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2 marzo 2017

Isole Curili, gli Usa hanno perso: il Pacifico è già della Cina

Solo Giappone, Taiwan e Corea puntano sugli Stati Uniti. Per tutti gli altri Paesi dell’Asia sudorientale, l’ombrello cinese è più vantaggioso di quello americano

Cecilia Attanasio Ghezzi

 Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 25 febbraio e in edizione digitale

C’è un luogo dell’Asia dove la seconda guerra mondiale non è mai finita. Sono le isole Curili, tra l’isola giapponese di Okkaido e la Kamchatka russa. Dopo la resa del Giappone ma prima della firma dell’armistizio, l’Unione sovietica le invase. Da allora i due Paesi se le litigano ed è di fatto il motivo per cui sono tecnicamente ancora in guerra: non hanno mai firmato un trattato che concludesse formalmente le ostilità.

 

Il vertice tra Abe e Putin

A più di settant’anni di distanza i rispettivi ministri degli Esteri hanno convenuto che ne parleranno (per la prima volta) il 18 marzo prossimo, quando inizieranno a sviluppare una cooperazione economica che sarà il presupposto per negoziare un trattato di pace. Hanno finalmente optato per una soluzione pacifica? Non è detto. La scorsa settimana il premier Dmitry Medvedev ha dato il via libera a chiamare cinque delle isole contese con nomi russi, il Giappone ha immediatamente protestato attraverso canali diplomatici ma la Russia ha risposto che, nonostante «le nuove dinamiche positive nelle relazioni tra Mosca e Tokyo, le isole Curili fanno parte del territorio russo».

Un’arrogante presa di posizione che ha però riscosso commenti favorevoli sui media cinesi. La Repubblica popolare, che non è nuova a questi metodi, li difende nel proprio interesse. Il sottotesto è: ogni grande potenza ha diritto di fare come vuole nel suo «cortile geopolitico», ovvero quelle famose sfere di influenza costruite sui rapporti di forza che nel 1945 fecero della conferenza di Yalta lo spartiacque del nuovo ordine mondiale postbellico. La Russia dell’epoca non è poi così diversa dalla Cina di oggi in termini di peso politico ed economico. E infatti.

 

La Cina marca il territorio

La stessa settimana il ministero degli Affari esteri cinese pubblicava una nota in cui si sollecitavano gli Stati Uniti d’America «a comportarsi in maniera responsabile e a smetterla di fare “osservazioni sbagliate” sulle questioni inerenti la sovranità sulle “isole Diaoyu” evitando di complicare il problema e aumentando l’instabilità regionale». Era la risposta a quanto dichiarato dal segretario della difesa Jim Mattis durante la sua prima visita ufficiale in Giappone: quelle isole, che i giapponesi chiamano Senkaku, sono «territori sotto l’amministrazione giapponese» che gli Usa sono impegnati a proteggere.

Anche qui le denominazioni diverse sono il frutto di una disputa secolare. L’arcipelago in questione è formato da cinque isole disabitate e tre scogli ed è più o meno equidistante dalla costa cinese, da quella taiwanese e dalla prefettura giapponese di Okinawa. Si tratta di un’area totale di sette chilometri quadrati di cui il Giappone si appropriò nel 1895, al termine della prima guerra sino-giapponese. Le isole, passate sotto l’amministrazione americana alla fine della Seconda guerra mondiale, nel 1972 furono restituite al Paese del Sol levante, che nel 2012 le nazionalizzò comprandole da un privato e provocando le più accese proteste dei cinesi che le rivendicavano come territorio nazionale.

Vues de la Terre prises depuis l'espace

L’anno seguente la Cina istituì una zona di identificazione aerea (Adiz) sulle acque contese e da allora di tanto in tanto flottiglie di pescherecci mettono a dura prova i nervi della guardia costiera nipponica. Più a sud, la situazione è ancora più complessa. Le isole Spratly (che i cinesi chiamano Nansha Qundao) e le Paracelso (Xisha, per i cinesi) sono finite in una parte di mare che Pechino rivendica sulla base di una mappa del 1947. Taiwan, che dalla Repubblica popolare è già considerata territorio nazionale, le pretende sulle stesse basi.

Il Vietnam contesta che l’area è sotto il suo controllo fin dal diciassettesimo secolo e che la Cina non ha dichiarato la sovranità su queste isole fino agli anni Quaranta. Le Filippine ne sottolineano la prossimità geografica alle proprie coste, mentre Malesia e Brunei si appellano al fatto che alcune di quelle isole sono all’interno della loro zona economica esclusiva definita dalla Convezione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos).

 

I guardiani del Pacifico

Gli unici nell’area a non poter rivendicare nulla sono gli Stati Uniti. Questi ultimi, però, si sentono chiamati a garantire “la sicurezza della regione” e definiscono le mosse assertive di Pechino nell’area come una minaccia alla libera navigazione. Il risultato sono pattugliamenti, esercitazioni e flotte di pescherecci militarizzati che, sempre più frequentemente, solcano quei mari battendo diverse bandiere. «Provocazioni», come vengono definite da tutte le parti in causa, che rischiano di trasformarsi in «incidenti» capaci di scatenare conflitti.

Non sarebbe più comodo che le grandi potenze in gioco si spartissero a tavolino le aree di influenza? La narrazione più comune è che accordare alla Cina il peso che “le spetta” nell’area sarebbe vantaggioso perfino per quegli Stati tradizionalmente alleati con gli Usa che pure andrebbero a perdere parti importanti di acque territoriali. «Non ha senso combattere per uno specchio d’acqua», ha dichiarato il presidente Rodrigo Duterte nonostante una sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aja abbia dato ragione alle sue Filippine negando ogni diritto della Cina sulle parti di mare conteso.

Neanche un mese più tardi, il premier malese ha stretto nuovi rapporti con la Cina annunciando, per la prima volta, l’acquisto di quattro navi da guerra cinesi. Intanto gli investimenti per le infrastrutture sponsorizzate dall’ambizioso progetto cinese di una nuova via della seta hanno allontanato Laos e Cambogia dall’influenza americana senza grossi strappi. Come nel caso del più turbolento Pakistan, in occasione della visita di stato del presidente Xi Jinping il premier cambogiano Hun Sen ha addirittura definito la Cina «l’amico più stretto».

La Thailandia si è allontanata dagli Stati Uniti da quando la giunta militare ha preso il potere nel 2014 e negli ultimi anni le relazioni con la Repubblica popolare si sono strette attraverso esercitazioni militari congiunte e il rimpatrio forzato di oltre cento persone tra uiguri e “dissidenti” che scappavano dalla Cina. Tutti si aspettavano che la carismatica Lady che ad aprile scorso ha finalmente vinto le elezioni in Myanmar avrebbe innanzitutto rafforzato i legami con gli Usa. E invece Aung San Suu Kyi ha scelto Pechino come meta della prima visita di Stato formalizzando anche qui l’importanza che l’ingombrante vicino avrebbe avuto nell’economia del suo Paese.

Insomma, con l’eccezione di Giappone, Taiwan e, forse, della Corea del Sud, per la maggior parte degli Stati dell’Asia sudorientale il vantaggio di essere sotto l’ombrello economico cinese è di gran lunga maggiore di quello portato dalla protezione politica e militare statunitense. Di fatto, senza che nessun accordo sia stato firmato, il Pacifico è già stato spartito.

 

[Foto in apertura Getty Images]

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