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3 marzo 2017

App contro app, così i precari sfidano i padroni della gig-economy

Viaggio tra i lavoratori on demand che cercano di combattere lo sfruttamento. Usando le stesse armi tecnologiche dei giganti del web

Aloisi - De Stefano

► Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 3 marzo o in edizione digitale

Precari dai tablet e dalle ciclofficine, dove si scarica l’app del nuovo sindacato? La fabbrica fordista non c’è più, le vecchie sigle fanno fatica a intercettare i nuovi lavoratori, e il mondo dei contrattisti “just-in-time” vaga alla ricerca di tutele più solide. Organizzarsi non è facile, ma qualcosa comincia a muoversi nell’universo frammentato della gig economy, l’economia dei lavoretti a chiamata scambiati online o dal vivo. Prendete le storie di Giuseppe Cannizzo e Six Silberman, le loro vite parallele, e capirete come, ai tempi del lavoro atipico a chiamata, il movimento sindacale non è per nulla un contenitore di latta novecentesca.

Giuseppe vive a Torino e, fino a qualche mese fa, consegnava pasti in bicicletta per conto di Foodora, noto servizio di food delivery. Lo scorso ottobre la società tedesca ha annunciato l’intenzione di passare da un sistema di paga oraria a una formula di compenso a consegna. Cannizzo è stato tra gli animatori di una mobilitazione spontanea, sotto le insegne del cartello “Deliverance Project”, che ha promosso una prima astensione dal lavoro dei corrieri della logistica dell’ultimo miglio.

Nonostante eserciti le prerogative tipiche di un tradizionale datore di lavoro (direttive precise, istruzioni rigide e monitoraggio costante), l’azienda è rimasta sorda alle richieste dei lavoratori che, ancora oggi, sono considerati collaboratori senza alcun diritto a tutele come malattia o ferie. La società si scherma dietro le ambigue definizioni giuridiche e contrattuali di quanti inforcano la bici per correre da un lato all’altro della città prima che l’hamburger si freddi: poco indipendenti, ma non dipendenti, neppure a tempo determinato o parziale…

La loro protesta, etichettata frettolosamente come il «primo sciopero della sharing economy», non ha ottenuto un miglioramento complessivo delle condizioni contrattuali e, al netto di qualche dichiarazione di solidarietà, non ha determinato un “contagio” tra i fattorini della platform economy. In questi mesi poi l’universitario, insieme ai colleghi che avevano promosso l’agitazione, è stato “congelato” dal sistema, nessun turno gli è stato assegnato a fronte della propria disponibilità.

Una vera e propria rappresaglia, a suo dire. I manager della società hanno provato a giustificarsi, ma resta il sospetto che gli attivisti “sgraditi” siano stati accompagnati alla porta anche in ragione dell’elevata disponibilità di potenziali candidati a svolgere questi lavori accessori. Grazie a qualche evento di autofinanziamento, ora il gruppo sta promuovendo una causa contro l’azienda per dimostrare che, a voler considerare gli elementi concreti della prestazione, la relazione contrattuale tra piattaforma e corrieri è di tipo subordinato.

 

La sfida delle App

Six, invece, è uno smanettone, un giovane programmatore che ha impiegato il dottorato alla University of California a immaginare, costruire e organizzare uno strumento in grado di mettere in contatto i lavoratori delle piattaforme di crowdworking, in particolare quelli che usano Amazon Mechanical Turk (Amt) – una trovata della squadra di Jeff Bezos, il primo canale di incontro tra domanda e offerta di semplici attività svolte da remoto (dalla sbobinatura all’archiviazione, dalla traduzione all’etichettatura).

La piattaforma, che opera da più di un decennio, rappresenta il modello di una serie di cloni che hanno aperto un mercato immateriale per commissioni di concetto, ma a basso valore aggiunto. Sostenuto dalla sua mentore, Silberman ha messo in piedi “Turkopticon”, un sito web che – mutuando l’archetipo delle società della on-demand economy – consente ai lavoratori di recensire i committenti, al fine di raccomandare i buoni pagatori e segnalare quelli da evitare.

Si tratta di un raffinato sistema di passaparola che promuove la lealtà e denuncia i comportamenti scorretti (basti pensare che le note legali di MTurk consentono ai mandatari di non remunerare la prestazione dei lavoratori, salvo trattenere il risultato). L’effetto collaterale auspicato è generare una sana pressione nei confronti delle società e stimolare una concorrenza al rialzo dei diritti. L’iniziativa, presentata come un esperimento di azione collettiva tra colleghi geograficamente disgregati su scala globale, ha fatto scuola, tanto che oggi una delle più antiche organizzazioni sindacali del settore automobilistico tedesco si è lanciata sulla frontiera dei nuovi lavori con una piattaforma che classifica i committenti: faircrowdwork.org.

Qualche anno fa, infatti, Six si è trasferito a Francoforte, in forza ad IGMetal, il sindacato metalmeccanico tedesco, e da allora coordina un gruppo di lavoro che mira a realizzare lo “sfondamento digitale” dei rappresentanti dei metallurgici europei. La sua doppia esperienza di ricercatore e community organizer è ora al servizio delle confederazioni europee. Pochi mesi fa, il suo progetto è stato presentato ai delegati nazionali delle sigle più rappresentative (avvistata in sala anche Susanna Camusso).

 

Indipendenti e organizzati

Gli studi sull’organizzazione dei lavoratori non standard sono tornati di attualità, in coincidenza con le agitazioni dei contrattisti della on-demand economy, il settore dei lavoretti su richiesta smistati via app (pulizie, consegne, trasporto, riparazioni ma anche consulenze di ogni tipo). Non solo Milano ma anche New York, Londra, Parigi (dove Uber ha aperto di recente a un confronto con i lavoratori) e pure Nairobi, Delhi e Bangalore, hanno registrato i primi focolai di azione solidale tra prestatori “vulnerabili”.

A scioperare sono soprattutto gli autisti del chiacchierato servizio di trasporto, che protestano contro il taglio delle tariffe e invocano un aggiornamento del software che consenta loro di accettare mance. Lo scorso dicembre, Seattle è stata la prima città a promuovere un’ordinanza che consente di formare dei sindacati agli autisti di taxi e limousine, che lavorano come autonomi. D’estate, a Londra, i fattorini di Deliveroo hanno incrociato le braccia per chiedere un aumento visto che «non ci stanno dentro» tra riparazioni dei mezzi e spese varie

In particolare, la nuova struttura dei compensi (una “paghetta” per ogni pasto recapitato) rischia di rivelarsi penalizzante e “agonistica” rispetto al compenso orario applicato in precedenza. Negli Stati Uniti i camerieri delle catene di fast food lottano per ottenere il riconoscimento del salario minimo orario di quindici dollari, solidarizzando con precari della grande distribuzione che agognano condizioni di lavoro più umane, e hanno lanciato la campagna Fight-For-15 che oggi punta anche alla costruzione di un sindacato di base.

 

Contro i monopoli

Nonostante la comunanza di obiettivi, queste battaglie restano spesso confinate al settore di riferimento e superano a fatica la dimensione locale. Eppure, mentre l’Europa tenta di definire nuove norme con cui conciliare innovazione e diritti, le iniziative di coalizione tra lavoratori (dalle class action alle astensioni di massa) infrangono il sogno monopolistico degli unicorni (le aziende digitali che hanno raggiunto la valutazione di almeno un miliardo di dollari).

Diversi analisti, infatti, concordano sul fatto che la strategia di molti giganti della Silicon Valley – alle prese con settori tradizionalmente regolati – punterebbe a operare in perdita, compensando con le risorse degli investitori, per fiaccare così la concorrenza, stabilire qualcosa di simile a un monopolio e cominciare a essere profittevole. A questo punto, dovrebbero essere anche le imprese che offrono contratti solidi ai propri dipendenti a incoraggiare la connessione e l’attivismo dei “senza diritti”, anche per smascherare il regime predatorio, e spesso sleale, di molte piattaforme.

 

Tra picchetti e twitterstorm

Lo stesso sindacato confederale si trova spiazzato, al cospetto di questo cambio di paradigma, indeciso se investire nella difesa dei mestieri tradizionali sotto attacco o mettersi alla guida di una nuova generazione di invisibili. Si va dai progetti universalistici a quelli di categoria. Nel Regno Unito sia unions tradizionali come Gmb sia sindacati di base come Independent Workers Union (Iwgb) offrono assistenza legale ai corrieri che intendono portare in tribunale i committenti disonesti.

Negli Usa – dove impazzano le cause per la riclassificazione dei falsi autonomi – i fattorini si alleano con gli autisti rappresentati dalla più grande centrale sindacale (Afl–Cio). Pescano nella tradizione sindacale degli strumenti rivendicativi, dai picchetti ai presidi, ma si lasciano ispirare dalle pratiche più recenti, come le twitterstorm o i flashmob e raccolgono fondi per sostenere i colleghi in sciopero tramite il crowdfunding (è già successo nel Regno Unito, dove i lavoratori hanno finanziato un fondo destinato al sostentamento dei lavoratori che rinunciano al salario).

In un certo senso, i pionieri del cooperativismo digitale – è l’espressione usata dal sociologo Trebor Scholz – scelgono lo stesso campo di gioco dei “padroni dei server”. Mirano a rendere consapevole la clientela e stimolarne il consumo critico. Puntano sul dato reputazionale, e giù di caricature degli slogan promozionali, pollici verso, e feedback negativi nei sistemi di valutazione. Hanno dimestichezza con i media sociali e si impossessano degli account ufficiali per diramare i propri comunicati (di recente l’hanno fatto i precari dell’Istat).

Se i manager usano WhatsApp per convocarli, i lavoratori popolano gruppi riservati su Facebook per coordinare le azioni e scambiarsi dritte, in barba all’atomizzazione delle loro vite. Sanno bene che tutto il modello delle piattaforme si fonda sul tentativo di ridurre le asimmetrie informative e abbattere i costi di transazione ed eccoli allearsi con programmatori indipendenti per costruire società di mutuo soccorso e app in grado di analizzare i profili e le esigenze dei lavoratori e abbinarli alle aziende che offrono condizioni migliori. Diritti cuciti su misura.

*Antonio Aloisi e Valerio De Stefano sono, rispettivamente, dottorando e teaching fellow in Diritto del Lavoro all’università Bocconi di Milano

 

[Foto in apertura di Daniel Leal-Olivas / Afp / Getty Images]

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