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12 marzo 2017

Difesa comune europea, un fondo da 5,5 miliardi

Nuovi organismi per centralizzare le funzioni militari. Il supporto della Commissione Ue. L’adesione di Stati esterni. E, soprattutto, molti soldi in arrivo

Emilia Audino

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 marzo e in edizione digitale

Mentre l’Europa della politica si avvicina alla più incerta tornata elettorale della sua storia, l’Europa della difesa comune vive un momento di rinascita mai sperimentata negli ultimi sessant’anni. E forse non è un caso se lo stesso giorno in cui Hollande accoglieva a Versailles i primi ministri Merkel, Rajoy e Gentiloni per condividere le preoccupazioni sulla tenuta dell’Unione assediata dai populismi, a poche centinaia di chilometri più a nord la difesa comune europea muoveva i suoi primi passi operativi

A Bruxelles i ministri degli Esteri e della Difesa dei 28, insieme all’Alto rappresentate Mogherini e al vice presidente della Comissione Katainen, si sono riuniti per dare seguito all’Agenda di Bratislava sulla difesa, cioè rispondere in maniera unitaria alle crisi e investire per costruire una capacità militare europea. Sul piano operativo le decisioni fondamentali hanno riguardato l’istituzione di una nuova struttura militare, il Military Planning and Conduct Capability (Mpcc), una sorta di quartier generale centrale con sede a Bruxelles in grado di pianificare e coordinare le missioni militari all’estero.

Sul piano istituzionale, invece, si è decisa la creazione di una struttura permanente di cooperazione (Pesco), pensata per attrarre adesioni su progetti specifici nell’ambito della difesa. E infine la vera novità: i soldi. Per la prima volta hanno iniziato a circolare le cifre che dovrebbero esser messe sul tavolo. Cifre importanti, che ruotano attorno ai 5 miliardi e mezzo. Ritorniamo al piano operativo.

La nuova struttura militare permanente (Mpcc) presenta due novità di rilievo rispetto al passato. Da una parte accentra le funzioni finora suddivise tra i 5 quartieri generali operativi in Europa (Parigi, Londra, Postdam, Roma e Larissa), ognuno dei quali responsabile solo in parte di determinate missioni all’estero. La seconda è il ruolo che questa nuova struttura andrà a ricoprire quando affiancherà la sua omologa civile (Cpcc) nella pianificazione delle missioni all’estero. Al momento queste missioni sono suddivise tra militari (6), civili (8) e miste (3). È possibile che in futuro la pianificazione diventi congiunta, militare e civile. Un cambiamento non da poco.

Per il momento la nuova struttura, operativa da giugno con un personale di una trentina di unità, sarà responsabile solo delle missioni militari non esecutive, cioè quelle che riguardano addestramento e formazione, e opererà in Mali, Somalia e Repubblica Centroafricana. Tra un anno circa, secondo fonti qualificate, dovrebbe includere anche le missioni esecutive.

Sul piano politico, invece, la novità di maggior rilievo circa la Pesco, la struttura di cooperazione permanente, riguarda la possibilità per gli Stati (anche quelli fuori dalla Ue come la Norvegia) che vogliono partecipare a specifici progetti in ambito di difesa, di collaborare liberamente. Uno dei primi progetti, sponsorizzato dalla Germania, è l’istituzione di un polo ospedaliero militare europeo per le missioni all’estero.

La sanità militare tedesca, del resto, ha sviluppato esperienza e credibilità in questi anni e in Europa il principale ospedale militare di riferimento è quello a comando Nato di Ramstein. Per gestire una collaborazione che si vuole più intensa è stato istituito anche un consiglio permanente di difesa, il Card, che si riunirà periodicamente.

In tutto questo un altro cambiamento significativo è il ruolo giocato dalla Commissione europea. E la partecipazione del vice presidente della Commissione Katainen a una riunione di ministri di Esteri e Difesa è lì a dimostrarlo. Non era mai successo prima. Finora la Commissione si era tenuta ben lontana dalla difesa.

Stavolta invece è stato stabilito un Fondo di spesa per la difesa e le cifre che circolano, per ora ufficiose, sono importanti: 500 milioni di euro per progetti di ricerca e sviluppo da inserire nel prossimo budget, e addirittura 5 miliardi di euro per le capacità militari, cioè sistemi d’arma, personale e addestramento. Una previsione di non poco conto, ma non si può dire fosse così bassa nemmeno la spesa militare dei singoli Paesi europei.

Basti pensare che l’Europa destina già alla difesa circa il 50% di quanto spendono gli Stati Uniti, solo che il suo rendimento è stato finora infinitamente più basso, si stima intorno al 15%. L’80% della spesa militare europea è una spesa nazionale, frammentata in una moltitudine poco efficiente di eserciti bonsai che spendono molto e fanno poco. Nella prospettiva di un’economia di scala a livello europeo, questa spesa per la difesa potrebbe dare risultati più efficienti in termini di prestazioni e forse di maggiore indipendenza politica dalla Nato nel lungo periodo.

È stato Hollande, del resto, a suggerire questa chiave di lettura: «L’Europa deve evitare qualsiasi dipendenza che possa renderla nei fatti sottomessa». Che la difesa europea sia una risposta a Trump e in generale alle minacce crescenti? Forse, se la Ue vacilla, la difesa europea prende il volo.

[Foto in apertura di Ints Kalnins / Reuters / Contrasto]

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