Seguici anche su

21 marzo 2017

Ho incontrato il tecnoguru Nakul Sharma

Ha 33 anni. La sua Hostmaker, che gestisce soggiorni su Airbnb, ha raccolto finanziamenti record. E ora sbarca a Roma. Ritratto d’un enfant prodige

Flavia Gasperetti

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 marzo e in edizione digitale

«Questa è la nostra prima presentazione, è un piacere vedere così tanti giornalisti interessati a noi» E poi: It’s humbling, continua Nakul Sharma, Ceo della startup Hostmaker. Una formula che tradurre in italiano dà sempre risultati sgraziati, e infatti il suo bravissimo interprete ha un momento di esitazione e tira avanti.

Mi viene da chiedere cosa, esattamente, possa farti sentire umile di questa esperienza quando sei un trentenne di Mumbai guru della sharing economy, quando la tua startup ha appena ricevuto un finanziamento record, sei milioni e mezzo di dollari da un fondo di venture capital francese; quando sei a Roma a lanciare la tua quarta operazione internazionale nella sala degli Affreschi di Palazzo Fiano Almagia di Piazza San Lorenzo in Lucina (la sala pare echeggiare ancora delle maledizioni scagliate dallo spirito dei berlusconiani costretti a lasciarla, ma questo magari il buon Sharma non lo sa, beato lui!).

Hostmaker è una società di homestaying dedicata alla gestione completa dei soggiorni di chi prenota una casa su Airbnb, uno di quei servizi destinato a prosperare perché fa contenti tutti: è contenta la piattaforma ospitante, che non ha da temere sorprese; è contento il viaggiatore, a cui sono offerti in un’unica soluzione tutti i vantaggi di un soggiorno in casa privata e quelli di un’esperienza alberghiera di alto livello; ed è contento il padrone di casa, che non deve più improvvisarsi albergatore e vede i suoi profitti crescere.

La conferenza stampa prosegue, dettagliata e assai istruttiva, ci sono le slide, le cifre, le proiezioni, molto approfondimento sulle mille declinazioni dell’homestay e sui suoi margini tutt’ora grandi di crescita potenziale. Tutto questo è molto interessante ma io sono qui per parlare con lui, con Nakul Sharma il guru, e siccome io di startuppari guru non ne ho conosciuti mai la mia testa è piena di domande ingenuotte e osservazioni senza senso.

Cose come: “Ma quanto è ricco, sarà ricchissimo?”… E quelle Converse bianchissime che indossa, le più bianche che abbia mai visto, ogni sera le butta? Ha una stanza piena solo di Converse bianche nuove ancora nella loro scatola? O magari non cammina mai all’aperto e le sue candide suole non hanno mai nemmeno sfiorato un marciapiede? Nakul Sharma non è fotogenico, nelle immagini che avevo visto sembra più vecchio e, non so, più gommoso. Dal vivo dimostra anche meno dei suoi trentatré anni – le suddette converse, i jeans col risvoltino, camicia bianca e golf blu, occhiali.

Un bravo ragazzo di quelli che la mamma dev’essere tanto fiera. Come tutti qui, ho fatto le mie ricerche e ho appreso alcuni dati interessanti. Ad esempio, Sharma, che prima di fondare Hostmaker lavorava come esperto di gestione per grandi catene alberghiere, è finito quasi per caso in questo settore. «Prima di andare alla Hotel School, non ero mai uscito dall’India, e nemmeno i miei familiari» racconta, dopo, quando siamo soli nella saletta attigua al buffet e ci viene servito un caffè che bevo solo io.

Figlio di un ingegnere della marina militare e di un’insegnate, le strade possibili erano quelle tracciate dalle aspettative classiche di una famiglia indiana middle-class: ingegneria, economia, magari legge. «Quando ho finito le superiori, tutti in India volevano diventare sviluppatori di software. Io no, non mi andava di fare quello che facevano tutti», mi spiega.

Gli chiedo quale fosse il problema, una scarsa attitudine per l’IT o una questione di anticonformismo e lui ride. Si trattava evidentemente della seconda, ammette. La ribellione, l’anticonformismo li scopri dove non te li aspetti, davvero niente del suo contegno da primo della classe, occhialuto e un po’ preppy, mi aveva preparato all’idea di trovarmi di fronte alla pecora nera della famiglia. «E tuo fratello, poi, che strada ha preso?» «Lo sviluppatore di software».

Era un ragazzino normale, dice, ma un po’ ostinato, quello sì, non obbediente. «E le famiglie indiane sono molto gerarchiche, un po’ come qui, magari?». Non ho la forza di contraddirlo. Lo incalzo alla ricerca di un’esperienza damascena che possa aver guidato la sua scelta, cerco indizi di una vocazione, i segni di una precoce fascinazione per l’opulento mondo dell’hotellerie di lusso e non ne trovo. «Ma tu eri mai stato in un albergo?», gli chiedo. «Solo a mangiare».

Sharma mi spiega che in India i migliori ristoranti di solito sono quelli degli alberghi e quella era stata la sua unica esperienza di prima mano quando decise di lasciare Mumbai per andare a Shannon, Irlanda, novemila abitanti, sede dello Shannon College of Hotel Management e di poco, pochissimo, altro. «È stato un po’ uno shock», ammette. Che sia per smodata etica del lavoro, o perché molto più ambizioso di quanto dia a vedere, il racconto dei suoi anni successivi passati a farsi le ossa nelle più grandi catene alberghiere del mondo fa pensare che Sharma non sia proprio uno che si lascia vivere.

Anche adesso, che Hostmaker ha allargato il suo campo d’azione da Londra per includere Parigi, Roma e Barcellona, viaggia per lavoro gran parte della settimana, e una sua giornata lavorativa tipo comincia all’alba per finire alle undici di sera. «Ma adesso non mi pesa, non mi sembra nemmeno di lavorare». Io sono esausta al solo pensiero. Cinema? Palestra? No. «Ti tocca sacrificare le relazioni, la salute anche. Lo metti in conto ma è per un periodo determinato, poi basta».

Gli chiedo che tipo di imprenditore è, visto che io ho in mente solo due modelli cliché: ti vedi come uno di quelli tutto nervi, un idrofobo alla Alan Sugar, o uno visionario e preso bene, in stile Richard Branson? (questa parte della domanda me la tengo per me, perché conosco la vergogna). Sharma ride. «No, quella che si stressa è mia moglie. Siamo abbastanza ying e yang, da questo punto di vista. Solo se vedo che lei non si preoccupa, mi preoccupo tantissimo». Sua moglie l’abbiamo vista prima in un breve video durante la conferenza stampa.

Ha lasciato la sua professione di avvocato finanziario per lavorare con lui a Hostmaker a tempo pieno. Anche l’idea di aprire un’impresa è nata un po’ per caso: dopo un viaggio a Roma i due hanno deciso di diventare host e affittare la loro casa londinese su Airbnb. È stato così che si sono resi conto che è difficile farlo bene se non sei un professionista dell’ospitalità e che una società intermediaria poteva funzionare.

Ha funzionato così bene che la piattaforma è cresciuta del 400% solo nel 2016 e potrebbe espandersi a coprire gradualmente le altre 25 destinazioni top di Airbnb. Qual è il lieto fine, mi chiedo, se sei l’enfant prodige dell’hotellerie? Vendere tutto e andare in pensione a quarant’anni? Vendere tutto e passare ad altro? Continuare, continuare continuare? Sharma su questo è sibillino: per esperienza, dice, in questo campo non puoi permetterti previsioni oltre i sei mesi. Qualcosa mi dice che la palestra e il cinema dovranno aspettare…

Quando alla fine ci salutiamo non resisto, gli chiedo delle scarpe immacolate. Le ha comprate due settimane fa, dice, forse deluso di dovermi spiegare una tale ovvietà. In un attimo fa carta straccia delle mie sciocche fantasie di calzature usa e getta, cabine armadio da sceicco, vezzi di milionario eccentrico. «No, non sono così ricco. Ancora».

[Foto in apertura TS Photography / Getty Images]

Altri articoli che potrebbero interessarti