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23 febbraio 2017

Quel Renzi contro tutti bocciato in storia

Un libro uscito per Donzelli osserva che la disciplina è in crisi profonda. Perché ai fatti del passato ormai opponiamo l’orizzonte corto del presente

Olga Occhichiari

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 febbraio 2017 o in edizione digitale

«Uno spettro si aggira per la nostra epoca: lo spettro del breve termine». Inizia così il pamphlet di David Armitage e Jo Guldi, appena tradotto da Donzelli (Manifesto per la storia. Il ruolo del passato nel mondo d’oggi, introduzione di Renato Camurri). Gli autori sono due affermati storici di cultura anglosassone, ma questa accorata denuncia della crisi profonda attraversata dalla loro disciplina non riguarda soltanto i dipartimenti accademici, costretti dalla spending review a ridurre drasticamente gli organici e tagliare i “superflui” insegnamenti di storia.

Riguarda tutti noi, sempre più incapaci di cogliere la dimensione storica degli avvenimenti per cercare di governarli meglio. Un esempio calzante è quello della globalizzazione, «troppo spesso considerata un fragoroso evento degli ultimi anni e non un lungo e delicato processo storico, che sostanzialmente matura negli ultimi centocinquant’anni ed è, semplicemente, una delle ossature della contemporaneità».

Sono parole di Carlo Fumian, autore nel 2004, sempre per Donzelli, dell’innovativo Verso una società planetaria. Alle origini della globalizzazione contemporanea (1870-1914). Studiare le reazioni – dolenti, apocalittiche, nostalgiche – dei contemporanei di allora produce uno straniante effetto di déjà vu. Anche 150 anni fa la “crisi delle élite” era all’ordine del giorno. Ma si trattava di élite agrarie. Mentre oggi sono quelle post-industriali a danzare sull’orlo dell’abisso.

Senza offesa per i no global, la società planetaria è irreversibile. Sta a noi, però, cercare di tenere a bada i suoi risvolti più insidiosi: dopo la prima globalizzazione, non dimentichiamocelo, arrivarono la Grande Guerra e il fascismo. La storia, purtroppo, non è mai magistra vitae. È invece «la più grande lezione di cinismo che si possa concepire» (E. M. Cioran), un maleodorante calderone di nefandezze. Secondo Armitage e Guldi, una buona conoscenza del passato potrebbe però servirci a «prefigurare il futuro», evitandoci errori devastanti. Pensiamo alle fallimentari guerre americane contro il terrorismo.

Se George W. Bush avesse letto un buon libro sul Grande gioco che nell’Ottocento contrappose Regno Unito e Russia in Medio Oriente, avrebbe capito che quelle terre erano inespugnabili. Del resto, per citare un’altra evidenza storica, la guerra convenzionale non è mai riuscita a debellare il terrorismo. Pensiamo anche al referendum costituzionale del dicembre scorso.

Bastava conoscere qualche rudimento del nostro passato per prevedere che il format “Renzi contro tutti” non avrebbe ottenuto il gradimento degli italiani. I quali, come osservava Leo Longanesi, amano moltissimo «votare contro», a prescindere. Invece, fior di politologi erano persuasi che Renzi se la giocasse. Ai fatti del passato, denunciano Armitage e Guldi, opponiamo ahinoi le teorie del presente.

Per questo imperversano sociologi, scienziati politici ed economisti. I quali possiedono l’orizzonte corto dei consigli di amministrazione, costretti a sfornare report che non vadano oltre un trimestre. Ma questioni epocali come il cambiamento climatico e la permanenza delle diseguaglianze nel mondo capitalistico possono essere affrontate solo in un’ottica di lungo periodo.

Anche il populismo, da noi, non nasce certo con Beppe Grillo. Come dimenticare il movimento dell’Uomo Qualunque – fondato dal commediografo Guglielmo Giannini nel 1944 – e i numerosi intellettuali qualunquisteggianti e antipartitocratici, da Montanelli in giù? Il loro lessico prefigurava inesorabilmente quello del comico genovese. Oltretutto il primo a utilizzare il termine “casta”, in riferimento alla classe politica, fu il cattolico liberale Luigi Sturzo nel 1950, ben 57 anni prima del bestseller di Stella e Rizzo!

Infine, l’immigrazione. Forse tutti vivremmo con più serenità questo fenomeno ineluttabile se sapessimo inquadrarlo in una prospettiva di lunga durata. Senza la libertà di emigrare non ci saremmo mai evoluti e saremmo rimasti tutti in Africa, dove nacque l’homo sapiens, circa 100 mila anni fa. Studiare le emigrazioni ancestrali, come ha fatto il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, ci ha permesso di spiegare scientificamente l’inesistenza delle razze umane. Con buona pace delle elucubrazioni razziste, fondate sul nulla.

[Foto in apertura Courtesy Everett Collection / Contrasto]

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