Seguici anche su

8 marzo 2017

Chi più innova meno paga

Da Facebook a Google, l’evoluzione tecnologica garantisce alle aziende all’avanguardia posizioni di dominio. A scapito degli stipendi

Giovanna Faggionato

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 4 marzo e in edizione digitale

Non potete catalogarli come integrati, ma nemmeno sostenere che appartengano agli apocalittici. Gli ultimi picconatori del mito delle magnifiche e progressive sorti della classe lavoratrice ai tempi della digital e sharing economy sono cinque economisti che vengono dal Mit di Boston, da Harvard e dall’università di Zurigo. David Autor, David Dorn, Lawrence F. Katz, Christina Patterson e John Van Reenen a fine gennaio hanno pubblicato sulla Harvard Business Review un paper che prova a spiegare perché la quota del Pil americano legata ai redditi da lavoro stia diminuendo rispetto alla fetta dei redditi da capitale.

Il fenomeno, sostengono, è collegato all’ascesa delle imprese “super star”, cioè le aziende che riescono a occupare da sole una quota rilevante del mercato del loro settore. Secondo il team di ricerca infatti l’industria funziona sempre di più secondo il principio del Winner take most, il vincitore prende la fetta più grossa. E questo anche grazie alla diffusione di piattaforme online per il confronto dei prezzi, maggiore integrazione dei mercati e diffusione di prodotti ad alto contenuto tecnologico, che hanno costi fissi alti ma bassi costi marginali.

Tutto questo significa che oggi le imprese possono accaparrarsi la quota di mercato maggiore con una forza lavoro relativamente piccola. Poche imprese con pochi dipendenti producono altissimi profitti, i vinti si spartiscono i resti. L’esempio lampante citato nella ricerca sono Big G e Big F: Google e Facebook. Ma in realtà il trend è presente in tutti i settori, anche in quelli che non ti aspetti.

I ricercatori hanno utilizzato i dati dello U.S. Economic Census, cioè il censimento delle imprese americane che registra per ogni singola azienda i numeri dei dipendenti e i risultati di produzione. Hanno preso in esame sei settori che insieme occupano i quattro quinti della forza lavoro del settore privato – manifattura, commercio al dettaglio, all’ingrosso, servizi, finanza, utilities e trasporti. E ne hanno studiato l’andamento nell’arco di trent’anni, dal 1982 al 2012.

Ebbene, in tutti i comparti le prime quattro aziende hanno accresciuto la loro quota di mercato: nella manifattura il balzo è stato dal 38% al 45, nella finanza dal 24 al 35, nei servizi dall’11 al 15, nei servizi pubblici dal 29 al 37, nel commercio al dettaglio dal 15 al 30 e in quello all’ingrosso dal 22 al 28%. Insomma, dagli anni ’80 nell’economia più avanzata del globo gli oligopoli sono cresciuti ovunque. E al successo di poche imprese ha corrisposto il successo di pochi lavoratori.

Dal 1987 in poi e per tutti i quinquenni successivi, i ricercatori hanno infatti registrato una correlazione significativa e in continua crescita tra aumento della concentrazione nei diversi settori industriali e diminuzione della quota di reddito da lavoro. Tra il 2007 e 2012, per ogni aumento di un punto percentuale nella concentrazione di mercato tra le prime venti aziende di un comparto, il reddito da lavoro di quel settore è diminuito dello 0,4%.

Resta da capire cosa ci sia dietro al trionfo degli oligopoli del terzo millennio. C’è chi, come Paul Krugman, sostiene che, da Reagan in poi, la Casa Bianca non si sia più occupata di limitare le barriere di accesso ai mercati, avvantaggiando i big dei settore sui possibili nuovi concorrenti. Gli autori della ricerca invece propendono per l’ipotesi già formulata a metà degli anni ’90 da Robert H. Frank nel celebre The Winner Take All Society, letteralmente “la società dove chi vince prende tutto”. E cioè che la concentrazione sia una conseguenza  dell’evoluzione tecnologica, sempre più influente sulla produttività, e capace di garantire alle aziende più innovative di mantenere saldamente il dominio di mercato

Una tesi che dal punto di vista di governanti e legislatori – e di chiunque abbia a cuore gli equilibri sociali – è persino più preoccupante. Viva le imprese di successo e innovative, dirà il politico di turno, a morte la riduzione dei redditi da lavoro. Peccato che siano la stessa cosa.

[Foto in apertura Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti