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22 marzo 2017

Così Erdogan seduce i giovani turchi tedeschi in Germania

Il Rais accusa la Germania di essere «nazista». Eppure guadagna consensi tra le ultime generazioni di emigrati. Che non si sentono davvero accettati

Andrea Affaticati

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 marzo e in edizione digitale

I rapporti tra Ankara e Berlino hanno raggiunto in queste ultime settimane un pericoloso livello di confronto-scontro. Lo scorso 14 febbraio veniva arrestato a Istanbul il giornalista turco tedesco, corrispondente del quotidiano Die Welt, Deniz Yücel, sospettato di essere, parola del capo di Stato turco Recep Tayyip Erdogan «una spia e un sostenitore di terroristi», cioè del Pkk. Berlino aveva chiesto, anche per voce della Kanzlerin Angela Merkel, il rilascio immediato del giornalista.

Inutilmente, perché Yücel ha anche la cittadinanza turca. E così diverse amministrazioni comunali – tra queste anche Colonia e Amburgo – all’ultimo momento hanno dato forfait, per inagibilità dei locali, a ministri turchi che li avrebbero voluto tenere comizi sul referendum presidenziale. Scuse pietose secondo Erdogan, che infuriato ha accusato i tedeschi di essere rimasti «nazisti».

 

Una dichiarazione di guerra

Parole pesanti come pietre – secondo il presidente della Comunità turca in Germania Gökay Sofuoglu pari a una «dichiarazione di guerra» – alle quali molti politici tedeschi hanno risposto con sdegno. E così, se nei giorni a seguire, il ministro degli Esteri, il socialdemocratico Sigmar Gabriel aveva cercato di non gettare ulteriore benzina sul fuoco, incontrando comunque a Berlino – per quanto nell’albergo Adlon e non in una cornice istituzionale – l’omologo Mevlüt Cavusoglu, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble aveva fatto sapere che toccava alla Turchia fare passi per riaggiustare la situazione.

Neanche a dirlo. I nuovi episodi che hanno visto negare l’ingresso ai ministri turchi in Danimarca e Olanda – con i messi di Ankara addirittura accompagnati alla frontiera – hanno riportato alle stelle la tensione, e Erdogan ne ha approfittato per rincarare la dose, sostenendo che il giornalista Yücel è «un agente e un terrorista» e accusando Merkel di «sostenere i terroristi». «L’accusa è chiaramente assurda», si è limitata a replicare gelida, tramite il suo portavoce, la Cancelliera.

 

Una comunità sempre più divisa

C’è chi spiega il nervosismo crescente della leadership di Ankara con sondaggi che non danno per certa la vittoria del fronte che vorrebbe il passaggio da un sistema parlamentare a uno presidenziale che accorderebbe, come vorrebbe Erdogan, ulteriori poteri al capo di Stato. Il referendum in proposito si terrà il 16 aprile prossimo e dei 3 milioni e passa di turchi residenti in Germania, 1,4 milioni potranno partecipare.

Già ma cosa pensano i turchi in Germania, da che parte si schierano, come voteranno il giorno del referendum? L’impressione è che nell’ultimo anno vi sia stata una specie di erdoganizzazione. Già la decisione presa lo scorso giugno dal Bundestag – votazione alla quale non ha però partecipato Merkel – di riconoscere ufficialmente il genocidio degli armeni, aveva visto protestare migliaia di turchi. Erano poi seguite lettere intimidatorie a politici tedeschi di origine turca, per esempio a uno dei capi dei Verdi, Cem Özdemir.

Il putsch fallito un mese e mezzo dopo, aveva, invece, dato il via a una campagna di sospetti, recriminazioni denunce e delazioni. I turchi all’estero erano stati invitati da Ankara a denunciare curdi e simpatizzanti del movimento di Fethullah Gülen, da tempo residente negli Stati Uniti e, secondo Erdogan, il vero mandante del putsch. Un invito colto, a quanto pare molti turchi (anche in Austria e Olanda) che si sono avvalsi di un numero telefonico appositamente dedicato alla delazione.

A confermarlo una ricerca/inchiesta condotta dalla redazione del programma Cosmo, del canale pubblico Wdr, di cui il giornalista Erkan Arikan, in Germania da quando era in fasce, è il responsabile per la parte turca. «Bisogna immaginarsi la situazione», racconta Arikan, raggiunto telefonicamente a Colonia. «Un tempo nelle moschee si pregava fianco a fianco, indipendentemente da chi si sostenesse, Erdogan o Gülen. Ora i sostenitori di Gülen non possono più mettervi piede. Una spaccatura che si è prodotta in parte anche nelle scuole, dove alcuni ragazzi non si parlano più, perché i genitori si sono denunciati a vicenda».

 

I tedeschi si sentono un corpo estraneo

Una pratica, quella della delazione, che parrebbe inconcepibile per chi vive da una vita in Germania. Eppure tra i sostenitori di Erdogan ci sono anche le terze e quarte generazioni di turchi, dunque nati e da sempre vissuti qui. Ma come è possibile che non si rendano conto o addirittura appoggino la svolta dispotica di Erdogan? «Il fatto è che, soprattutto la terza e la quarta generazione è si integrata, parla spesso perfettamente tedesco, sono dunque generazione “arrivate” che però non si sentono accettate», spiega Arikan.

E questo non sentirsi mai veramente parte, questo percepirsi come corpo estraneo senza possibilità di appello, crea anche risentimento. Un risentimento che si nutre tra l’altro della convinzione che i tedeschi usino due pesi e due misure. Da tempo tutto viene visto e giudicato attraverso l’agire di Erdogan. «Una focalizzazione, sono convinti, dovuta in primo luogo al fatto che il presidente è un musulmano», spiega al telefono Yasar Aydin, sociologo e docente di politica estera turca ad Amburgo, anche lui arrivato piccolissimo, a quattro anni, in Germania. «Politici dal piglio simile, per esempio il capo di stato russo Vladimir Putin o il premier ungherese Viktor Orban, sono, a loro avviso, trattati meno severamente».

Altra questione mal digerita, è l’ingresso nell’Unione Europea della Turchia, rivelatasi vieppiù una chimera. E il motivo è quello già sopra detto: perché è un Paese musulmano. Infine, ennesima promessa non mantenuta, l’abolizione del visto. «L’accordo dello scorso marzo tra Ue e Turchia riguardo ai profughi prevedeva tra le contropartite per poter rimandare in Turchia i profughi arrivati con gli scafisti sulle coste greche, l’abolizione del visto. Questa parte non è stata onorata», ricorda Aydin.

 

L’onda lunga del fallito colpo di stato

L’Ue potrebbe giustificarsi adducendo primo, che la Turchia non è ancora in regola con tutti i requisiti, e secondo, la situazione venutasi a creare dopo il fallito putsch: gli attacchi alla libertà di espressione, di stampa, il clima di sospetti e di caccia alle streghe, cioè degli oppositori di Erdogan. Tutto vero, dice Aydin, ma è anche vero che «il susseguirsi di attentati, il fallito golpe, il conflitto in Siria hanno generato una situazione che ha messo la sicurezza al primo posto dell’agenda politica e dei turchi, ai quali interessa più l’integrità e la sicurezza della nazione che la salvaguardia della democrazia».

Alla domanda se a loro avviso sia cresciuto negli ultimi tempi, mesi il numero di sostenitori di Erdogan anche tra la comunità turca in Germania sia Arikan che Aydin rispondono di si, per quanto non vada dimenticato che si tratta di una comunità molto eterogenea. «I motivi di questo crescente sostengo sono diversi», spiega Aydin: «Per molti Erdogan è colui che ha rimesso in piedi economicamente il Paese. Inoltre piace che sappia difendere gli interessi della Turchia, e se del caso anche con modi energici, non schivando scontri, nemmeno con l’Ue».

A proposito di prese di posizione: è entrato negli annali il discorso del 2008 tenuto da Erdogan a Colonia, nel quale affermava che l’assimilazione è un «crimine contro l’umanità». In quel discorso, l’allora premier aveva però sollecitato anche i suoi concittadini a impegnarsi di più nella politica tedesca. Ora, visti gli ultimi sviluppi, la domanda che ci si pone è: non è che la comunità turca rischia di diventare un pericolo per la democrazia tedesca? «Non, assolutamente no», ribatte Arikan deciso.

«L’appello di Erdogan allora era di integrarsi e sì, di impegnarsi politicamente, ma solo per rappresentare interessi e bisogni della comunità turca». Venendo al referendum. Ancora prima di sapere cosa hanno votato i turchi in Germania sarà interessante vedere quanti andranno a votare. «Alle parlamentari del 2015 aveva votato giusto il 40 per cento», fa notare Aydin. Non è escluso che questa volta siano di più «perché anche chi è contro la riforma dovrebbe essere particolarmente motivato a esprimere il proprio voto».

 

[Foto in apertura di Chris McGrath / Getty Images]

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