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22 febbraio 2017

In Cina, dove la realtà è fantascienza

Gli autori cinesi di science fiction mietono successi. Un settore esploso negli ultimi anni. Come forma di resistenza. Che descrive mondi di fantasia. Per parlare di oggi

Cecilia Attanasio Ghezzi

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 febbraio 2017 o in edizione digitale

La Pechino del ventiduesimo secolo è una megalopoli da 80 milioni di abitanti divisa in tre “spazi”. Ci sono volute due generazioni di operai per costruire questo modello di città “pieghevole”, una sola notte per farli scomparire tra le sue pieghe. Nella capitale del futuro il suolo, la luce e il tempo sono stati divisi tra le classi sociali della popolazione secondo il principio di “chi più ha, più merita”. Nel “primo spazio” 5 milioni di abitanti si godono giornate di 24 ore e tutto il territorio della città. Loro conoscono i meccanismi del “Cambiamento”, e lo governano.

Sono la classe dirigente, servita da uno stuolo di automi e qualche eccellenza scelta tra i professionisti di ogni campo. Quando vanno a dormire, Pechino ruota completamente. Sull’altro lato, il resto dei pechinesi condivide il suolo e le successive 24 ore. I 25 milioni del “secondo spazio” hanno a disposizione 16 ore, dalle sei del mattino alle dieci di sera, per perseguire le proprie carriere e il desiderio di una vita migliore; i restanti 50 milioni abitano il “terzo spazio” e non vedono mai la luce del sole.

Shanghai Zeitgeist

Si svegliano alle 22 e i più fortunati lavorano all’impianto di smaltimento dei rifiuti di tutta la città fino alle prime luci dell’alba, quando sono costretti ad andare a dormire. Solo nella spazzatura potranno trovare traccia di quegli “spazi” che non vedranno mai. È questa l’ambientazione di Pechino pieghevole, racconto vincitore del premio Hugo 2016, tradotto in italiano sull’ultimo numero della rivista specializzata in fantascienza Robot. L’autrice che ha battuto Stephen King si chiama Hao Jingfang ed è un’economista di 32 anni che lavora in un think tank governativo cinese, si occupa di sviluppo e progresso sociale per il Consiglio di Stato. Vive nella periferia di Pechino, ma lavora in centro, dove le capita di incontrare politici e imprenditori.

L’idea di una “Pechino pieghevole” le è venuta semplicemente osservando la realtà: «Quando mi sono trasferita qui ero una studentessa, mi sembrava incredibile che gli operai lavorassero di notte per non disturbare il resto della città e che i ricchi non conoscessero altri posti a parte quelli frequentati da gente come loro». Come tanti amanti del genere, ha cominciato a scrivere proprio nel periodo universitario, quando aveva tempo di leggere e sperimentare nuove forme espressive.

XINHUA PHOTO WEEKLY CHOICES

Il problema dei tre corpi

La fantascienza in Cina è arrivata presto, prima ancora della caduta dell’impero, ma è diventata un fenomeno di massa solo negli ultimi anni, con la pubblicazione di Il problema dei tre corpi. La trilogia, non ancora tradotta in Italia, ha spopolato in patria e negli Stati Uniti, dove è stata scelta come lettura di evasione da Barack Obama e Mark Zuckerberg. Si dice che con quest’opera Liu Cixin, ingegnere 53enne, sia stato eletto a voce di riferimento della fantascienza cinese. La sua è un’utopia scientifica con una doppia ambientazione: la Rivoluzione Culturale e l’oggi.

La trama è talmente complessa da far discutere fisici e scienziati e il suo successo talmente ampio da averla portata sul grande schermo. L’idea che, in ultima analisi, la Cina possa essere teatro di uno scontro per la sopravvivenza del genere umano piace perfino ai censori, che ancora nel 1983 avevano invece bandito la fantascienza come una delle fonti di «inquinamento spirituale». Come spiega il professore della Normale di Pechino Wu Yan, «la fantascienza è la forma di resistenza di un gruppo marginale di persone alla narrativa corrente» e c’è un punto su cui in genere il potere mal si accorda con questo genere narrativo.

Beijing

È difficile che uno scrittore di fantascienza sia così ottimista da credere che la rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo porti inevitabilmente a una società giusta e imparziale. Piuttosto si devia su «macchine adulatrici» o su una corruzione talmente diffusa da arrivare a minare le fondamenta delle basi militari sulla Luna. Se nella Cina che conosciamo l’istruzione si compra a peso d’oro, la distopia è una nuova specie umana di “super-intellettuali”, la cui cultura risulta incomprensibile alla massa della popolazione.

La sinologa Chiara Cigarini, che proprio sulla fantascienza cinese si è specializzata, spiega come l’originalità di quest’ultima sia proprio nella trattazione del presente: «C’è una maggiore libertà espressiva nel descrivere l’attualità ambientandola in un ipotetico futuro. La fantascienza ti permette di criticare la società – tanto quella di cui scrivi non esiste – o di modificarla portando in luce gli aspetti che meritano di essere approfonditi».

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Giornalismo e fantasy

Non a caso il 52enne Han Song, uno dei rappresentanti più autorevoli di questo genere letterario, fa il giornalista per l’agenzia di stampa governativa Xinhua. «Lavoro nei media e quello che scrivo quotidianamente è fantascienza. Se le notizie di oggi sono la storia di domani, la fantascienza sarà l’informazione del futuro», scriveva sul suo blog nel 2013. Per concludere con un concetto che, dopo oltre trent’anni di crescita a due zeri, condividono in molti: «In Cina l’attualità supera la fantascienza». Già. La “Pechino pieghevole” che immagina Hao Jingfang è il frutto perfetto della dittatura del Pil e della crescita economica a tutti i costi.

«Quando il costo del lavoro sale e quello dei macchinari scende, diventa economicamente vantaggioso automatizzare il processo produttivo. Così cresce il Pil, ma anche il tasso di disoccupazione. E tanto più si cerca di proteggere i lavoratori, meno allettante diventa assumere personale. Inoltre, i robot permettono di perfezionare l’economia di scala che ha fatto grande la Cina. Sono assolutamente necessari, se si vuole continuare a crescere. L’unica soluzione “razionale” è ridurre il tempo di veglia della fetta di popolazione che perde il lavoro, e trovare il modo di tenerla impegnata. Capito? Per questo i cinquanta milioni di poveri della nuova Pechino restano svegli per appena sei ore ogni due giorni».

 

Distopia e sinotopia

Hao si è specializzata sulla disuguaglianza e riflette senza pietismi sulla crudeltà della società in cui vive. Nel farlo, asseconda un nuovo filone tipicamente cinese della letteratura. Ken Ning, scrittore e blogger di Pechino, l’ha ironicamente ribattezzato chaohuan, “super fiction”: se avessimo letto tutto ciò che è accaduto in Cina negli ultimi cinquant’anni prima che accadesse, l’avremmo immediatamente bollato come finzione narrativa.

Persino l’ascesa lampo della Cina a potenza globale avrebbe potuto essere raccontata in un best seller di fantascienza di qualche decennio fa. «Oggi esiste l’utopia, la distopia e la “sinotopia”», provoca ancora Han Song. «Il mondo diventerà cinese e descrivere questa nuova forma di utopia è un dovere per tutti noi. Siamo tutti scrittori di fantascienza».

 

[Foto in apertura di Dorothea Schmid / Laif / Contrasto]

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