare per i nostri tempi, eppure in passato non si disdegnava affatto parlarne in letteratura e non solo. Sin dai classici ritroviamo l’atto e la parola, a volte richiamato in senso giocosamente beffardo, altre volte meno. Come nel caso dell’Imperatore Claudio, che tutti consideravano un idiota, la cui morte è così descritta da Seneca: «Queste furono le sue ultime parole, pronunciate dopo che si fu espresso a voce piena con quella parte del corpo con la quale parlava più volentieri: oioi, mi sa che mi sono cacato addosso. Non so se fosse vero: di sicuro, smerdò tutto»…

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[Foto in evidenza di  David Levene / Eyevine / Contrasto]

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