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10 marzo 2017

Che succede se Trump cancella la net-neutrality

Per fare gli interessi dei grandi provider il nuovo garante per le telecomunicazioni vuole abolire il principio che garantisce la fruizione dei contenuti online

Federico Gennari Santori

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 4 marzo e in edizione digitale

Trump alza muri ovunque. Quando si parla di internet, però, è di tutt’altro avviso: lo vuole sicuro e senza leggi opprimenti. Come quelle sulla neutralità della rete, principio secondo cui tutti i contenuti del web devono essere fruibili da chiunque e da qualunque luogo del mondo senza discriminazioni. Ma per The Donald si è sempre trattato di «un freno agli investimenti, all’innovazione e alla creazione di posti di lavoro». A fine gennaio ha nominato Ajit Pai presidente della Federal Communications Commission (Fcc), l’organo che si occupa della regolamentazione del web. E la rivoluzione è cominciata.

 

Il personaggio

Avvocato, repubblicano di ferro e già membro della commissione da cinque anni, Pai è stato acerrimo nemico del suo predecessore, Tom Wheeler, fautore dell’Open Internet Order, legge che nel 2015 ha sancito il principio della net neutrality. «Quel provvedimento è stato un errore», ha affermato dal palco del World Mobile Congress di Barcellona.

«Il nostro sarà un approccio light-touch: pratico e non ideologico», argomenta il neo presidente in un’intervista a The Verge. «Daremo delle regole per tutelare i consumatori, ma non dobbiamo mettere bocca su come i fornitori di servizi internet (internet service provider) gestiscono i loro affari». L’obiettivo, dunque, è la completa deregolamentazione di internet. Piccolo particolare: sul curriculum di Pai ci sono anche due anni di gavetta in Verizon, uno dei più importanti provider statunitensi.

 

Un web a più velocità

Il principio della net neutrality garantisce uguaglianza nella fruizione dei contenuti del web. In parole povere? Impedisce a chi eroga la connessione internet di modificare la velocità di trasmissione delle informazioni di alcuni siti e applicazioni e non di altri. Aumentandogliela dietro pagamento o riducendola ai competitor.

È come se in Italia Repubblica pagasse Tim, Vodafone o Wind per apparire sui nostri dispositivi più velocemente de La Stampa e del Corriere, che ne sarebbero inevitabilmente danneggiati. A farne le spese maggiori, poi, sarebbero le realtà editoriali più piccole. Senza contare che, tra 20 anni, la potenziale nuova Repubblica potrebbe non emergere soltanto perché priva delle risorse necessarie per avere prestazioni eguagliabili a quelle dei grandi.

Se Wheeler consideravainternet un bene al pari di acqua ed energia, Pai ritiene che i provider debbano usare le loro infrastrutture per trarne profitti come meglio credono. Anche mettendo all’asta i bit e creando delle corsie preferenziali. Una delle prime decisioni del neo presidente della Fcc è stato lo stop alle indagini sulla “neutralità” del servizio internet gratuito offerto dai due primi operatori del Paese, Verizon e AT&T. Quello che permette agli utenti di navigare ma carica alcune piattaforme – come quella dedicata ai video che ciascuna delle due aziende possiede – più velocemente di altre. E che dà modo alle telco di tracciare i dati anche di chi non è disposto a pagare un abbonamento.

La domanda è: cosa impedirà a un provider che possiede anche un giornale, una rete televisiva o un servizio digitale, di “rallentare” i concorrenti, rendendoli meno visibili agli utenti che usano la loro connessione in modo da condizionarne le scelte?

 

Dati personali in vendita

C’è un’altra legge che la nuova Fcc si appresta a eliminare. Quella, varata appena lo scorso ottobre dall’ex presidente Tom Wheeler, che obbligherebbe i provider a richiedere il consenso degli utenti prima di utilizzare i loro dati personali e di navigazione a scopi pubblicitari. Pai vuole che le telco e i colossi del web come Google e Facebook giochino ad armi pari.

Del resto, come sostiene Jeffrey Eisenach, uomo fidato di Trump, «la net neutrality ha permesso ad attori privati di arricchirsi utilizzando gratuitamente servizi forniti da altri attraverso la mediazione dello Stato». Nell’ultimo decennio, in effetti, i provider hanno visto le web company arricchirsi alle loro spalle. L’ultra liberalizzazione di Pai gli permetterebbe di reggere il confronto. E magari di presentargli il conto.

 

Sì all’oligopolio delle telco

In quest’ottica vanno visti gli enormi investimenti delle telco nel settore dei media. Proprio dell’ultimo anno sono i casi più eclatanti: l’acquisizione di Yahoo! da parte di Verizon e la fusione tra la compagnia telefonica AT&T e l’impero televisivo di Time Warner. I provider hanno compreso che fornire il mezzo non basta più: per restare dominanti, ci vogliono i contenuti. Altrimenti, quando ogni americano avrà la sua utenza internet, come continueranno a crescere? Così è cominciata la corsa all’espansione. E la nuova Fcc non ha nulla in contrario.

Rispetto all’affare AT&T-Time Warner, Pai ha dichiarato che non presenterà ricorsi. Nonostante sia lecito sospettare una condotta anticoncorrenziale e non “neutrale”. La sua decisione, inoltre, crea un precedente di comodo per prossime operazioni nel settore. Come l’acquisizione di Charter – un altro provider – da parte di Verizon e la fusione tra i due concorrenti Sprint e T-Mobile.

 

La banda larga come pretesto

Pai ha anche messo mano alla parte dell’Open Internet Order che obbliga i provider a informare i clienti a proposito di tasse, pagamenti extra, variazioni nelle tariffe e trattamento dei dati personali. Per ragioni di ottimizzazione e scarsa variazione dell’offerta economica, dalla norma erano esentati gli operatori locali con meno di 100 mila abbonati. Ma Pai ha innalzato questa soglia a 250 mila. «Senza ulteriori obblighi onerosi», ha spiegato, «queste aziende potranno investire di più per portare la fibra ottica nelle zone rurali del Paese e implementare il 5G».

Secondo le stime del senatore democratico Ed Markey, invece, priverà circa 9,7 milioni di americani del diritto all’informazione. Con le stesse motivazioni, poco dopo la sua nomina, il presidente della Fcc ha bloccato la partecipazione di nove operatori a Lifeline, un programma voluto da Obama che permette ai consumatori a basso reddito di sottoscrivere abbonamenti a 9,25 dollari al mese, ritenendo che il suo abuso sottraesse risorse ai provider. Mentre «la priorità dei repubblicani è la copertura a banda larga di tutto il Paese».

 

Realtà o distopia?

Nell’era Trump, la regola “gli stessi bit per tutti” si sta trasformando in “più bit per chi offre di più”. Uno dei principi fondanti del web rischia così di essere sacrificato per gli interessi dei gestori dell’infrastruttura, che oltre a consentire la presenza di utenti e contenuti su internet, potranno condizionare la navigazione dei primi e la visibilità dei secondi.

I repubblicani favorevoli alla completa liberalizzazione credono che, se fino a oggi questo non è accaduto, non sarà l’assenza di una legge definita una «formalità» a far sì che accada. Ma in un mercato sempre più digitalizzato – mentre i provider rincorrono le web company attraverso profitti alternativi alle bollette – lo scenario descritto potrebbe presto divenire realtà.

 

[Foto in apertura di Carlos Barria / Reuters / Contrasto]

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