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10 marzo 2017

Perché i più ricchi pagano meno

Sarà Trump a indurre le aziende Usa a riportare a casa i miliardi tenuti nei paradisi fiscali? Anche in Italia si è spesso parlato di web tax, ma per ora solo chiacchiere

Gea Scancarello

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 marzo e in edizione digitale

Scrisse Warren Buffet – terzo uomo più ricco al mondo, considerato il più abile investitore di tutti i tempi – in un editoriale sul New York Times diventato celebre: «Mentre i poveri e la classe media lottano per noi in Afghanistan e molti americani fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, noi multimilionari continuiamo ad avere straordinari sgravi fiscali».

Era il 2011, e l’articolo si concludeva con un appello: «Suggerisco di alzare le tasse. Io e i miei amici siamo stati già abbastanza viziati dal Congresso che ha un debole per i miliardari». L’anno successivo, in cerca di rielezione alla Casa Bianca, Barack Obama tornò sul tema, aggiungendo: «Non è giusto che la mia segretaria paghi più tasse di me».

Cinque anni dopo, nell’America del magnate Donald J. Trump, la questione non è più all’ordine del giorno. Eppure, per uno strano cortocircuito del senso di equità, potrebbe essere proprio Trump a costringere molte delle aziende statunitensi a riportare sul territorio Usa le proprie casseforti piene di liquidità (solo quella di Apple contiene 200 miliardi di dollari), strappandole dai paradisi fiscali in cui hanno trovato rifugio sicuro. Alcuni di questi si trovano proprio nella nostra cara vecchia Europa, formalmente tanto attenta al rigore dei conti, al mercato unico e al rispetto delle regole: Irlanda, Lussemburgo, Olanda. Su pagina99 ne abbiamo già parlato a lungo, ospitando opinioni illustri come quella dell’economista Thomas Piketty.

Ma vale la pena di tornarci sopra ora, per capire lo strano paradosso di un sistema europeo che preme (talvolta obbliga) all’omologazione (dei deficit, dei pareggi di bilancio, delle spese militari) ma tollera – anzi, consente – un gigantesco sistema di elusione fiscale giocato sul filo di regole di lana caprina, buone per azzeccagarbugli, concepite per stordire chi li ascolta.

È il sistema che vi raccontiamo nell’inchiesta di copertina del nuovo numero di pagina99, basato non su illazioni, rumor o antipatie, bensì sulla cruda banalità dei dati: prendendo le prime quattro corporation al mondo (e due delle più promettenti tra quelle che si stanno facendo avanti) e le loro attività in Italia, mostriamo quanto (poco) abbiano pagato in tasse nel nostro Paese.

Truffando? Niente affatto. Ciascuna delle società menzionate, alla richiesta di un commento sui numeri, ha ribadito un concetto semplice: paghiamo quello che dobbiamo. Il problema, in effetti, sta proprio qui: in quello che la legislazione consente loro di fare: sistemi di controllate, branch, filiali, entities – multinazionale che vai, nome che trovi – incastrate l’una dentro all’altra, che inglobano, trasferiscono, rimbalzano i proventi delle attività che si realizzano sul territorio. Spesso – ma non sempre – contando sull’immaterialità dei servizi offerti, parte della galassia dell’economia digitale di cui tanto si parla ma poco si capisce.

A partire dal parlamento, o dai parlamenti. In Italia almeno un paio di volte si è provato a chiacchierare di web tax, ritenute alla fonte e compagnia tassante: tutte proposte buone per qualche campagna elettorale o per riempire il dibattito di fronte allo sgomento dei cittadini. Alla fine non se n’è fatto nulla, e si capisce anche il perché: inseguire i quattrini che trovano sicuro rifugio a poche migliaia di chilometri da casa è operazione improba. L’unica soluzione possibile dovrebbe essere coordinata a livello europeo.

Ma quando il presidente della Commissione Ue è l’ex premier del Lussemburgo che per sedici anni ha siglato accordi fiscali vantaggiosi con le corporation di tutto il mondo e gli Stati membri addirittura rifiutano i denari di compensazione che dovrebbero ricevere per quanto non versato (l’Irlanda non vuole i 13 miliardi di Google) per timore di perdere investimenti, beh, allora si capisce che la soluzione non è così facile.

Per questo ci pare importante tenere alta l’attenzione sul tema. Denunciare un sistema perfettamente legale che impoverisce i Paesi e i loro cittadini. Che toglie senso al concetto di giustizia, e – contemporaneamente – anche a quello di crescita sostenibile, nel senso meno inflazionato del termine.

Difficile aspettarsi da Facebook, Google, Amazon o qualunque altro dei colossi lo scatto d’orgoglio del magnate Buffet. Ma laddove non possiamo sperare nell’eccesso di onestà altrui, abbiamo l’obbligo di agire per tutti quelli che non si possono permettere la scelta.

[Nella foto in apertura Warren Buffet, 86 anni, durante un evento mondano, foto di Mark Peterson / Redux / Contrasto]

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