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4 marzo 2017

Nel porto di Genova che apre agli stranieri

Dopo 20 anni da padroni, gli imprenditori genovesi, orfani di Carige, passano la mano. Vendendo a cinesi, danesi e di Singapore. E forse è meglio così

Samuele Cafasso

Erano i padroni. Ma hanno ballato una sola stagione. Sulle banchine portuali di Genova, lo scalo più importante del Paese e polmone del Nord-ovest, è in corso da 36 mesi una gigantesca operazione di disimpegno da parte degli imprenditori locali che, uno dopo l’altro, cedono le chiavi del loro piccolo impero a grandi armatori internazionali e fondi d’investimento, chiudendo così una stagione lunga 25 anni che li ha visti interpretare prima il ruolo di “capitani coraggiosi” di un mondo che usciva dalle pastoie della gestione pubblica per approdare al libero mercato e, pochi anni dopo, quello di compagine troppo debole (e troppo divisa al suo interno, per non dire rissosa) per poter gestire l’urto della concorrenza internazionale.

I genovesi escono così di scena e lo fanno significativamente nello stesso momento in cui la principale banca del territorio – Carige – è prima crollata sotto il peso della cattiva gestione del presidente Giovanni Berneschi (condannato lo scorso 22 febbraio a otto anni e due mesi di carcere in primo grado) e ora prova a rialzarsi dopo due dolorosi aumenti di capitale, su basi completamente nuove e con una capacità di supporto al territorio totalmente diversa. Se serve un esempio per capire cosa sta succedendo al capitalismo italiano stretto tra nanismo aziendale e crisi bancaria, il porto di Genova è il posto giusto dove guardare.

L’ultimo in ordine di tempo a cedere agli stranieri è stato, lo scorso 21 febbraio, il gruppo Gip, che fa capo alle famiglie Negri, Cerruti, Magillo e Schenone. Il 95% della società che ha la maggioranza di uno dei maggiori terminal genovesi – il Sech – e quote in altri due, più un altro terminal a Livorno e una partecipazione a Venezia, è passato ai fondi Infracapital e Infravia per un valore che non è stato dichiarato ma che si dovrebbe aggirare sui 150-200 milioni di euro. Rimane a un italiano, Giulio Schenone, il 5% che vale la nomina ad amministratore delegato, probabilmente con il ruolo di traghettatore verso un futuro tutto straniero…

 Continua nel nuovo numero di pagina99 in edicola dal 4 marzo e in edizione digitale

[Foto in apertura di Gianni Berengo Gardin / Contrasto]

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