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7 marzo 2017

«Governa Raggi, Grillo o Unicredit?» Fuksas sullo stadio della Roma

L’archistar dice la sua sullo stadio, ora che c’è l’accordo. Non deve costare oltre 150 milioni. E il modello la Juve. Poi si chiede se la città sia in mano agli immobiliaristi

Enrico Arosio

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 4 marzo e in edizione digitale

«Ma è la giunta Raggi, la giunta Grillo o la giunta Unicredit?». La battuta è dell’architetto Massimiliano Fuksas, progettista di grandi opere pubbliche, autore del Nuovo Centro Congressi all’Eur e tifoso giallorosso. A lui pagina99 ha sottoposto un’analisi dell’ultimo psicodramma capitolino: la rissa continua sullo stadio della Roma a Tor di Valle. Dopo le tensioni tra la giunta Raggi, il suo tutore Beppe Grillo, l’azionista americano James Pallotta, il costruttore Parnasi e l’ex sindaco Ignazio Marino, la sensazione è che la montagna abbia partito un topastro. Un topastro di quelli grossi, affamati e cattivi, acquattati nelle anse del Tevere e pronti al morso.

Il poco che si è capito – in attesa che il documento definitivo venga sottoposto alla Conferenza dei servizi – è che, per evitare costosi iter legali e sollevazioni di popolo, lo stadio a Tor di Valle si farà (Grillo aveva detto di no). Però l’intero progetto verrà ridotto. Cubature dimezzate, il 60 per cento per il cosiddetto Business park; eliminate le tre torri proposte dall’architetto Daniel Libeskind; messa in sicurezza del quartiere Decima contro il rischio allagamenti; nuova stazione sulla ferrovia Roma-Lido; servizi accessori negoziati con i residenti del quartiere.

Dovrebbe saltare il prolungamento della metro B fino a Tor di Valle. E ancora pende la decisione del ministero dei Beni culturali circa il vincolo di tutela sul vecchio Ippodromo. Un rompicapo come pochi. Fuksas, più che sulle cubature (originali o ridotte), ha serie riserve sul luogo, e non ha cambiato idea. È pieno diritto, dice, di Roma spa dotarsi di un impianto proprio ed efficiente. È giusto innovare, nutrire ambizioni. Ma perché proprio lì, tra i topastri di Tor di Valle?

«Un nuovo stadio di calcio», esordisce, «non dovrebbe costare più di 150 milioni. Sarebbe opportuno uno stadio urbano, come a Manchester, e non troppo decentrato. Basterebbe un’opera da 45 mila metri quadri, dotata di tutte le funzioni di svago, ristorazione e commercio, per riportare le famiglie e dissuadere i violenti, e con buoni collegamenti pubblici». Roma moderna, ricorda Fuksas con un breve excursus, si sarebbe dovuta sviluppare verso sud-est, ma «la buonanima di Mussolini» fece prendere alla città la Via del Mare. Vi furono decenni di dibattiti sul futuro sistema direzionale tra urbanisti e intellettuali, ardui da riassumere. Morale, è andata così.

«Ma anche Tor di Valle era un luogo ameno dell’Agro romano. E Roma ha un territorio comunale che è grande 11 volte Parigi. Per troppo tempo si è ragionato tenendo a mente il centro storico, che conta 167 mila abitanti, contro i quasi 4 milioni reali». In verità, l’advisor scelto dalla Roma, Cushman & Wakefield, di aree possibili, oltre a Tor di Valle, ne aveva individuate altre nove. Quasi tutte decentrate, da Bufalotta a nord alla Cecchignola a sud.

È inutile fare la storia con i “se”, ma Fuksas, che non desidera entrare in merito ai tormenti politici della giunta a 5 Stelle, qualche domanda se la pone: «Sarà lo stadio della Roma, o lo stadio di Pallotta e Parnasi? Quanto ha investito, finora, Pallotta? E quale partita sta giocando Unicredit, creditore prima della Roma di Sensi, poi dell’operatore Parnasi?».

La questione riguarda tutte le grandi città: chi è che decide lo sviluppo urbano, i rappresentanti della volontà elettorale, i proprietari di aree, o le banche? Di recente un acceso romanista, l’intellettuale Lucio Caracciolo, ha proposto di recuperare il glorioso stadio Flaminio dei Giochi olimpici 1960. Fuksas salta su come un grillo (con la minuscola): «Io lo sostengo da ben prima! L’abbandono delle opere olimpiche è un grande tema irrisolto di Roma».

Ricordiamo, in due parole. Il Flaminio, inaugurato nel 1959, progetto dello studio Nervi, fu costruito in meno di 18 mesi. Bei tempi. Da qualche anno è stato abbandonato anche dal rugby, e dal 2008 è tutelato come bene di interesse artistico. Fuksas lo ritiene un’opera importante della modernità romana, come il Velodromo di Cesare Ligini (che fu demolito nel 2008) e appunto l’Ippodromo progettato da Julio Lafuente a Tor di Valle.

«Dei doni lasciatici dal 1960», riprende, «è rimasto poco. Lo stesso Flaminio, dopo tanti anni, è in cattive condizioni. Ma sarebbe assolutamente possibile ampliare le tribune, coprirlo, adeguarlo nei servizi. Per un investimento da 120-150 milioni. È vicino al Palasport, all’Auditorium, al viadotto di corso Francia, al Maxxi, alla metropolitana. Non sarebbe una follia né tecnica né economica». Poi c’è lo stadio Olimpico, il che apre un’altra questione ancora. Non è chiaro quali intenzioni abbia il Coni. Né quale futuro possa avere uno stadio che, quando gioca la Lazio, non arriva a riempire, in media, il 30 per cento dei posti. Ha senso una Roma con tre stadi, nell’era del calcio satellitare? Fuksas non è certo un nemico della progettualità.

Ma a Roma si è scottato parecchio con la micidiale trafila amministrativa della Nuvola all’Eur, otto anni di cantiere dal 2008 al 2016 (e commenti offensivi da parte di Virginia Raggi). È molto più apprezzato a Milano, in Francia, in Cina, ha nuovi incarichi in Australia e in California. In tema stadi un modello italiano, dice, già ci sarebbe. Non tanto il recupero di San Siro a Milano, che pure è interessante. Ma lo Juventus Stadium di Torino, 41 mila posti, 155 milioni di spesa, e categoria 4 della Uefa, la più alta.

«La Juventus», ammette Fuksas, «ha creato un modello funzionante. Uno stadio ben fatto, servizi moderni e poco altro. Non una speculazione immobiliare». L’architetto romano con studio a Shenzhen ha avuto dubbi su Tor di Valle sin dal principio. «Il vizio di fondo di questa storia sta nella giunta Marino. La dichiarazione di pubblico interesse, che certo riguardava anche le aree verdi e i trasporti pubblici, ha un fondo di ambiguità. È di pubblico interesse uno stadio con tre torri e shopping center? O lo è, piuttosto, lo sviluppo della metropolitana? Marino è stato il primo a usare in modo improprio il concetto di pubblico interesse».

Concetto caldissimo, oggi. E ancor più domani, nella rissa continua della giunta Grillo – pardon: Raggi.

[Foto in apertura di Gianmarco Chieregato]

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