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17 marzo 2017

Web tax, l’Unione dove ognuno fa per sé e Apple per tutti

La commissaria Vestager porta avanti la sua crociata contro l’elusione delle multinazionali, ma è sola. Nonostante le indicazioni dell’Ocse, ancora non c'è accordo

Gaia Giorgio Fedi

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 marzo e in edizione digitale

Se l’Italia torna a riflettere sulla web tax, l’Europa non ha ancora trovato un accordo per arrivare a una legge comune sulla tassazione dell’economia digitale. Non perché il problema dello stateless income, il reddito che le grandi corporation tech producono in Paesi diversi da quello di residenza e che viene tassato in un altro Stato, normalmente a fiscalità benevola – sia un tema indifferente alla Ue, che anzi sta portando avanti una serie di iniziative per contrastare il fenomeno.

 

La crociata del commissario Vestager

Innanzitutto con la crociata del commissario danese alla Concorrenza, Margrethe Vestager, contro i tax ruling con cui le multinazionali ottengono in alcuni Stati membri condizioni per pagare tasse ridicole: come Apple, condannata lo scorso anno a pagare all’Irlanda 13 miliardi di euro di pregressi benefici fiscali, giudicati come aiuti di Stato.

La Commissione ha in corso anche indagini su Amazon (nonché di Gdf Suez e McDonald’s) in Lussemburgo, e sta rivedendo oltre un migliaio di ruling in tutta Europa. Sul piano regolatorio, la faccenda è più complessa. Nel 2013 l’incarico di studiare la questione è stato affidato a un Gruppo di esperti sulla tassazione digitale che – in un report presentato l’anno dopo alla Commissione Barroso – ha concluso che «non dovrebbe esserci un regime fiscale speciale per le società digitali» ma piuttosto un adattamento delle regole generali.

«Il report del gruppo di esperti è un documento pubblicato nel 2014, nello stesso periodo in cui a livello Ocse erano già in corso i lavori per il progetto Beps, di cui il report anticipa alcuni contenuti e condivide alcune posizioni», osserva Dario Sencar, partner di PwC Tax and Legal Services. «Anche se l’Ocse ha dedicato uno dei rapporti Beps al problema della fiscalità dell’economia digitale, non ha voluto sviluppare niente di specifico, perché ormai il digitale non è un settore dell’economia, ma è l’economia stessa che tende a digitalizzarsi», argomenta Sencar.

EU Competition Commissioner Vestager speaks during an interview with Reuters in Brussels

Il rapporto degli esperti sulla web tax

Nel report, il gruppo di esperti ha distinto tra soluzioni di breve periodo e soluzioni di lungo: «Nel breve, le misure coincidono con alcune previsioni Beps, che la Commissione ha inserito in alcune direttive, per esempio la direttiva Atad (Anti-tax Avoidance Directive) contro la pianificazione fiscale aggressiva, la direttiva sullo scambio di informazioni, il country by country reporting, la Ccctb (Common Consolidated Corporate Tax Base, che mira a creare una sola base imponibile in tutta Europa, ndr) obbligatoria per i grandi gruppi», articola Sencar.

La Ue è al lavoro quindi soprattutto per migliorare la trasparenza generale del sistema e ridurre le falle che rendono possibile alle grandi corporation – soprattutto quelle tecnologiche, per caratteristiche intrinseche legate al tipo di business – di pagare pochissime tasse. «Ma sulle sfide di lungo periodo si è deciso di rimandare la soluzione a un momento successivo.

Alcune misure Beps sarebbero già in grado di risolvere molti dei problemi legati agli stateless income, ma resterebbero le sfide più ampie legate ad aspetti strutturali, non risolvibili con regole ormai vetuste, che andrebbero affrontate da tutte le legislazioni coinvolte. Anche la Ue da sola può fare poco: un’azione che vincoli solo 28 Stati sarebbe comunque in qualche modo unilaterale», osserva Sencar.

 

Il difficile accordo tra gli Stati

Il problema è che anche in Europa non è facile raggiungere un consenso. Tecnicamente, il ruolo dell’Unione in materia fiscale è limitato alla vigilanza sulla coerenza delle normative nazionali con le politiche comunitarie, quindi ogni decisione in merito impone il consenso unanime degli Stati membri. Un obiettivo complesso in una situazione in cui convivono Paesi con politiche agli antipodi in materia fiscale. E che spiega perché una parte importante della battaglia contro l’elusione sia portata avanti da Vestager, sotto il vessillo della concorrenza e degli aiuti di Stato.

La difficoltà a trovare un’intesa sui regimi di tassazione è testimoniata dalla vicenda della Ccctb, la base imponibile comune consolidata per le imprese: una versione delle regole, più ambiziosa, approvata dalla Commissione nel 2011, si era poi arenata al Consiglio, ed è stata rilanciata a ottobre 2016 dalla attuale Commissione con una nuova formulazione.

«La Ccctb è ben vista sia dai professionisti, sia dalle imprese, ma non dagli Stati che sono molto riluttanti ad abbandonare le proprie regole», commenta Giampiero Guarnerio, socio dello studio di Roedl & Partner e membro del Tax Policy Group di Accountancy Europe, la federazione europea degli esperti contabili impegnata a seguire da vicino i lavori Ue in materia fiscale.

«Per ora, le iniziative che hanno avuto maggiore successo sono state quelle di natura indiretta, mirate a migliorare la trasparenza del sistema: come il Country by Country Reporting (CbCR), che prevede lo scambio di informazioni fiscali tra gli Stati», argomenta Guarnerio.

 

Gli accordi già conclusi

Sul CbCR, i Paesi membri hanno trovato un accordo in appena 40 giorni. Per l’intesa politica sulla trasparenza fiscale, con le regole sullo scambio automatico di informazioni sui tax ruling, in vigore dal primo gennaio di quest’anno, ci è voluto un po’ di più, sette mesi, e anche la direttiva contro l’elusione fiscale (Atad) è riuscita a passare il vaglio del Consiglio (e quindi degli Stati).

«Sul resto è difficile trovare un’intesa», osserva Guarnerio. «Probabilmente in futuro si troverà una soluzione in un’imposta sui consumi, che però per funzionare dovrebbe essere adottata ovunque, non solo in Europa». Il caso della Ccctb, su questo fronte, è emblematico. La costruzione di una base imponibile comune per le imprese nella Ue sarebbe un passo decisivo verso una piena integrazione economica.

«Se ne parla da una ventina d’anni, ma finora non si è riusciti a imporre una base imponibile unica», osserva Guarnerio. «La versione del 2011 della Ccctb è stata boicottata dagli Stati, oggi c’è una nuova proposta della Commissione che prevede che le società in Europa facciano un unico bilancio consolidato con un unico reddito imponibile che poi viene allocato in vari Stati in proporzione a determinati parametri (un po’ come facciamo noi con l’Irap): costo del lavoro, fatturato e investimenti.

Il problema è che gli Stati – che possono avere strutture produttive incentrate maggiormente sul lavoro o sugli investimenti – non sono d’accordo sul peso da attribuire ai diversi parametri», aggiunge. Per questo la proposta della Commissione prevede che in una prima fase si trovi un accordo su una semplice Cctb (senza una “c”, cioè base imponibile societaria comune, senza il consolidamento, che verrebbe applicato in un momento successivo), che però le stesse lobby delle imprese giudicano poco efficace.

«Queste regole, una volta approvate, verranno trasposte in una direttiva e non in un regolamento. Questo significa», argomenta Guarnerio, «che i dettagli saranno lasciati ai singoli Stati, che hanno principi civilistici ben diversi tra loro, con il rischio di non ottenere una vera uniformità».

 

[Foto in apertura di Yves Herman / Reuters / Contrasto]

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