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21 marzo 2017

Tra antichi e nuovi padroni del Brunello di Montalcino

Accanto alle famiglie storiche, stanno arrivando i magnati stranieri. E si cerca una sintesi tra produzione tradizionale e allargamento del mercato

Cristiano Barducci

Ci sono vini che valgono oro e momenti della storia in cui i vigneti possono diventare, assieme al prezioso metallo, bene rifugio in un mondo in crisi economica. In un mercato globale in cui la domanda vive una crescita senza pause da più di un anno, esperti e speculatori guardano soprattutto ai vini d’alta gamma, i cui prezzi hanno toccato il picco più alto da ottobre del 2011. S’investe anzitutto in fondi: complice la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, gli investitori utilizzano strumenti finanziari gestiti da intermediari inglesi, resi appetibili dalla sterlina più debole.

«Certo non è il tipo di operazione adatta a tutti», ha detto a Bloomberg Charles Boulton, broker londinese della Plc Bank, «molti fondi di questo tipo sono piccoli e possono avere problemi di liquidità. L’orizzonte temporale prima di avere un ritorno è relativamente lungo». Eredità per i figli, per i nipoti? Stesso problema quando la finanza decide di scendere in campo, acquistando direttamente la terra in un’importante area di produzione. Montalcino – dove un ettaro vitato a Brunello è quotato dai quattro ai cinquecentomila euro – è un nome immediatamente riconoscibile a ogni tipo di orecchio.

In questo fazzoletto di terra tra Siena e Grosseto dove le colline guardano al monte Amiata sta accadendo un fenomeno a velocità diverse, con il vecchio e nuovo in cerca di una sintesi. «Il vino si fa in vigna e non in cantina», è il mantra ripetuto da più parti. Come in altre zone fortemente legate alla tradizione ci si divide, tra i duri e puri per i quali “il Brunello di natura è un vino possente, che scuote” e il dover tener conto di una grande fetta di consumatori che vogliono vini sempre più leggeri, nel gusto e nella gradazione.

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[Foto in apertura di Andrea Benjamin Manenti]

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