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26 marzo 2017

“Elle”, cioè la vittima in cerca del carnefice

Una donna viene stuprata da un uomo mascherato. Lo rintraccia e inizia con lui un rapporto sadomaso. Un film originale. Ma “lei” non convince

Aldo Fresia

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 25 marzo e in edizione digitale

Non è semplice parlare di Elle, perché la sua debolezza maggiore ruota attorno a un confine molto sottile e difficile da spiegare. Partiamo con le cose semplici, premettendo che alcuni spoiler sono necessari: la storia è quella di una imprenditrice di nome Michèle Leblanc (interpretata da Isabelle Huppert), donna forte, sicura di sé, indipendente, piuttosto ruvida nei rapporti interpersonali e ironica, quasi cinica, nella visione della vita.

Un giorno un uomo mascherato fa irruzione in casa sua e la stupra: lei reagisce in modo spiazzante, tanto da comunicare il fatto agli amici con noncuranza, preoccupandosi un attimo dopo di cosa ordinare al ristorante. Rintracciato lo stupratore, inizia con lui un complicato rapporto sadomasochistico.

Va da sé che siamo di fronte a un argomento delicato, reso ancora più complicato dall’angolazione ardita scelta per declinarlo. La validità di Elle sta nel fatto che questa angolazione è figlia di un’intenzione onesta, non del gusto della provocazione fine a se stessa. Questa onestà di fondo era presente nel romanzo che ha ispirato la pellicola (Oh… di Philippe Djian) e la ritroviamo anche nell’adattamento realizzato da Paul Verhoeven.

Proprio il fatto di non poter liquidare Elle come un’operazione vanamente provocatoria ci costringe a considerarla come una spia del fatto che ci siamo abituati, dal punto di vista cinematografico, a un racconto stereotipato della violenza sulle donne. Ecco le parole di Isabelle Huppert: «In questo risiede il fascino del personaggio, la sua forza, la sua originalità, la sua modernità: non si comporta mai come vittima, nonostante avrebbe tutte le ragioni per farlo. La colpa, subire quello che ci ferisce… tanti aspetti dei quali non è facile sbarazzarsi quando si ha a che fare con dei personaggi femminili. Anche in presenza di donne forti, si ha sempre la tentazione di cedere a questi cliché».

Elle i cliché li getta al vento con tale evidenza da spingere Paul Verhoeven a chiarire un punto fondamentale: «È una storia, non è vita vera, né una visione filosofica della donna: questa particolare donna reagisce così. Non vuol dire che tutte le donne agirebbero o dovrebbero agire nello stesso modo».

Fin qui tutto bene, e si capisce come mai Elle possa nutrire una discussione profonda e fertile, che ovviamente non giunge alla giustificazione dello stupro (soluzione che nulla ha a che vedere con romanzo e film), ma che può costringerci a ragionare sulla complessità e contraddittorietà dell’animo umano. Proprio qui, però, si innesta la sua debolezza.

A proposito della scelta di non mostrare la protagonista emotivamente devastata dopo la violenza subita, Verhoeven ha detto: «Sarebbe stato scontato, saremmo piombati nel melodramma e nella noia. È più interessante e divertente sorprendere lo spettatore, non accontentarsi di riprodurre quello che è stato fatto da altri registi e da altri sceneggiatori».

Parte forse da qui la crepa più evidente della pellicola, che nei momenti meno riusciti sembra voler «sorprendere lo spettatore» in modo programmatico. È come se alcune reazioni di Michèle fossero dettate in misura preponderante dall’intenzione di prendere le distanze dai cliché, piuttosto che dalla contraddittorietà di un personaggio sfaccettato.

Lo ripeto, non credo dipenda da disonestà intellettuale: l’impressione è che Verhoeven non sia riuscito a capire davvero Michèle. Non perché la cosa giusta da fare fosse consegnarci una semplificazione del personaggio, anzi. Il punto è che esiste un confine sfumato, ma essenziale, che separa il racconto di un essere umano, con tutte le difficoltà di incasellamento che seguono, da un racconto che sostituisce la complessità con l’ambiguità.

Il regista e sceneggiatore Barry Jenkins ha deciso di girare Moonlight (Oscar per il miglior film quest’anno) quando si è reso conto di avere molto in comune con il suo protagonista: «Non ero più un eterosessuale che racconta la storia di un omosessuale, ero un uomo che racconta la storia di un uomo». Paul Verhoeven è lodevole quando non vuole cedere agli stereotipi né dare «una visione filosofica della donna». Lo è meno quando non riesce a calarsi in un essere umano che racconta la storia di un altro essere umano.

[Foto in apertura di Sony Pictures / Courtesy Everett / Contrasto]

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