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26 febbraio 2017

È Melania Trump l’ultima, vera femminista

Le battaglie delle donne hanno imposto un modello di libertà. Tutte in carriera, tutte gender free, tutte uguali. Al diavolo il nuovo patriarcato femminile

Simonetta Sciandivasci

 Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 25 febbraio e in edizione digitale

Sostiene Jessica Valenti del Guardian che l’oscurantismo sessista sta di nuovo avviluppando le sorti del pianeta terra. Per questo, ha inaugurato la newsletter “a week in patriarchy” (una settimana nel patriarcato), in cui racconta questo processo, all’indomani dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Il giorno delle donne in piazza: tre milioni in tutto il mondo, con in testa il pussyhat rosa Barbie, per dire che loro non si sarebbero fatte riportare negli anni ’50 da un bullo maschilista, che ci vogliono le tette e non le bombe, che le loro figlie diventeranno Ceo, diplomatiche e ingegneri (nemmeno una ballerina, che grigiore).

Tanto è bastato ai cronisti occidentali per scrivere che stava inaugurandosi il nuovo movimento delle donne. Un femminismo universale, trasversale, gender free, che si candida a salvare la terra, guidarla, ereditarla, facendosi carico di tutte le istanze che, negli ultimi anni, hanno insistentemente movimentato il dibattito pubblico occidentale.

Un femminismo patrocinato e incarnato da maschi illustri («tutti dovremmo essere femministi», ha detto il premier candese Justin Trudeau) e le cui istanze sembrano inasprirsi in misura direttamente proporzionale al progressivo realizzarsi dell’eguaglianza di genere. Riduzione (timida ma inesorabile) del divario salariale tra donne e uomini; introduzione di parole neutre o di nuove declinazioni (sindaca, presidenta) per non discriminare il femminile; massiccio ingresso delle donne nelle professioni di prestigio (gli ultimi dati raccolti da Dario Di Vico sul Corriere della Sera, indicano un record: 160 mila nuove occupate contro 41 mila nuovi occupati, a Milano); messa al bando del nudo da Playboy; estinzione delle vallette; introduzione di criteri di parità forzata (le quote rosa) nelle aziende: sul curriculum degli anni Zero sono appuntati tutti questi traguardi. Eppure, il sessismo percepito fa parlare di un rinnovato patriarcato ben oltre le newsletter del Guardian.

Federico Rampini, di recente su D-La Repubblica (in un articolo con sottotitolo interessante: «Le proteste femminili non scalfiscono il potere») allertava che le donne non sono affatto contro Trump: il 53% delle bianche laureate e il 62% di quelle non laureate hanno votato per lui. Soumission? Patriarcato femminile? Sindrome di Stoccolma? Reflusso? Gli anni Zero sono stati pure quelli delle migliaia di ragazze di #womenagainstfeminism, che si sono fotografate con addosso cartelli in cui dichiaravano il loro disprezzo verso il femminismo, recepito più che altro come un modello unico, snob, borghese e stretto di emancipazione: in definitiva, nient’altro che una nauseante omologazione camuffata.

Un tranello nel quale il femminismo non smette di indulgere fin dagli anni ‘70. «Un tempo la nostra ricchezza era l’isolamento», pensava Giuliana Ferri nel suo Un quarto di donna, appena ristampato da Elliot, mentre guardava una ex compagna di lotte (quelle per «una misura più morale che fisica della terra») e faticava a sopportarne la mondanità, il chiacchiericcio, la riduzione della libertà a emancipazione.

Di un’altra che le proponeva di andare a lavorare con lei a New York perché «la vita deve sempre cominciare con una presunzione» e che era rumorosa, affamata e brillante, riusciva solo a domandarsi se fosse infelice per adattamento o per disadattamento. La Ferri pubblicò il libro pochi mesi prima del varo del nuovo diritto di famiglia (1975), che per la prima volta introdusse in Italia la parità dei coniugi. Le donne si erano fatte soggetto politico e avevano vinto, erano intervenute sulla realtà, avevano conquistato un posto al suo tavolo.

C’era «più esaltazione che gioia», ma di certo l’esaltazione era potente, assoluta. Giuliana Ferri, però, annusava la fregatura. «Della mia città conosco le strade e non le panchine, l’utilità e non la bellezza», scriveva, stanca di divertirsi e correre e affannarsi e dimostrarsi temprata per tutto, all’altezza di tutto, entusiasta di tutto. Guardava casa sua e scopriva che le mancava governarla. Guardava suo figlio e scopriva di essere una «madre anacronistica«. Guardava suo marito e scopriva che non gli interessava condividere quello che pensava con lui, perché lui era un uomo.

Nel 1974, Giuliana Ferri riusciva già ad ammettere che le sue battaglie di femmina pronta a farsi donna le avevano sottratto la sua singolarità, il rifugio domestico, la solitudine, l’ozio, il silenzio, il tempo. Un’incursione nel tepore placido degli aborriti (dalle donne contro Trump) anni ’50, Giuliana Ferri l’avrebbe forse fatta volentieri. E la farebbero volentieri anche le migliaia di donne che ogni giorno rimpiangono la scomparsa del maschio alfa (la pagina Facebook “Gli uomini sono le nuove donne” ha quasi 100 mila iscritti: molti sono maschi pronti a ribattere che «questi sono gli effetti della parità che avete tanto voluto»).

Ma se il femminismo si è ridotto a mezzo del politicamente corretto, se le avvisaglie di patriarcato sono solo retorica liberal non è perché alle donne manca quel pizzico di archetipo sessista che fa sexy l’amore: alle donne manca di poter essere diverse dagli uomini. Il femminismo ha interrotto ciò che aveva inventato, il «partire da sé» per trovare la forma specifica della propria libertà, accontentandosi di fabbricarne una standard, dentro un calco a prova di maschio in crisi. Di fottersene di quel calco, oggi, la più capace è Melania Trump. Quelle che frignano di patriarcato, invece, ci sono dentro fino al collo.

[Foto in apertura di Mark Peterson / Redux / Contrasto]

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