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5 marzo 2017

Lotta di classe alle elementari

Quartiere Prati, Roma. Qui la media borghesia inscena un teatrino per le scuole più agognate. Fra residenze fittizie a casa dei nonni e le suppliche più svariate

Benedetta Fallucchi

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 4 marzo e in edizione digitale

Nei crocicchi le voci si accavallano concitate e lamentose. La sezione C è fantastica, ma guai a cadere nelle grinfie della sezione A. Meglio lasciar perdere la B, lì proprio non c’è salvezza. Circolano voci di metodi desueti, di apprendimenti mnemonici degni dei pastori abruzzesi che negli anni Cinquanta non sapevano scrivere il loro nome ma potevano declamare integralmente la Divina Commedia, ci si scambia informazioni sul parcheggio antistante l’edificio – dettaglio non trascurabile a Roma –, sulla mensa, sulle attività extracurricolari.

Le agenzie di spionaggio sono delle accolite di pivelli se confrontate con le legioni di genitori a caccia di informazioni utili alla scelta della scuola dei figli. Intendiamoci, anche quando era il turno di quelli che oggi sono i nonni dei nostri figli ci si curava di quale sarebbe stata la maestra toccata in sorte alla prole.

Anche allora si cercava di agire sulla dea della fortuna per renderla, beh, un po’ meno casuale. Forse però non diventava una questione di Stato, con conciliaboli familiari chiamati a raccolta per esorcizzare l’evento ritenuto più nefasto per il futuro dei figli: la scelta della scuola sbagliata. Sarà che il futuro era truccato con i colori patinati degli anni Ottanta o magari la fiducia nelle istituzioni (e nelle persone che ne sono l’ossatura) si manteneva ancora a un livello accettabile. O forse non ce lo ricordiamo perché i figli eravamo noi.

Di sicuro c’è che un genitore rispettabile affronta oggi questa decisione con la stessa ponderatezza con cui una volta si soppesava la scelta dell’università. Il tempo delle scelte è ora, è subito. Come ci hanno insegnato le madri tigri, un bambino deve conoscere le lingue, suonare il pianoforte, primeggiare in qualcosa anche se la sua età non riempie nemmeno le dita di una mano.

Ne va della sua vita! (quella futura magari, ma che dire di quella attuale?) Tutto questo pare ancor più vero per la scuola elementare. Che, lo diceva sempre pure nonna, “getta le basi per tutto, è fondamentale”. Questa è una testimonianza picciola e senza pretese, limitata peraltro alle scuole e alle madri o padri incrociati negli anni e nei discorsi sulla scuola fatti spesso all’uscita da scuola. Circoscritta allo spicchio di bacino di Prati, Roma.

Parliamo di una zona della città generalmente abitata da una media borghesia, dove alcune scuole sono viste come troppo popolari e scansate con disdegno mentre altre hanno un’alta reputazione più per il tipo sociale che li frequenta – il bambino benestante, stimolato dentro e ben vestito fuori – che non per una valutazione obiettiva dell’offerta educativa. Si lavora con formidabile anticipo per mandare i propri figli a queste agognate scuole: già dalla materna si valuta il modo migliore per ottenere i punti necessari all’accesso.

Ci si adopera per aggirare gli ostacoli burocratici: si prende la residenza a casa dei nonni, si usa la casa della sorella come fittizio luogo di lavoro, si supplica la segreteria per fare un’eccezione perché il bacino è senza cuore e 100 m di più avanti o più indietro possono fare la differenza. Di scuola e di possibilità sociali. C’è chi ha scelto di vivere in campagna ma si fa ore di macchina al mattino, con i figli ancora in pigiama gettati sui seggiolini, con un biscotto in mano e l’alito pesante di sonno, già pendolari loro malgrado, pur di traghettarli nelle scuole di città ed evitare quelle percepite come “di periferia”.

Di converso, e comprensibilmente, chi nelle periferie ci vive più o meno convintamente declama al mondo il valore formativo in termini di cittadinanza della scuola multiculturale. La lotta si fa letteralmente senza quartiere. E se per la scuola pubblica il criterio della zona di riferimento – ovvero a ogni quartiere corrisponde un certo numero di scuole e i residenti fanno parte dei cosiddetti “bacini” – è ancora valido, ci sono poi i jolly: le scuole cattoliche, quelle montessoriane, quelle in lingua francese e inglese, il Convitto.

Non necessariamente la scelta di questi istituti, per lo più privati ma non solo, corrisponde all’unico criterio della qualità e, soprattutto, delle possibilità in termini di ipoteca sul futuro successo sociale e lavorativo dei bambini. Si sceglie una scuola cattolica anche perché, per esempio per nido e materna, non si è riusciti a rientrare nelle graduatorie, o perché più vicina alla propria abitazione, o perché si crede rappresenti ancora una qualche forma di comunità in cui identificarsi.

Già diverso il discorso per le Montessori: configurano una nicchia ben caratterizzata con molti fan e molti aspiranti che non riescono a entrare. Ma sono le scuole in lingua o il Convitto Nazionale – non a caso istituti dove spesso si può compiere l’intero percorso dell’obbligo – quelle in cui si consuma davvero la lotta di classe. Sono pensate per la top class, per quella borghesia cosmopolita che nemmeno si è posta il problema delle scuole pubbliche italiane, perché vive con un piede a Roma e l’altro a Parigi, Londra, New York o quel che è. O perché sa, e può permetterselo economicamente, che questa è la vita che spetta ai propri figli.

Un caso interessante e forse unico è il Convitto. Non sarà sorprendente che nella barra di Google digitando “Come entrare” dopo un po’ arriva la scritta, sulla quale chissà quante dita si saranno consumate battendo sulla tastiera, “Come entrare al Convitto Nazionale di Roma”. È la scuola dei figli di molti politici italiani, dove si può studiare il cinese già in terza elementare perché molta enfasi è posta sulla internazionalizzazione, dove si va rigorosamente in divisa.

I primi a essere esaminati qui sono i genitori. Sottoposti a colloqui che servono a verificare quanto si è investito sui propri figli cinquenni: se conoscono le lingue, se suonano uno strumento musicale e così via. Si legge sul decreto dell’ottobre 2016 che i criteri di ammissione per la scuola primaria implicano il “possesso documentato” di alcuni requisiti, tra cui troviamo: “Alfabetizzazione linguistica in L2 e L3” (che vuol dire conoscere una seconda e terza lingua oltre a quella materna) e “competenze sportive e/o artistiche”.

Da qualche parte bisogna eccellere, genitori scegliete voi dove impegnarvi, ma lavorate sui vostri figli (o pagate lezioni extra). Stiamo parlando della scuola elementare, attenzione. Bisogna già che il pargolo sia eccezionale in qualcosa. E non solo lui. Per figli brillanti ci vogliono genitori dalle molte risorse. O dall’ampio portafoglio.

[Foto in apertura di Peter Dazeley / Getty Images]

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