Seguici anche su

23 marzo 2017

Le conseguenze della Frexit se vince Marine Le Pen

Se la leader del Front National venisse eletta, uno dei suoi primi provvedimenti potrebbe essere in direzione Frexit, per l'uscita dall'Ue. Cosa accadrebbe?

L'Alieno Gentile

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 marzo e in edizione digitale

Si avvicina la scadenza elettorale in Francia, e un solo candidato sembra certo di passare il primo turno e andare al ballottaggio quindici giorni dopo: Marine Le Pen, leader del movimento di estrema destra Front National. La terapia-shock proposta dalla Le Pen per raggiungere l’obiettivo del +2% di crescita annua del Pil, include un piano di forti riduzioni fiscali per le piccole e medie imprese e una rinegoziazione dell’appartenenza alla Ue, con la rottura del mercato unico e l’imposizione di dazi.

La leader del Front National ha anche promesso di proporre un referendum per la permanenza della Francia nell’euro e nell’Unione. Una ipotetica “Frexit”. Le esperienze del 2016 hanno indotto i mercati a premunirsi da tutte le possibili conseguenze, con l’effetto di far salire lo spread sui titoli francesi. Il rischio che il mercato “vede” è quello di ridenominazione del debito pubblico in un ipotetico redivivo Franco francese, come conseguenza di un’uscita unilaterale di Parigi dall’eurozona. Quella di ridenominare il debito in valuta sovrana è un’idea che solletica diversi palati anche in Italia.

In realtà le possibilità che la Le Pen vinca il secondo turno vanno da basse a infime a seconda di quale avversario dovrà fronteggiare, e anche in caso di vittoria le due camere del Parlamento francese sono saldamente presidiate dalle forze politiche europeiste. Per conquistare una maggioranza parlamentare il Front National dovrebbe andare molto oltre le aspettative nelle elezioni politiche del prossimo giugno, e ancora meglio in quelle del 2020, visto che il Senato rinnova ogni tre anni un terzo dei suoi componenti, e al momento il Fn non ha seggi.

Uno studio dell’americana J.P.Morgan stima che nel caso di creazione di una nuova valuta domestica a Parigi, i titoli francesi perderebbero valore fino a esprimere rendimenti del 10% sulle durate intorno a due anni, e 5-6% sui titoli decennali, che si assesterebbero poi al 4%. Un movimento che scaturirebbe come effetto di una svalutazione quasi istantanea della nuova moneta contro l’euro.

Un vero disastro per le imprese francesi impegnate con contratti di fornitura all’estero: sebbene la ridenominazione del debito pubblico da euro a valuta nazionale sia un percorso realizzabile, anche se irto di ostacoli legislativi, l’operazione non avrebbe effetto sui contratti tra privati appartenenti a legislazioni diverse, mettendo nei guai tutte le aziende impegnate in accordi in euro, che dovessero fatturare in un nuovo e svalutato franco.

La svalutazione dell’ipotetico Franco, poi, stimata dalla stessa J.P.Morgan nella misura del 15%, sarebbe solo la metà di quella che colpirebbe una eventuale Lira nell’estensione dell’esercizio al di qua delle Alpi. Lo spread della Francia (triplicato dai 25 punti dello scorso novembre ai 75 di oggi) esprime oggi un eccesso di prudenza dei mercati: la probabilità combinata di una vittoria della Le Pen e di un successivo successo del referendum per la Frexit è oggi nella misura di un misero 1%, secondo le stime di Algebris, la società di gestione di Davide Serra.

Lo stesso studio aggiunge una visione ottimista: data la correlazione fra disuguaglianze e consenso per le ricette populiste, ciò che finora ha frenato il successo delle economie europee, il welfare, può trasformarsi nella chiave che renderà l’Europa il baluardo mondiale contro l’ondata dei populismi.

[Foto in apertura di Jerome Sessini / Magnum Photos / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti