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3 marzo 2017

Gig economy, nuove regole per il web che ci riporta all’800

Le nuove piattaforme digitali stanno ricreando un mondo del lavoro senza tutele. Ma se internet è diventato mercato, deve essere regolato

Editoriale

 Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 4 marzo e in edizione digitale

C’è un grande equivoco che attraversa la nostra cultura politica da oltre vent’anni. Da quando esiste, il web è sempre stato vissuto come il Nuovo Mondo della libertà che deve essere lasciato evolvere senza briglie, perché le regole del mondo tradizionale finirebbero per soffocarlo. E per molti versi è vero: internet è il terreno delle libertà, quella di esser sempre informati e connessi al mondo intero; di comunicare e scambiare idee, tecnologie, progettualità; di innovare e trasformare il mondo. Tutto vero. È una tecnologia indispensabile e della quale non possiamo più fare a meno. La rete è libertà, in molti sensi. Ma se invertiamo i termini e focalizziamo la nostra attenzione sulla libertà della rete, allora le cose cambiano radicalmente.

La rete può essere – e in molti casi è – uno strumento con cui si mettono in discussione le acquisizioni democratiche e le libertà individuali. È il caso delle numerose piattaforme digitali della gig economy, i cosiddetti lavoretti che precari in tutto il mondo fanno sottopagati e senza tutele. Stiamo parlando di Uber, Foodora e di molte altre piattaforme che usano in modo geniale la rete per creare servizi più efficienti, un vero e proprio paradiso per i consumatori, a scapito dei lavoratori utilizzati, che operano in condizioni precarie, sottopagati, senza diritti. La libertà della rete vive una contraddizione palese: un servizio del XXI secolo che si basa su condizioni di lavoro, e assenza di diritti, tipici dell’inizio del secolo scorso.

Ora questi lavoratori precari, come raccontiamo nel nuovo numero di pagina99, si stanno organizzando utilizzando quegli stessi strumenti degli imprenditori web affinché vengano riconosciuti alcuni loro diritti ritenuti fondamentali dal “vecchio” mercato del lavoro. Sembra di tornare ai primi decenni del Novecento, quando il fordismo e la catena di montaggio portarono a uno sviluppo crescente dell’industria e dei consumi sulla pelle di milioni di lavoratori sottopagati. Fu in quelle fabbriche che nacque il sindacato moderno, che conquistò migliori condizioni di vita per i lavoratori. E anche allora, di fronte alla genialità con cui il lavoro veniva organizzato “scientificamente”, c’era chi si scagliava contro chi voleva imporre regole: in quel modo – si diceva – si bloccava il progresso.

Oggi sta accadendo qualcosa di simile. Il mito della libertà del web diventa, sulla bocca dei grandi tycoon che stanno forgiando la cultura contemporanea, una verità inoppugnabile. Diritti dei lavoratori? Rispetto per la privacy dei cittadini? Garanzie sull’uso delle informazioni che lasciamo ogni giorno navigando sulla rete? Tasse da pagare dove si produce la ricchezza? Tutte questioni che vengono lasciate cadere, come fossero sciocche invocazioni di retrogradi innamorati del passato. E invece sono battaglie che vanno combattute, e vinte, come lo furono, un secolo fa e dopo, quelle che portarono alla conquista di nuovi diritti. Perché la libertà della rete non può significare l’assenza totale di regole che la governano.

Lo stesso discorso vale per la net neutrality, un altro tema che affrontiamo nel numero di questa settimana. Il nuovo presidente americano ha affermato di voler abolire la net neutrality, cioè il principio che impedisce a chi eroga la connessione internet di modificare, dietro lauto compenso, la velocità di trasmissione delle informazioni di alcuni siti e app a scapito della concorrenza. Se la net neutrality fosse abolita, i colossi del web, pagando, renderebbero i loro contenuti più accessibili di quelli di qualunque cittadino, un ennesimo regalo ai monopolisti della rete. Quindi quando vediamo esponenti della sinistra italiana plaudire in modo acritico ogni qual volta si tira in ballo la tecnologia della Silicon Valley c’è da preoccuparsi.

È giusto fare in modo che quello spirito innovativo sbarchi anche nel nostro mondo imprenditoriale. Ma è necessario ricordare che quell’innovazione, negli ultimi decenni, ha creato uno sviluppo economico a senso unico: ha favorito quelle aziende ma ha aumentato le disparità sociali e non ha certo favorito quei lavoratori. Basterà chiedere a un lavoratore di Foodora o di Uber. È appurato che queste piattaforme producono una ricchezza enorme non redistribuita, in mano cioè ai pochi fondatori.

Una sinistra moderna dovrebbe combattere affinché queste aziende digitali paghino le tasse là dove producono ricchezza, e non negli Stati a tassazione agevolata o nei paradisi fiscali; affinché la ricchezza che producono sia redistribuita o quanto meno investita; affinché non vengano usate le enormi potenzialità del web soltanto dai pochi che hanno il potere e il denaro per farlo; e affinché trattino i lavoratori con dignità. La libertà della rete non può significare assenza di regole. Perché il web è un mercato. E come tale deve esser regolamentato, altrimenti il più grande e quindi il più forte potrà dettar legge.

[Foto in apertura di Tengku Bahar / Afp / Getty Images]

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