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23 marzo 2017

Crollano le aste, ecco come sta cambiando il mercato dell’arte

L’autorevole report del Tefaf rileva il collasso delle aste e il boom delle transazioni private. Una garanzia di privacy. Ma pure una breccia per gli speculatori

Andrea Dusio

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 marzo e in edizione digitale

2016, l’anno della grande fuga dalle aste.
È questo il dato che emerge con forza dal report sul mercato globale dell’arte pubblicato dalla European Fine Art Foundation in occasione del Tefaf di Maastricht, la fiera leader nel mondo dell’arte e dell’antiquariato (10-19 marzo). La rappresentazione dell’andamento del comparto si basa sull’analisi di due banche dati: da un lato Orbis, con cui Bureau Van Dijk mette a disposizione i numeri di oltre 200 milioni di società private, e dall’altro Artnet, il database tedesco che a partire dal 1989 ha registrato circa il 95% delle transazioni che avvengono nel segmento delle case d’asta. Il volume d’affari globale del settore è stato stimato alla fine dell’anno scorso in circa 45 miliardi di dollari: una crescita dell’1,7% rispetto al 2015.

La parte legata agli scambi in asta ha subito una forte contrazione, passando da 20,8 a 16,9 miliardi di dollari in soli dodici mesi, equivalenti a una quota del 37,5% del totale mercato, dove il rimanente 62,5% è costituito dal mercato al dettaglio che passa per dealer, galleristi e antiquari, per un valore pari a 27,9 miliardi di dollari. La contrazione delle trattative in asta è molto consistente negli Stati Uniti (-41%), più contenuta in Europa (-13%), mentre in Asia i numeri sono stabili.

Queste tre velocità differenti si spiegano anzitutto con l’impatto della crisi economica, che produce lo spostamento degli investimenti in un contesto più defilato. La grande domanda che sembra emergere dal mercato, e che il report Tefaf ripete in maniera martellante, è di una maggiore privacy.

Gli scambi hanno di fatto la stessa intensità delle annate precedenti, ma avvengono sempre più a fari spenti, lontano dalla visibilità dei grandi eventi di Christie’s e Sotheby’s. Il clamore suscitato ancora nel 2013, quando l’imprenditore Eli Broad e il magnate Dakis Joannou si davano battaglia a suon di milioni nelle auction newyorkesi per i cagnolini di Jeff Koons, sembra un lontano ricordo.

In un segmento estremamente concentrato com’è quello delle case d’asta, dove il 60% delle transazioni avvengono tra i primi dieci player a livello globale e il 93% tra i primi cento, la tendenza è privilegiare le vendite private, in cui gli acquirenti possono passare inosservati. Sotto questo profilo, mercanti, gallerie e auction houses si somigliano sempre di più.

 

Il boom dell’opaco mercato privato

Sino a pochi anni fa esistevano tre realtà distinte. Da un lato, il cosiddetto mercato primario, quello delle fiere o delle gallerie. I prezzi in questi caso non sono di solito visibili a tutti, ma gli interessati possono chiedere un listino. Il gallerista trattiene una quota del 50%, vincola a vendere attraverso di lui e a fronte di quest’esclusiva fornisce una serie di servizi: conserva, cataloga e archivia l’opera dei suoi artisti, cura la relazione di questi con musei e raccolte pubbliche e il rapporto con i collezionisti privati, spesso decidendo anche a chi vendere e a chi no.

Costruisce così nel periodo medio-lungo una reputazione dell’artista, che coincide in definitiva con la sua quotazione e il suo valore. Esiste poi un mercato secondario, più opaco e sfuggente, in cui hanno preferito rifugiarsi oggi molti mercanti, con il doppio scopo di abbattere i costi fissi costituiti dalle gallerie e dalle loro attività e di avere le mani libere nelle trattative, senza più oneri legati alla costruzione della carriera di ciascun artista.

In questo caso i prezzi restano riservati, la quota del dealer scende drasticamente, sino al 10% o meno ancora, perché nel contempo s’inserisce nelle trattative una serie di intermediari. Questo tipo di vendita, caratterizzata da una riduzione dei costi fissi e dunque dalla salvaguardia delle marginalità (non essendoci le spese strutturali del mercato tradizionale, dove la galleria deve organizzare mostre, pubblicare il catalogo, garantire l’apertura dello spazio commerciale per alcune ore al giorno), rappresenta oggi il modello verso cui tende il mercato.

Di contro, le vendite in asta sono totalmente trasparenti. Il prezzo di vendita presunto è noto molto tempo prima dell’evento, i risultati vengono pubblicati immediatamente dopo la sua conclusione e rimangono a disposizione di tutti, rappresentando l’elemento fondamentale su cui si basa la quotazione di un artista, il record conseguito da una sua opera, il prezzo stesso a cui verranno assicurate le sue opere.

 

 

Lo scandalo dei falsi maestri

Negli scorsi mesi la credibilità di questo sistema è stata duramente messa in discussione da uno scandalo maturato nel segmento che dovrebbe essere contraddistinto dai valori meno volatili, e che viene guardato dagli investitori alla stregua di un vero e proprio bene-rifugio, quello degli old masters. Un giro vorticoso di falsi, originato probabilmente da una fabbrica italiana, è stato distribuito con l’avallo delle expertise di alcuni tra i maggiori conoscitori mondiali e delle più prestigiose istituzioni museali, trovando il proprio terminale di vendita proprio nelle case d’asta più autorevoli.

Dipinti di Cranach, Frans Hals, Parmigianino, Orazio Gentileschi, El Greco, sono pervenuti per cifre anche di diversi milioni di dollari nelle mani di inconsapevoli collezionisti. Senza una sofisticata analisi dei pigmenti effettuata in un laboratorio del Massachusetts la circolazione di queste patacche a peso d’oro sarebbe probabilmente proseguita indisturbata. La ricaduta di questo scandalo vede ora le case d’asta, a partire da Sotheby’s, citare in giudizio il gallerista londinese attraverso cui alcune di queste opere sono pervenute sul mercato.

Non necessariamente questo caso da prima pagina ha prodotto una crisi di fiducia nel sistema delle case d’asta, ma certamente è un campanello d’allarme. Accanto alla crescente domanda di riservatezza e privacy che emerge dal mercato ve n’è un’altra, altrettanto pressante, di maggior sicurezza negli investimenti.

Da un lato infatti ci sono i rapporti spesso non trasparenti tra mercanti e connoisseur, che finiscono per produrre perizie spesso spericolate; e la commistione tra antiquari, sistema delle mostre e istituzioni museali, che spesso dà luogo alla discutibilissima esposizione in contesti pubblici di opere non ancora pienamente “rodate” provenienti dal mercato (come nel caso della tela di Giuditta e Oloferne rinvenuta a Tolosa e presentata recentemente con l’attribuzione a Caravaggio alla Pinacoteca di Brera).

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Art flippers, gli speculatori dell’arte

C’è però un fenomeno che per dimensioni e pervasività rischia di inquinare in maniera ancor più pericolosa le vendite, questa volta nella fascia del contemporaneo, e con particolare riferimento ai giovani artisti: è quello dei cosiddetti art flippers, ossia quei battitori liberi, che, slegati da rapporti con case d’asta, gallerie e dealer tradizionali, si stanno sempre più imponendo come i veri influencer del mercato.

La pratica del flipping consiste sostanzialmente nel comprimere i tempi di crescita del valore di un artista, comperando opere a poche migliaia di euro per poi rivenderle a stretto giro a una quotazione molto più alta. Un esempio di scuola è il lavoro compiuto da Stefan Simchowitz su talenti come Oscar Murillo, Lucien Smith o Petra Cortright. Simchowitz è un ex produttore cinematografico (anche in quel campo ha compiuto un’interessante opera di scouting, facendo emergere nel 2000 con Requiem for a Dream il regista Darren Aronofsky) che oggi vanta tra i suoi clienti l’imprenditore Sean Parker o l’attore Orlando Bloom.

La sua specialità sono gli esordienti assoluti: pittori appena usciti dall’accademia che si possono comperare per 750 dollari, come nel caso di Parker Ito, che Simchowitz cominciò ad acquistare nel 2009, facendolo decollare sino a quota 93 mila dollari in un’asta londinese del febbraio 2014. Simchowitz fa l’esatto contrario di quanto consiglierebbe un mercante tradizionale. Non si appoggia a un gallerista di riferimento, non agisce sul mercato primario, ma nelle vendite private o direttamente in asta.

Gli altri cercano la privacy, lui una cassa di risonanza. Pubblica compulsivamente i propri acquisti su Instagram e Facebook, che rappresentano i suoi primi strumenti di promozione. La sua idea è portare un pubblico e una clientela nuova al mercato dell’arte. Non necessariamente di facoltosi, anzi. È più interessato a quel tipo di acquirente che non ha mai comperato un quadro e che ha possibilità di investimento limitate. E che dunque deve puntare sull’artista giovane, l’unico che può permettersi. Quando nel 2011 iniziò a comperare i dipinti di Oscar Murillo ne prese subito 60, tenendone 30 per sé e mettendo sul mercato gli altri 30.

Oggi Murillo viene venduto dal gallerista David Zwirner a cifre che si aggirano sui 200 mila dollari. Meglio ancora è andata con Sterling Ruby e Tauba Auerbach, che hanno raggiunto i 500 mila dollari. Il problema è che nel periodo medio-lungo queste quotazioni spesso sono insostenibili. Prendiamo il caso di Lucien Smith.

I suoi “rain paintings”, introdotti sul mercato a partire dal 2011 (anno in cui l’artista californiano diede la sua “mostra di laurea”), hanno raggiunto nel giro di tre soli anni la quotazione di 225 mila dollari in una vendita da Sotheby’s; superata a stretto giro da un altro record, con un dipinto battuto a 233 mila dollari (stavolta da Christie’s). Pochi mesi fa una serie di sue tele presentata a New York non è andata oltre i 30 mila dollari. Oggi Smith ha una quotazione di 12-18 mila dollari. Il valore sembra essersi dissolto nella pioggia rappresentata nelle sue tele.

Ma il suo non è un fenomeno isolato: lo stesso è accaduto a David Ostrowski, Dan Rees, Jacob Kassay, Hugh Scott-Douglas e il già citato Parker Ito, che di record in record sono poi stati drasticamente ridimensionati. Attenzione dunque ai numeri presentati al Tefaf: sembrano quelli di un mercato in salute, ma nascondono una bolla, pronta a conclamarsi non appena sarà chiaro che i danni del flipping dal segmento dell’arte giovane si stanno diffondendo in tutto il mercato.

A novembre 2015 un ritratto di un artista storicizzato come Francis Picabia è stato acquistato in asta a Parigi per 181 mila dollari. Sei mesi dopo lo stesso dipinto è stato battuto da Christie’s a New York, dove ha raggiunto la cifra di 580 mila dollari. Fu vera gloria? O, al riparo del grande nome (e di quelli di Gerhard Richter, Alexander Calder, e anche di mostri sacri come Bacon e Warhol) si sta consumando la speculazione prossima ventura?

 

[Foto in apertura di Suzanne Plunkett / Reuters / Contrasto]

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