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12 marzo 2017

Insegnare in inglese non è anti-italiano

Nel mondo le università di eccellenza istituiscono corsi in inglese per attrarre talenti. Ma in Italia professori e intellettuali si indignano

Enrico Pedemonte

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 marzo e in edizione digitale

Quando nel 2012 l’allora rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone, annunciò di voler avviare dal successivo anno accademico interi corsi di laurea magistrale e un dottorato di ricerca esclusivamente in inglese, l’Accademia della Crusca organizzò un convegno da cui nacque un agile libretto con un titolo garbatamente provocatorio: Fuori l’italiano dall’università? (editore Laterza). Qui tra decine di interventi di cattedratici e intellettuali – generalmente contrari a una decisione considerata troppo drastica e unilaterale – spiccava l’intervento dello scrittore Claudio Magris che immaginava un “redivivo Alberto Sordi” che, smessi i panni dell’attore e indossati quelli paludati del rettore universitario, replicava la memorabile scenetta del romano de Roma.

Nel film Un americano a Roma Alberto Sordi cercava invano di sostituire gli spaghetti e i vini dei Castelli con hamburger e Coca-Cola. E Claudio Magris commentava: «L’idea di fare, nell’università italiana, dell’inglese la lingua unica e obbligatoria dell’insegnamento è una gag come quella scenetta di Sordi e ignora il monito della canzone di Carosone ma si nato in Italy».

Allora millecinquecento docenti e intellettuali scrissero una lettera aperta protestando contro quella decisione. Seguì una battaglia di carte bollate che portò a una pronuncia del Tar; poi a un ricorso al Consiglio di Stato che si appellò alla Corte Costituzionale e a una sentenza – emessa il 24 febbraio – che il giurista Sabino Cassese sul Foglio ha definito «contorta».

 

Una sentenza pilatesca

In sostanza la sentenza ritiene legittima l’attivazione di corsi in lingua inglese, anche se invita gli atenei a fare queste scelte «con ragionevolezza». Un giudizio pilatesco che non chiude il problema e ha provocato una naturale coda di polemiche. Sono trascorsi quasi cinque anni, e la frattura all’interno dell’accademia italiana non si è ricomposta.

Il problema, espresso in parole semplici, è questo: le università di eccellenza, in tutto il mondo, stanno da anni cercando di attrarre gli studenti di maggiore talento che si spostano sempre più spesso da un paese all’altro per frequentare corsi di laurea, master e dottorati in università prestigiose. Ormai, a livello internazionale, l’insegnamento in queste università avviene in inglese. E la rivolta di parte dell’accademia che non accetta la dittatura dell’inglese non è solo un problema italiano. In Francia, nel 2013, avvenne qualcosa di simile.

 

Il precedente francese

Fino ad allora la legge Toubon, varata nel 1994, proibiva formalmente l’organizzazione di corsi in inglese nelle scuole pubbliche (dalle materne all’università), e persino le visite di docenti stranieri che non parlassero la lingua di Molière. D’altra parte la Francia è il paese dove computer si dice ordinateur, e dove la legge obbliga i dipendenti dello Stato a evitare anglicismi: il marketing è stato bandito a favore del francofono mercatique. Ma persino in un paese come la Francia, nel 2013, la ministra dell’università Geneviève Fioraso presentò una nuova legge che alleggeriva quell’imposizione legalizzando l’adozione dei corsi in inglese.

L’obiettivo era dichiarato e programmatico: aumentare il numero di studenti stranieri nelle università dal 12% al 15% entro il 2020. E naturalmente, facilitare l’arrivo di talentuosi ricercatori stranieri. Ovviamente la proposta suscitò ondate di proteste, persino minacce di scioperi. L’Académie française, cugina dell’Accademia della Crusca, arrivò a parlare di «assassinio linguistico» e il noto giornalista televisivo Bernard Pivot, conduttore di Apostrophes, predisse che in seguito a quella infausta decisione il francese sarebbe diventata «una lingua morta». La ministra tirò dritto. Disse, sprezzante, che senza quella riforma «le università francesi sarebbero finite con cinque persone attorno a un tavolino a parlare di Proust».

Aggiunse che nel 2013, nonostante la proibizione di legge, nelle Grandes Écoles – le strutture formative di punta dell’istruzione superiore francese – si tenevano già 790 corsi in inglese «aggirando la legge Toubon senza che nessuno avesse niente da ridire». Infatti chi guidava le Grandes Écoles aveva giudicato inaccettabile tagliarsi fuori dal grande mercato internazionale dell’istruzione: nessuna università di eccellenza può rinunciare ad attrarre studenti e docenti di talento. E alla fine la ministra vinse la sua battaglia e oggi in molte grandi università francesi interi master e dottorati si tengono in lingua inglese.

 

La lingua della comunità scientifica

Ma per capire quello che sta avvenendo, è interessante collocare il problema della lingua inglese in un contesto più largo. Nel 2015 Michael Gordin, uno storico di Princeton, pubblicò un’opera quasi monumentale che affrontava in modo rigoroso il problema della comunicazione all’interno della comunità scientifica. Il titolo era esplicito: Scientific Babel: How Science Was Done Before and After Global English (“La Babele scientifica: come si faceva scienza prima e dopo l’inglese globale”, University of Chicago Press). Leggendo il libro di Gordin si imparano alcune cose che val la pena segnalare.

1. Molti pensano che prima dell’inglese la lingua franca utilizzata dagli uomini di cultura fosse il latino, ma la realtà è più complessa. Ai tempi dell’Impero romano, nel Mediterraneo il latino fu subordinato al greco e all’arabo. Divenne la lingua di elezione degli eruditi solo nel Medio Evo e lo rimase fino al Rinascimento, ma ben presto nelle scienze naturalistiche fu affiancato da altre lingue: soprattutto olandese, inglese, svedese e italiano.

2. L’idea di creare una lingua franca per la comunicazione della scienza risale alla notte dei tempi. Ildegarda di Bingen creò la “lingua ignota” per suo uso personale nel XII secolo. Cartesio espresse questa necessità nel 1629, accogliendo un generale sentimento di insoddisfazione verso il latino. Verso il 1880 Johann Martin Schleyer, sacerdote cattolico del Baden (Germania), creò il Volapük affermando di essere stato chiamato da Dio a inventare una lingua internazionale. L’esperanto arrivò subito dopo, nel 1887, grazie all’ebreo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof, che la definì «lingua pianificata inter-nazionale». Persino il matematico italiano Giuseppe Peano, all’inizio del Novecento, si occupò del problema, invocando un’“interlingua” (Latino sine flexione) per arrivare a un linguaggio standard a livello internazionale. Ma anche in quel caso si trattò solo di un’invocazione senza speranza – e pensare che a quei tempi molti matematici si sentivano obbligati a imparare l’italiano solo per leggere le pubblicazioni di Peano!

3. Nel suo libro Gordin pubblica un grafico chiarissimo che mostra l’evoluzione delle lingue usate nella comunicazione scientifica. Già verso il 1900 l’inglese era la lingua più utilizzata (con circa un terzo delle pubblicazioni) con francese e tedesco che seguivano appena sotto il 30%. Poi, per un breve periodo, l’inglese ebbe un calo e il tedesco diventò la lingua dominante (tra il 1910 e il 1930 era sopra il 40%). Ma questa fase durò poco. A partire dal dopoguerra l’inglese ha progressivamente consolidato il suo dominio. Solo il giapponese ha tentato una vana resistenza all’inizio degli anni Novanta (quando toccò il 20%). Fu solo una fiammata. Oggi la scienza parla inglese. Nel 2010, nei giornali scientifici internazionali di maggiore prestigio gli articoli pubblicati in inglese erano ormai più del 98% del totale. Le altre lingue erano ridotte ai decimali. In nessun momento della storia umana una lingua è stata altrettanto dominante nella comunicazione della scienza.

 

Il futuro nei traduttori automatici?

Cosa accadrà in futuro? Nessuno lo sa ovviamente, neanche Gordin. Alcuni pensano che l’unica minaccia all’inglese possa arrivare dal mandarino, vista l’irresistibile ascesa economica di Pechino e la crescita della popolazione cinese. Da parte sua Lawrence Summers, ex ministro dell’Economia di Clinton ed ex rettore ad Harvard, pensa che presto i cittadini del mondo smetteranno di investire tanto tempo per imparare una seconda lingua.

La motivazione invocata da Summers può sembrare bizzarra ma è invece assai acuta. L’accelerazione della potenza dei computer (descritta dalla legge di Moore) ha consentito un enorme balzo in avanti nell’efficienza dei traduttori automatici. Strumenti come Google Translate stanno migliorando ogni giorno le proprie prestazioni, grazie alla brutale forza statistica consentita da computer sempre più potenti. Presto il traduttore vocale sarà integrato nei cellulari, e questo renderà la comunicazione assai più facile di un tempo.

 

Società aperta o chiusa?

Ma a parte questa digressione futuristica, accertata la dittatura dell’inglese nel mondo della scienza e della cultura internazionale, perché stupirsi se un’università di eccellenza come il Politecnico di Milano, uno dei pochi atenei italiani a non sfigurare nelle classifiche internazionali, sceglie di parlare inglese nelle scuole di dottorato e negli ultimi anni dell’università (laurea magistrale)?

La prima obiezione è che alcuni professori non parlano inglese in modo fluente e quindi l’insegnamento da loro praticato può risultare meno efficace. Ma come possono questi professori mantenersi allo stato dell’arte delle conoscenze se non riescono a esprimersi fluentemente nella lingua franca della scienza internazionale?

La seconda obiezione riguarda gli studenti: è discriminatorio imporre loro di imparare una lingua straniera per frequentare un’università italiana? Certo, una decisione simile, in un Paese dove sono ancora pochi i giovani che parlano l’inglese in modo accettabile, può apparire una forzatura, e probabilmente lo è.

Alcuni professori, specie gli anziani, possono sentirsi messi da parte. È comprensibile che un docente abituato a fare lezione in italiano possa avvertire uno stato di inferiorità a dover comunicare in inglese con studenti stranieri che probabilmente si esprimono meglio di lui. È il prezzo che paghiamo alla globalizzazione. Fastidio. Senso di ingiustizia. Capita anche a molti cittadini che sull’autobus si trovano circondati da stranieri che parlano altre lingue.

«Questa è la mia terra, santo cielo!». È un prezzo duro, talvolta sgradevole, spesso umanamente ingiusto, ma probabilmente non ci sono scappatoie. Si tratta di decidere che ruolo devono avere le università di eccellenza. Altrove – non solo nei Paesi anglosassoni, ma anche in Francia, Germania e nei Paesi del Nord Europa – il loro compito è anche quello di attrarre giovani talenti da tutto il mondo.

E per farlo l’uso dell’inglese è una strettoia inevitabile. Non si può invocare la difesa della lingua nazionale se questo significa non adeguarsi a una tendenza ormai mondiale, che è strategica per il Paese – e che, va detto, riguarda solo un settore di nicchia, quello della ricerca scientifica. Davvero c’è chi pensa che, se in un’aula universitaria si parla inglese, questo tolga qualcosa alla nostra identità linguistica?

Siamo di fronte a una delle molte strettoie verso cui ci spinge la scomoda globalizzazione che stiamo vivendo. Che divide i cittadini (anche i docenti universitari) tra chi vuole una società aperta e una chiusa. E che spinge la Corte costituzionale a emettere una sentenza “contorta”: sì ai corsi in inglese all’università, ma “con ragionevolezza”. Cioè?

[Foto in apertura di Fox Photos / Getty Images]

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