Seguici anche su

21 febbraio 2017

Putin fa la voce grossa ma l’economia russa è a pezzi

Mosca mostra i muscoli in politica estera. Ma all’interno l’inflazione è al 13%. La produzione industriale cala. Ma il presidente è popolare. E punta alla riconferma

Giuseppe Agliastro

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 febbraio 2017 o in edizione digitale

La Russia appare sempre più potente e influente in campo internazionale. È riuscita a risollevare militarmente le sorti del regime di Bashar al Assad e – assieme agli ex “nemici” della Turchia – si pone come interlocutrice privilegiata nei negoziati tra il governo di Damasco e l’opposizione. La politica isolazionista auspicata dal presidente americano Donald Trump potrebbe darle ulteriore spazio di manovra in Libia – dove Putin sostiene il generale Khalifa Haftar – e in Ucraina – dove il Cremlino è accusato di fornire armi e forze speciali ai separatisti del Donbass.

In Europa strizza l’occhio ai populisti anti-Ue come Marine Le Pen, Matteo Salvini, Beppe Grillo e il premier euroscettico ungherese Viktor Orban, mentre in Francia e in Germania si teme che influenzi le prossime elezioni con attacchi hacker mirati a favorire i candidati che piacciono al Cremlino, come del resto si sospetta sia già avvenuto negli Stati Uniti. Eppure, a guardarla bene, la Russia di oggi è un gigante dai piedi d’argilla: la sua economia soffre di gravi deficit strutturali, e gravi sono anche i problemi sociali.

 

Un gigante malato

Innanzitutto, l’economia russa è largamente controllata dallo Stato e – fatta eccezione per le esportazioni di armi che fruttano circa 15 miliardi di dollari l’anno – si basa pericolosamente su gas e petrolio, e quindi sulle fluttuazioni del prezzo del greggio. Inoltre il Paese più vasto del mondo appare in notevole ritardo sul piano della tecnologia e dell’innovazione, e in questo senso le sanzioni decise dagli Stati Uniti e dall’Unione europea per la crisi ucraina e per l’annessione della Crimea hanno sicuramente peggiorato le cose.

D’altro canto, con Donald Trump alla Casa Bianca, resta da capire se, ed eventualmente fino a quando, le misure restrittive contro la Russia resteranno in piedi. La propaganda del Cremlino ha dipinto la guerra delle sanzioni tra Mosca e l’Occidente come un male superabile e allo stesso tempo come uno stimolo per diversificare l’economia e aumentare la produzione agroalimentare sostituendo la frutta, la verdura e i formaggi che prima venivano importati con quelli “Made in Russia”. In realtà, tra sanzioni e crollo del prezzo del petrolio, l’economia russa sta uscendo solo adesso da un buio biennio di recessione, e la riduzione dei salari reali non ha di certo giovato all’industria.

TOPSHOT-RUSSIA-SNOW-FEATURE

Inflazione galoppante

Nel settore automobilistico, per esempio, nel 2015 le vendite sono scese del 36% rispetto all’anno precedente, e nel 2016 si sono ridotte di un ulteriore 11%, arrivando a 1,42 milioni di auto e veicoli commerciali leggeri venduti: la cifra più bassa degli ultimi 11 anni. Nel settore alimentare invece il divieto di importare molti prodotti dai Paesi occidentali ha provocato la riduzione dell’offerta e quindi l’aumento dei prezzi. L’inflazione galoppante ha divorato gli stipendi, e a volte anche i risparmi, di molti cittadini russi: nel 2014 ha toccato quota 11,4% e nel 2015 si è attestata addirittura al 12,9%, l’anno scorso invece ha raggiunto un più modesto 5,4%.

Numeri del genere avrebbero fatto traballare qualunque governo in un Paese con una stampa libera e delle alternative politiche reali. Ma non è evidentemente questo il caso. La tv di Stato e gli altri altoparlanti mediatici al servizio del Cremlino (compresi quelli rivolti al pubblico straniero come Sputnik e Russia Today) hanno diffuso un’immagine deformata della Russia dipingendola come un Paese preso ingiustamente di mira dall’Occidente dopo l’annessione della russofona Crimea e come l’unica potenza realmente impegnata nella lotta all’Isis.

pil-russo

Parafulmine Madvedev

La televisione statale – sfruttando a regola d’arte il conflitto in Siria – non ha poi perso occasione per magnificare le forze armate russe e tutte le armi moderne a loro disposizione nonché il leader Vladimir Putin, la cui popolarità ha raggiunto livelli da record sulla scia dei suoi successi geopolitici. Tutte le grane di natura economica sono invece finite sul groppone dell’esecutivo guidato da Dmitri Medvedev, che ha fatto praticamente da parafulmine lasciando immacolata la figura dello “zar” anche in vista delle presidenziali del 2018.

La recente risalita del prezzo del petrolio e la possibilità che Trump cancelli con un colpo di spugna le sanzioni contro Mosca (sempre che il Congresso Usa glielo permetta) hanno però fatto parzialmente riprendere l’economia russa. Siamo certamente ben lontani dalla crescita media annuale del Pil del 7% che ha migliorato le condizioni di vita dei russi nei primi anni dell’era Putin, ma nel 2017 il prodotto interno lordo dovrebbe tornare finalmente su valori positivi, sebbene non allontanandosi troppo dallo zero. Comunque meglio del -0,2% nel 2016 e del -3,7% nel 2015.

Anche l’inflazione quest’anno dovrebbe riportarsi a livelli più sostenibili dopo le fiammate del 2014 e del 2015, arrivando attorno all’obiettivo prefissato del 4%. Mentre con il rublo a circa 61 sull’euro sembrano solo un triste ricordo gli eccessi del gennaio 2016 e del dicembre 2014, quando alla Borsa di Mosca la valuta russa superò rispettivamente quota 92 e 100 sulla moneta europea. Ma appare altrettanto irraggiungibile il cambio pre-crisi di 40 rubli per un euro.

 

In balia del greggio

L’economia russa rimane insomma strutturalmente fragile e potenzialmente in balia dei capricci del greggio. Ma sta tornando a galla, trascinata proprio dai prezzi del petrolio in rialzo dopo un’intesa tra Paesi Opec e non Opec per ridurre l’estrazione mondiale. Questo potrebbe giocare a sfavore della fazione liberale e gonfiare invece le vele ai conservatori che avversano i cambiamenti e auspicano che lo Stato continui a controllare l’economia.

L’anno scorso, quando la situazione era più nera di adesso, Putin ha incaricato l’ex ministro delle Finanze Aleksej Kudrin, un guru liberale fedele al leader del Cremlino, di preparare un programma di riforme da applicare – se le autorità lo approveranno – a partire dal 2018, anno delle presidenziali. Secondo l’economista, «i problemi principali del Paese si trovano all’interno della Russia, e sono strutturali e istituzionali».

Kudrin propone di riformare la giustizia, aumentare la concorrenza, investire in tecnologia e innovazione, e lo scorso maggio ha chiesto di «ridurre il livello delle tensioni» nell’arena geopolitica per il bene dell’economia russa. «Nel nostro Paese lo Stato domina ogni cosa, quindi dobbiamo cominciare dal riformare lo Stato», ha spiegato un mese fa a un forum, avvertendo che la Russia ha un ritmo di crescita economica troppo basso, persino se paragonato a quello del periodo di stagnazione degli anni Settanta e Ottanta che ha poi portato al crollo del colosso sovietico.

 

Obiettivo 4 per cento

L’obiettivo di Kudrin è quello di riuscire a far crescere il Pil russo mediamente del 4% annuo negli anni a venire e per convincere Putin a mettere in atto la sua strategia ha spiegato la faccenda nel modo migliore per catturare l’attenzione del presidente russo: «Se non diventeremo un Paese tecnologicamente all’avanguardia», ha detto, «andremo incontro a un problema di riduzione del potenziale difensivo e sarà minacciata la sovranità del Paese».

Basterà per avere il beneplacito dello “zar”? Difficile dirlo. Anche perché Kudrin dovrà vedersela pure con la concorrenza: altre proposte arriveranno infatti dai conservatori dell’Izborsky Club e naturalmente dal governo di Dmitri Medvedev. Di certo, quello stesso Putin che negli anni Duemila si era guadagnato la benevolenza dei russi a colpi di crescita economica e miglioramento delle condizioni di vita, adesso punta piuttosto a conquistare i suoi elettori facendoli sentire parte di una potenza tornata grande: lascia che stringano un po’ la cinghia ma li inebria dell’orgoglio nazionale distillato dalla tv di Stato.

 

[Foto in apertura di Maxim Shemetov / Reuters / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti