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23 febbraio 2017

Tu paghi, io ti pubblico. La giungla delle riviste trash

Uno studio fa luce sulle testate che in Italia accettano qualunque scritto per soldi. Facendo leva sul bisogno dei ricercatori di raggiungere i paper per l’abilitazione

Nico Pitrelli

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 febbraio 2017 o in edizione digitale

«I nostri risultati sono solo la punta di un iceberg di un insieme più ampio di riviste scientifiche di bassa qualità che non dovrebbero essere considerate automaticamente nella valutazione della ricerca». Ne è convinto Mauro Sylos Labini, economista dell’Università di Pisa, coautore di un lavoro in corso di pubblicazione sulla proliferazione in Italia della cosiddetta editoria predatoria, l’aggressiva e spregiudicata attività di marketing da parte di testate specialistiche di dubbio valore disposte a pubblicare qualunque cosa in cambio di soldi.

Il fenomeno dilaga da anni a livello internazionale, ma non si sapeva quanto fosse diffuso nel nostro Paese. Sylos Labini e i suoi colleghi Manuel Bagues e Natalia Zinovyeva dell’Università Aalto di Helsinki, nella loro ricerca già disponibile online in una versione preliminare nella collana working papers della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, hanno mostrato per la prima volta che non ne siamo affatto immuni. Anzi, come spiega a pagina99 il ricercatore pisano, «abbiamo svelato un mondo sommerso in continua crescita, già oggi più vasto di quanto siamo riusciti a stimare nel periodo preso in esame».

 

La lista di Beall

La vicenda dell’editoria predatoria ruota attorno alla figura del bibliotecario e ricercatore americano Jeffrey Beall. In forze all’Università di Denver in Colorado, Beall a partire dal 2010 ha iniziato a stilare una lista di «potenziali, possibili o probabili» riviste spazzatura. L’elenco è stato aggiornato fino a poche settimane fa, quando per motivi non meglio precisati è stato ritirato dall’autore. Il catalogo era disponibile all’indirizzo scholarlyoa.com, ma è ancora visibile online su altri siti web. Al centro di feroci polemiche con le case editrici, conteneva più di mille titoli.

«Non so cosa abbia spinto Beall a cancellare la sua lista», continua Sylos Labini. «Certamente c’erano delle difficoltà nelle sue valutazioni, perché è difficile che una persona sola possa svolgere un lavoro di setaccio così complicato. Lo stesso autore ha d’altra parte ammesso che il suo non era un elenco scolpito nella roccia, ma nonostante ciò, il suo sforzo rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per chi vuole comprendere l’impatto quantitativo e qualitativo dell’editoria predatoria».

 

Il fenomeno in Italia

Proprio sulla lista di Beall si è basata la ricerca di Sylos Labini e colleghi. I tre economisti hanno incrociato le riviste registrate dallo studioso americano con i curricula di 46 mila ricercatori che hanno partecipato all’abilitazione scientifica nazionale, la procedura attraverso cui si può ottenere in Italia il titolo necessario per prendere parte alle selezioni per il ruolo di professore universitario. Nel periodo 2002-2012 sono stati identificati circa seimila articoli pubblicati su giornali messi all’indice da Beall, lo 0,3 per cento del totale. In più, si è rilevato che circa il 5 per cento dei ricercatori del campione aveva almeno una pubblicazione predatoria.

«Questi dati sono una sottostima della situazione attuale», afferma Sylos Labini, «sia perché è passato del tempo rispetto alla nostra indagine e probabilmente il numero di persone che hanno pubblicato su riviste spazzatura è cresciuto, sia perché molte riviste, predatorie o quasi predatorie, non sono nella lista». I campi disciplinari dove il problema è più significativo sono il management e l’economia, dove nel 2012 più del 5 per cento dei paper ha contribuito all’editoria trash. A seguire alcuni settori di medicina e ingegneria. Tra le prede, quasi del tutto assenti i fisici.

 

Editori e predoni

A cadere nella tentazione o nell’inganno indotti dalle decine di mail che arrivano ogni giorno agli accademici per convincerli a pubblicare sulle riviste più disparate, «sono di fatto quei settori che non hanno nel nostro Paese una grande esperienza di pubblicazione internazionale», continua l’economista pisano. «Si tratta soprattutto di ricercatori relativamente inesperti, più uomini che donne, i quali cedono alle sollecitazioni degli editori predoni, la cui azione è d’altro canto molto aggressiva.

Le loro strategie consistono ad esempio nel contrattare strenuamente sul prezzo, nel condizionare la pubblicazione alla citazione di altri articoli della rivista, nell’invitare gli autori a partecipare a conferenze a pagamento che poco hanno a che fare con la scienza ma che si svolgono in posti affascinanti dal punto di vista turistico. Spesso succede anche che gli articoli siano pubblicati senza il consenso degli autori».

 

Cosa spinge i ricercatori

Le motivazioni per cui associare il proprio nome a paper dalla dubbia qualità scientifica possono essere diverse. Uno dei valori aggiunti della ricerca di Sylos Labini e colleghi è stato quello di cercare di comprenderle più in profondità, attraverso un questionario inviato via email ai firmatari degli articoli presi in esame. Con una certa sorpresa più del 50 per cento del campione ha reagito. Le risposte hanno svelato un intreccio di inesperienza associata alle disfunzioni del sistema di valutazione della ricerca. Alcuni ad esempio hanno accettato di diventare “prede” per raggiungere il numero di pubblicazioni necessarie per accedere all’abilitazione scientifica nazionale nei termini richiesti.

Ma la nota forse più preoccupante è aver constatato che circa un quarto delle riviste predatorie su cui pubblicano i ricercatori italiani è anche indicizzato su Scopus, un database di riassunti e citazioni riguardanti la ricerca che viene considerato un segno distintivo di qualità e usato anche, insieme a molti altri parametri, per misurare il valore della produzione scientifica delle università italiane.

 

Le pubblicazioni sospette

Tra i nomi di giornali maggiormente segnalati come sospetti c’è Frontiers in Bioscience in campo medico e biologico, il Journal of Animal and Veterinary Advances per le scienze animali, il Journal of Us-China Public Administration per quanto riguarda il business, l’Applied Mathematical Sciences in matematica. Ma la lista di Beall è lunga e include, oltre agli editori e alle singole riviste, anche società che forniscono false misurazioni dell’impatto delle proprie pubblicazioni o i cosiddetti hijacked journals, riviste di cui qualcuno ha creato siti web contraffatti che inducono gli sprovveduti a inviare articoli e pagare.

Insomma, «si tratta di una vera e propria giungla», conclude Sylos Labini, «un fenomeno molto vicino alla corruzione che però può essere ancora sconfitto e che non va confuso, come spesso avviene, con l’open access, vale a dire il movimento che promuove l’accesso nel modo più libero possibile e senza restrizioni alla ricerca. Nel nostro lavoro abbiamo dimostrato che il problema delle pubblicazioni spazzatura riguarda sia l’editoria più tradizionale, “chiusa”, sia quella ad accesso aperto. La lista di Beall ha forse diffuso l’impressione di una coincidenza tra riviste open access e riviste predatorie, ma non è così».

 

[Foto in apertura di Kevin Hauff / Getty Images]

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