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29 marzo 2017

Tra le donne turche che si ribellano al Rais

Erdogan vuole imporre un modello tutto “casa, velo e Corano”. Ecco come le attiviste si organizzano per aggirare divieti e controlli. E rivendicare maggiori libertà

Marta Ottaviani

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 25 marzo e in edizione digitale

Un governo sempre più opprimente, una società sempre meno libera e più conservatrice, ma dall’altra parte un desiderio inarrestabile di libertà ed emancipazione e la volontà di andare avanti anche in mezzo alle difficoltà crescenti. L’ultimo segnale è arrivato dalle manifestazioni dello scorso 8 marzo. Era la prima Giornata internazionale della Donna dopo il golpe dello scorso 15 luglio e a poche settimane da un referendum che potrebbe cambiare per sempre la storia del Paese, concedendo per legge al Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan un potere pressoché illimitato.

Gli atti di violenza da parte della polizia non sono mancati, ma nonostante questo a Istanbul, Ankara, Smirne e nel sud-est la risposta in termini di partecipazione è stata al di là delle aspettative, sorprendente se si conta il momento storico attraversato dalla Turchia e il fatto che dal 20 luglio scorso è in vigore uno Stato di emergenza che ha reso ancora più difficile lo svolgersi della vita civile nel Paese. Nella sola Istanbul hanno sfilato oltre 10 mila donne, secondo alcuni quasi 15 mila.

 

Il coraggio e la prudenza

Ezgi Kocak è un’attivista femminista indipendente, che collabora con diverse ong e che da tempo segue i problemi delle donne in Turchia. Se in tutto il mondo secondo lei si sta assistendo a un’involuzione della quale fa le spese soprattutto il gentil sesso, nella Mezzaluna la situazione è ancora più critica e la colpa è della classe dirigente. «Le politiche sempre più conservatrici», spiega Ezgi a pagina99, «e gli atteggiamenti da parte delle autorità sono un ostacolo al tentativo delle donne di conquistare maggiore libertà e diritti. In Turchia non c’è la volontà politica di considerare le donne come individui dotati di diritti propri. Sono fermi a una concezione per la quale la donna è ancora collegata solo all’ambito familiare».

Il problema è che adesso queste cose è un pericolo persino dirle apertamente. Con lo Stato di emergenza tutte le attività pubbliche sono molto più controllate e si sono ristretti gli spazi di incontro e comunicazione. Alcune associazioni femminili, soprattutto nel sud-est del Paese, dove il problema della violenza di genere è ancora più drammatico, sono state chiuse con il sospetto di essere legate a sigle terroriste, in questo caso quella di matrice curda del Pkk.

Provvedimenti che hanno lasciato decine di donne senza punti riferimento e al loro destino. Per entrare in contatto si usano soprattutto la rete e i social, pur con tutte le limitazioni che anche questi hanno subito negli ultimi mesi, ma nonostante questo se la manifestazione dell’8 marzo è stata un successo in termini di partecipazione, il merito è anche del web.

 

Passi indietro

La congiuntura politica rischia di avere dei chiari riflessi non solo sulla tenuta democratica del Paese, ma anche sulla società, che potrebbe involvere in modo molto sfavorevole al genere femminile. Mor Çatı da anni è un’organizzazione in prima linea nella difesa di donne che subiscono violenza fisica e psicologica. Eppure anche qui dallo scorso luglio ammettono di avere assunto «un profilo più discreto».

La loro sede si trova in una delle viette dietro la celebre Istiklal Caddesi, ma sul citofono il nome è stato tolto. E oltre alla prudenza c’è la preoccupazione per una situazione che potrebbe peggiorare. «La notte del golpe», raccontano dall’associazione, «abbiamo ricevuto decine di segnalazioni di donne che avevano ricevuto minacce per strada, tentati stupri, ma anche avvertimenti a stare a casa. Si è trattato molto spesso di persone con una chiara connotazione religiosa.

A preoccuparci ci sono anche alcuni disegni di legge fermi in parlamento che penalizzano dal punto di vista economico e della copertura sanitaria le coppie che vivono insieme ma che non si vogliono sposare. Sono tutti segnali che indicano che ci stiamo avviando verso una società sempre più conservatrice. Questo non fa bene alle donne turche che proprio negli ultimi dieci anni avevano trovato una grande vitalità e una grande coesione».

TURKEY-WOMEN-DAY

La violenza di genere

Il problema principale è ancora quello di spingere le donne a denunciare, a convincerle a farsi aiutare. «Da noi», continuano da Mor Çatı, «vengono donne di ogni estrazione sociale, religiose e no. La violenza di genere in Turchia è una piaga diffusa ovunque davanti alla quale le donne turche sanno che devono andare avanti unite». Anche la legge approvata nel 2011, valutata molto positivamente e che aiutava in modo concreto chi subiva violenza fisica o psichica, dando loro una concreta possibilità di rifarsi una vita, è rimasta in larga parte inattuata, prima perché solo poche donne hanno scelto di avvalersene e poi perché con lo stato di emergenza sono state bloccate molte procedure.

 

Toghe rosa

C’è poi chi inizia a organizzarsi anche per dare un aiuto concreto a chi subisce violenza dal punto di vista legale. È il caso delle “Avvocate femministe”. Hanno solo un account Twitter dove informano sulle loro attività, sulle vittime della violenza di genere e soprattutto su quelle che hanno avuto il coraggio di dire “basta”. «Siamo alcune decine», spiega a pagina99 Banu Guveren, «per noi la priorità assoluta è dare un aiuto concreto alle donne che si trovano in difficoltà.

La violenza e la disuguaglianza nel Paese sono in aumento. Ci sono modi diversi di mettere in difficoltà il genere femminile in Turchia. Il primo è quello della violenza domestica, che può essere fisica o psichica, e la conseguente difficoltà di accesso ai meccanismi legali di tutela. Questo è il punto su cui cerchiamo di intervenire noi». Ma, prosegue Guveren, «ci sono altri problemi di cui si parla troppo poco. Per esempio, abortire in Turchia è diventato quasi impossibile.

La legge ufficialmente non è mai cambiata ma all’atto pratico interrompere una gravidanza è difficilissimo perché pochissime strutture pubbliche rendono il servizio disponibile. E, soprattutto, gli episodi di intolleranza nei confronti degli stili di vita altrui sono in aumento, anche se non sempre vengono denunciati. Un numero crescente di ragazze subisce critiche, attacchi verbali e talvolta fisici per il modo in cui vanno in giro vestite. La verità è che per le donne turche i pericoli aumentano di giorno in giorno».

 

 

Cambio di mentalità

La prima cosa che occorrerebbe in Turchia è un cambio radicale di mentalità. «In questo Paese o sei sposata o non vali niente, c’è poco da fare», continua l’avvocato Guveren. «Le donne sono spesso oggetto di hate speech, se siamo in questa situazione è colpa anche dei messaggi che sono arrivati dal governo». Più di una volta, il Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, e altri componenti della sua famiglia sono intervenuti direttamente, lanciando appelli al gentil sesso perché mettesse al mondo almeno tre figli o anche solo ricordando che il posto della donna in Turchia è nella famiglia.

«Si tratta di interventi molto gravi», spiega ancora Ezgi Kocan. «La donna è relegata alla sfera familiare, castrando così tutti i suoi desideri e le sue legittime ambizioni. Dall’altra parte è oggetto di violenze o anche solo offese che non si fermano davanti a nulla e delle quali sono fatte oggetto donne eterosessuali, lesbiche transessuali e persino donne portatrici di handicap».

Una situazione critica, che però non ha certo prodotto come risultato aver fatto smettere le donne turche di lottare. «Nessun attivista si sente più sicuro in Turchia», conclude Ezgi Kocan, «ma ci sono molte organizzazioni di donne indipendenti che stanno continuando la loro lotta nonostante tutto. Gli spazi di azione si stanno riducendo, è vero, ma io credo che ci sia ancora una società civile indipendente, slegata dalla politica e con una gran voglia di cambiare le cose.

Per questo sarà quanto mai importante il risultato del referendum costituzionale del prossimo 16 aprile, perché da lì emergerà che tipo di democrazia il popolo turco vuole e di conseguenza come le donne dovranno orientare la loro lotta». Secondo i sondaggi, a dispetto del giro di vite imposto dal Presidente dopo il fallito golpe, l’esito del referendum è tutt’altro che scontato, con il 40% della popolazione a favore, il 40% contro e un 20% ancora indeciso.

 

[Foto in apertura di Ilyas Akengin / Afp / Getty Images]

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