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26 febbraio 2017

Il giorno in cui Jackie creò il mito di Kennedy

Il film di Pablo Larraín si concentra sulle vicende che seguono l’assassinio del presidente. Secondo il punto di vista della vedova. Che cela la verità del suo dolore

Aldo Fresia

 Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 25 febbraio e in edizione digitale

Il 2016 è stato un anno intenso e fortunato per il regista cileno Pablo Larraín: ha presentato il film Neruda al Festival di Cannes, nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, e ha portato Jackie al Festival di Venezia. In entrambi i casi la reazione è stata più che positiva e, nel caso di Jackie, ha propiziato la vittoria per la miglior sceneggiatura al Lido e poi la nomination all’Oscar per la migliore attrice protagonista (Natalie Portman). Curiosamente, e al netto delle differenze, i due film sono accomunati dalla medesima ossessione per la narrazione delle cose.

Neruda approfitta della fuga del celebre poeta, che il governo cileno vorrebbe arrestare, per raccontare la differenza che corre tra chi è libero e chi è asservito, e di conseguenza tra chi è vivo e chi invece può al massimo sperare di vivere attraverso il racconto di chi vive davvero. Jackie si concentra sui fatti che seguono l’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy (22 novembre 1963) per guardarli dal punto di vista della vedova Jacqueline Kennedy.

Assistiamo all’impensabile dolore di una donna che ha visto l’amato morire, che cerca di proteggere i propri figli, di ritrovare la fede religiosa andata in frantumi, di rimettere insieme i pezzi del suo cuore e della sua anima, mentre incombono questioni pratiche come i funerali di Stato e il trasloco dalla Casa Bianca per lasciare spazio al nuovo presidente. E insieme, assistiamo alla vicenda di una first lady che costruisce consapevolmente la narrazione di suo marito: è su questo dettaglio che Neruda e Jackie si incontrano.

È solo un aspetto di due film molto ricchi e stratificati, ma si tratta di un elemento che in qualche modo nutre il discorso intellettuale di Pablo Larraín. Dal punto di vista della struttura narrativa, Jackie continua a saltare avanti e indietro nel tempo approfittando dell’intervista che Jacqueline Kennedy concede a un giornalista, fatto realmente accaduto: il giornalista era Theodore H. White e scrisse un bellissimo pezzo pubblicato il 6 dicembre 1963 sul magazine Life.

Poco prima che il giornalista si presenti a casa di Jackie, Pablo Larraín la inquadra dietro grandi vetrate, cioè mettendo un elemento scenico fra la cinepresa e il personaggio, dunque fra noi e ciò che stiamo guardando: non avremo accesso, insomma, alla verità intima delle cose (sarebbe possibile?). Quando poi il giornalista arriva, Jackie è molto chiara con lui: non potrà pubblicare niente che lei non abbia espressamente approvato; quando le scapperanno frasi dettate dal suo travaglio personale, lei dirà «non pensi nemmeno per un momento che le consentirò di scriverlo»; oppure, pur tentando di placare il dolore del lutto fumando una sigaretta dietro l’altra, Jackie risponderà all’ipotesi che questo dettaglio sia messo su carta con un secco «io non fumo».

Quello che sta facendo non è comportarsi in modo capriccioso, ma l’esatto contrario: l’intervista è il tassello di una narrazione, così come l’organizzazione del funerale. Lei sa benissimo che ciò che vedranno e leggeranno gli statunitensi in quei giorni forgerà la memoria di John F. Kennedy al di là dei suoi meriti o demeriti come marito e presidente. Pescando tra le frasi che Natalie Portman pronuncia, troviamo tutti i pezzi del puzzle: «L’arte e gli oggetti storici sono più grandi di noi». E ancora: «Penso che i personaggi di cui leggiamo diventino più reali degli uomini che abbiamo accanto».

Infine, citando quasi alla lettera un passaggio dell’articolo pubblicato su Life nel 1963, ricorda l’importanza che ha avuto il mito della Tavola Rotonda nella formazione di Kennedy, di come abbia plasmato una visione idealistica della storia, teatro d’azione degli eroi, e di conseguenza abbia portato a una presidenza che ambiva a una grandezza umana forgiata dall’arte e dalla giustizia: «Ci saranno altri grandi presidenti, ma non ci sarà mai più una Camelot».

Pablo Larraín approfitta dunque di un omicidio, un funerale e un’intervista per ragionare sul significato dei racconti. Lui, che è regista e dunque artefice di narrazioni, ci ricorda che sono costruzioni consapevoli; ma anche necessarie, quando diventano arte e ci spingono verso Camelot.

[Foto in apertura di Fox Searchlight / Courtesy Everett Collection / Contrasto]

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