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27 febbraio 2017

Il compagno Martin Schulz si riscopre socialista

Il leader dell’Spd sfida Merkel promettendo di cambiare l’agenda Schröder sul lavoro. Ma nel direttivo che diede inizio all’era dei mini jobs c’era anche lui

Barbara Ciolli

 Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 25 febbraio e in edizione digitale

L’ultimo video della sua campagna elettorale si intitola “Benessere e dignità”. Martin Schulz stringe entusiasta la mano ai metalmeccanici tedeschi, passeggia e sorride accanto ai loro boss, perché preferisce gli «industriali che fanno utili a quelli in crisi». Ma poi li ammonisce: «Prima di tutto per noi viene la dignità del lavoro sicuro, servono garanzie a lungo termine». «Contratti a tempo indeterminato», «pensioni di solidarietà» e «assegni di disoccupazione più lunghi» per «costruire famiglie e fare progetti anche nei momenti di difficoltà», sono i primi tre impegni del candidato socialdemocratico (Spd) a cancelliere di Germania.

Per tutto il resto il suo programma è ancora vago ma tanto basta a renderlo una bomba, e non solo perché le tre premesse di Schulz ribaltano le politiche restrittive sulla spesa sociale (a esclusione di alcuni bonus alle famiglie) e di flessibilità dell’era Merkel. Più contratti interinali, riforma delle pensioni e minori tutele ai disoccupati sono stati, prima di tutto, i tre cardini dell’Agenda 2010 dell’ultimo governo socialdemocratico di Gerhard Schröder. Al vecchio compagno di partito di Schulz va la paternità delle riforme avviate nel 2003 che, sulle orme della terza via percorsa da Blair e Clinton, avrebbero portato anche l’Spd alle politiche neoliberiste dei tagli al welfare e ai diritti dei lavoratori.

Dal 2005 la stessa Angela Merkel – cancelliera di due grandi coalizioni con i socialdemocratici, intervallate da un esecutivo di cristiano-democratici (Cdu-Csu) e liberali – non ha nient’altro che inasprito l’Agenda 2010, proponendola come ricetta per le «riforme» anche ai Paesi dell’Ue. Fino alla presa di distanze di Schulz, l’Spd difendeva le liberalizzazioni e la flessibilità che si ritiene abbiano dato alla Germania milioni di posti di lavoro e la grande ripresa dell’occupazione.

Però proprio sul piano di Schröder l’ala più a sinistra dei socialdemocratici si staccò, fondendosi nella Linke con gli ex comunisti della Ddr: ancora all’inizio del 2017, la sinistra radicale tedesca ha proposto come capo di Stato l’ex socialdemocratico Christoph Butterwegge, scissionista per l’«Agenda 2010 che rendeva più poveri», in alternativa al (poi eletto) Frank-Walter Steinmeier, ministro uscente di Merkel in quota Spd.

Al Congresso dei lavoratori di Bielefeld, nel Land industriale della Ruhr dove Schulz ha alcuni suoi fedelissimi, lo sfidante della cancelliera non ha mai nominato l’Agenda 2010. Ma, da neo presidente dell’Spd, al comizio fondante della corsa elettorale ha ammesso: «Abbiamo fatto degli errori. La corrente neoliberale mainstream ha interpretato i vantaggi della nostra economia sociale come un ostacolo alla crescita».

Staatsakt Helmut Schmidt

Ufficialmente Schulz non rinnega il pacchetto di riforme di Schröder, afferma di «volerlo mandare avanti» con le «correzioni» annunciate, che tuttavia lo snaturerebbero. Prospetta una «pensione di solidarietà» in modo da «aumentare chiaramente le assicurazioni di base». Vuol «smantellare i contratti a tempo determinato senza ragione oggettiva» e si schiera per «i contratti a tempo indeterminato, una questione di rispetto tra lavoratori e datore di lavoro».

L’ex capo dell’Europarlamento si fa riprendere nei mercati, negli stadi, nelle fabbriche, tra gli studenti. È attivissimo sui social network e fa il pieno di selfie e autografi, quando invece Merkel non sembra neanche in campagna elettorale. Schulz è socievole e trasmette un ottimismo travolgente: in meno di un mese ha scavalcato per gradimento la cancelliera (lui è schizzato al 49%, lei precipitata al 38%) e fatto volare di quasi 10 punti l’Spd in un inaspettato testa a testa con la Csu-Cdu, tanto almeno dicono i sondaggi. Consensi che arriverebbero in particolare dai cristiano-democratici moderati e dalla Linke.

Da questo febbraio i socialdemocratici tedeschi contano più di 6.300 nuovi iscritti, solo online: un record di oltre 260 tesserati al giorno, la maggioranza tra i giovani entrati nel mondo del lavoro con la stagione dei mini Job precari (simili ai co.co.co. e co.co.pro.) di Schröder. Come i disoccupati penalizzati dall’Harz IV – il programma dei sussidi ridotti secondo l’Agenda 2010 – vedono in Schulz il «santo Martin pronto a rottamare Schröder», commentano i media tedeschi. Il leader dell’Spd, di casa per 22 anni a Strasburgo, si presenta come un outsider rimasto fuori dal tritacarne della politica nazionale.

Racconta alla gente comune di aver provato anche lui, da ragazzo, il tunnel della disoccupazione: un periodo per Schulz effettivamente buio, anche di dipendenza dall’alcol, dal quale l’hanno riscattato il lavoro da bibliotecario e la militanza politica, sfociata nella formidabile carriera all’Ue. Schulz infonde l’immagine del potente rimasto persona semplice, raccomanda agli operai di «non votare i populisti di estrema destra come Trump, che vogliono solo usarli». Bensì lui, che invece vuol «davvero aiutarli». Lo slogan della Linke per le Legislative del 24 settembre 2017 è «Sociale. Giusto. Per tutti». Quello dell’Spd: «Tempo per più giustizia. Tempo per Martin».

Prima di chiamare Schulz sul palco, a Bielefeld i socialdemocratici hanno sottolineato di aver spinto loro la grande coalizione a introdurre, nel 2015, il minimo salariale e di «non aver fatto quello a cui Merkel e Schäuble tentano di obbligare i vicini in Europa». Sembrano puntare a un’alleanza con i Verdi e se necessario con la Linke, che però non vogliono unirsi a Schulz: a differenza dei milioni di suoi fan, ricordano bene che anche lui era nel direttivo dell’Spd, al varo dell’Agenda 2010. Sarà dura, ma Schulz pare convinto di farcela comunque.

[Foto in apertura Fabrizio Bensch / Reuters / Contrasto]

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