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27 febbraio 2017

Default Argentina, quello che i protezionisti non vi dicono

Cristina Kirchner promise lavoro e benessere agli argentini con la politica delle barriere. Il risultato fu il default del Paese. Una storia che i nazionalisti fingono di ignorare

L'alieno Gentile*

 Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 25 febbraio 2017 o in edizione digitale

Un carismatico presidente populista è appena stato eletto, con la promessa di rimettere in sesto l’economia nazionale, sfidando la globalizzazione. La sua posizione è che la nazione non produce le cose che consuma, che bisogna ripristinare la produzione locale, riportare nel Paese la produzione che si è spostata in Messico e Asia. Cronaca d’attualità del 2017? No, si tratta di storia, siamo nel 2007, in Argentina, dove Cristina Fernández de Kirchner è appena stata eletta Presidente.

All’inizio la manovra fu fiscale: una severa imposta sulle importazioni, e il vincolo che per poter importare qualcosa occorreva anche provvedere a esportare. Fu così che un importatore di Porsche rilevò dei terreni e si mise a esportare vino per poter continuare a importare auto dalla Germania; situazioni simili si crearono per altri marchi automobilistici giapponesi, che “spinsero” in questo modo le esportazioni di prodotti agricoli e cibo per animali.

Ma su alcuni tipi di beni, come gli smartphone e altri prodotti di elettronica, le importazioni vennero totalmente proibite. Dal 2010 si poté commercializzare in Argentina solo ciò che si produceva in Argentina. Alcune società, come ad esempio Apple, presero atto: non era più possibile comprare un iPhone per un cittadino di Buenos Aires. Ma altri marchi fecero scelte diverse, come Rim l’azienda produttrice dei telefoni BlackBerry.

Con i suoi oltre quaranta milioni di abitanti, l’Argentina era, per Rim, un mercato troppo importante per essere abbandonato, le limitazioni imposte dalla Kirchner rischiavano di costare più di 100 milioni di dollari l’anno in vendite perdute. In riconoscenza di uno dei bacini elettorali che più l’aveva sostenuta, Cristina Kirchner impose anche che la produzione di telefoni cellulari doveva essere realizzata nella regione della Terra del Fuoco, all’estremo sud del Paese.

Così Rim fece un accordo con un piccolo produttore locale per iniziare a produrre telefoni in Argentina, anziché usare la sua linea principale di produzione, con pezzi realizzati in Asia e assemblati in Messico e in Ungheria. I lavoratori argentini ebbero modo di apprendere nuove e più sofisticate tecniche e di utilizzare macchinari mai visti prima, senza contare il beneficio per l’occupazione: gli stabilimenti di Rim assunsero oltre duemila persone, e per farle venire a vivere e lavorare nella Terra del Fuoco, uno degli angoli più sperduti del pianeta, furono costretti ad offrire ottimi stipendi. Qualche mese dopo la presidente Kirchner brandiva davanti al popolo il primo BlackBerry interamente prodotto in Argentina, fu un momento di orgoglio nazionale. L’iniziativa governativa aveva creato migliaia di posti di lavoro qualificati e ben retribuiti, per produrre un articolo richiestissimo e molto popolare, che così veniva messo a disposizione dei cittadini.

Il prodotto era perfettamente identico a quello che veniva realizzato altrove, e lo stesso valeva per beni di altre marche: per i computer portatili o le tv a schermo piatto, gli elettrodomestici a microonde o quelli per l’aria condizionata. Anche i giornali esteri iniziarono a celebrare il miracolo economico della Kirchner. In realtà l’idillio era destinato a breve vita: creare nuovi stabilimenti e nuove linee produttive aveva richiesto del tempo. I prodotti che venivano realizzati erano modelli vecchi di un paio d’anni, che nell’esempio della telefonia fanno una certa differenza, senza contare che finivano per essere estremamente cari.

Il BlackBerry costava circa il doppio che negli USA. Fu così che nacque il traffico illegale di telefoni BalckBerry, che alcuni intraprendenti argentini andavano a comprare negli Usa per importarli illegalmente e rivenderli nel loro Paese con ampio margine a prezzi molto concorrenziali. È una dinamica vista decine di volte nella Storia, ogni volta che le regole hanno tentato di impedire il libero scambio: anche il proibizionismo statunitense per gli alcolici rese florido il commercio clandestino, negli anni ‘20.

La politica della Kirchner, naturalmente, provocò la discesa delle vendite ordinarie, rendendo gli impianti un centro di costi, anziché di ricavi. Solo due anni dopo che il primo BlackBerry veniva brandito dalla Presidente davanti alla folla urlante, lo stabilimento RIM chiuse i battenti. I posti di lavoro si stavano riducendo rapidamente, mentre il Paese doveva fronteggiare l’onda lunga delle scelte protezioniste: l’inflazione. L’obbligo alla produzione domestica comportava prodotti più cari, e il costo della vita si adeguò in tutti i settori.

I beni alimentari raddoppiarono di prezzo, il tasso di inflazione arrivò al 40%. L’altro tipico effetto di ritorno delle politiche protezioniste è che il Paese ha investito soldi ed energie nel rivitalizzare la manifattura, rinunciando a investire quei soldi e quelle energie nelle aree in cui poteva competere su scala globale. Quando poi la barriera normativa costruita a protezione dell’economia nazionale salta, spinta dagli insopprimibili fattori esterni, il Paese scopre di essere rimasto indietro di anni.

Vengono creati posti di lavoro che si rivelano presto non competitivi e dunque non sostenibili. E più il governo si incaponisce a non ammettere l’errore, sostenendo con sussidi ciò che non è sostenibile, più ampio diventa il solco che separa il Paese dalla realtà, e di conseguenza lo shock sociale che seguirà la caduta delle protezioni. È quello che è accaduto in Argentina, che nel dicembre 2015 ha eletto un nuovo presidente, Mauricio Macri, con il piano di riportare il Paese all’interno del mercato internazionale. Perché, con i posti di lavoro che hanno illuso per qualche tempo e che non ci sono più, insieme all’inflazione, per ridurre la quale serviranno anni, a Buenos Aires un iPhone, comunque, non può comprarlo quasi nessuno neanche adesso.

L’esperienza dell’Argentina e dei molteplici tentativi protezionisti del passato dovrebbe insegnare a diffidare dalle ricette populiste. Certamente ci sono sostanziali differenze fra la Kirchner, il voto per la Brexit e Donald Trump, e ancora diversi sono il Front National di Marine LePen e il Movimento 5 Stelle, ma gli esiti elettorali del 2016 e il loro possibile prosieguo nel 2017 ci ricordano quanto sia seducente l’idea protezionista e quanto l’essere umano sia istintivamente incline alla coazione a ripetere.

[Foto in apertura di Xinhua / Eyevine / Contrasto]

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