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20 febbraio 2017

Haussmann, l’Attila che ideò la Parigi del futuro

Una mostra al Pavillon de l’Arsenal celebra il padre dell’urbanistica. Con lui la capitale francese acquistò un nuovo volto. Anticipando i valori delle metropoli moderne

Manuel Orazi

Il futuro di Parigi è nel suo passato. Questo almeno è il senso della mostra Paris Haussmann, appena inaugurata al Pavillon de l’Arsenal (visitabile fino al 7 maggio) e allestita dallo studio di architettura Lan di Benoît Jallon e Umberto Napolitano insieme a Franck Boutté. Non si tratta di una mostra storica, ma di una lettura per molti versi operativa e attualizzante di Georges Eugène Haussmann, padre dell’urbanistica moderna; ed è questo il suo pregio principale.

Non mancano certo alcuni documenti d’epoca (libri, carte, film, fotografie), ma il cuore dell’esposizione è costituito da cento disegni o meglio “ridisegni”: tavole comparative confrontano il tessuto urbanistico di Parigi con quello di altre grandi metropoli agli antipodi fra loro come Brasilia (costruita ex novo un secolo dopo Haussmann) o Toledo (che ha conservato i suoi quartieri più spontanei e dunque irregolari). Il risultato di questa analisi comparata porta a dire che nel passato di Parigi è rintracciabile il futuro. Come spiega Napolitano, «il progetto haussmanniano si relaziona alla città di domani, in particolare ai suoi valori: connettività, resilienza, mixité, attrattività, densità, identità; quelli che tutte le metropoli oggi cercano di incrementare».

La città più compatta d’Europa è anche la più flessibile, e qui neanche la gentrificazione (che ad esempio attanaglia Londra) è un gran problema. Perché? «Parigi si adatta a tutte le scale», prosegue Napolitano, «i blocchi hausmanniani sono estremamente versatili persino nella loro parte sotterranea. La loro grande adattabilità consiste nell’aver sovradimensionato tutto, compreso lo spazio per gli impianti dove è stato possibile, ad esempio, alloggiare la fibra per connessioni internet veloci con grande facilità, contrariamente a tutte le altre grandi città.

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La preveggenza di Haussmann è stata anche quella di predisporre tutti gli edifici per l’arrivo futuro della metropolitana: cosa puntualmente avvenuta dieci, trenta o anche cento anni dopo senza nessun problema ulteriore di scavo o demolizione. Inoltre, aver imposto le quote dei solai con il disegno della facciata a tutta la città ha trasformato ogni isolato in un intero grande edificio: alcuni grand hotel hanno unito fra loro quattro o cinque edifici confinanti senza nessuna difficoltà di circolazione interna, costituendo così un enorme immobile unitario. Addirittura il processo inverso è di facile attuazione».

Insomma “l’Attila della linea retta” o “il Barone squartatore”, come veniva chiamato sui giornali satirici che pubblicavano le caustiche vignette di Honoré Daumier, aveva avuto una visione lungimirante che guardava davvero lontano. Il suo lavoro di prefetto della Senna cominciò nel 1853 e terminò nel 1870 (prima della sconfitta di Sedan che segnò la caduta di Napoleone III). Haussmann fu costretto a dimettersi a causa di una lunga campagna denigratoria del giornale Le Temps e delle denunce di corruzione firmate da Émile Zola (che si ritrovano nel suo romanzo La cuccagna).

In soli diciassette anni il Barone razionalizzò la città, fondando di fatto l’urbanistica (che prima di allora si limitava alla sistemazione di singole strade o piazze) e migliorando le prestazioni igieniche della capitale francese con la fornitura di capienti reti idriche e fognarie. Inoltre, anche dopo le sue dimissioni, gli uomini chiave della sua opera riformatrice restarono al loro posto fino a circa il 1910 – poco prima dell’avvento di Le Corbusier – avendo quindi tutto il tempo di portare avanti il processo di modernizzazione avviato nel 1853.

In mezzo secolo, dunque, Parigi è diventata una città nuova sopra resti medievali, capace di sostenere l’ulteriore processo metropolitano di crescita che oggi conosciamo: senza Haussmann non avremmo avuto né “la capitale del XIX secolo” di Walter Benjamin né i versi di Charles Baudelaire: «La forma di una città cambia, ahimè, più in fretta del cuore di un mortale». Si dimise per le denunce di corruzione firmate da Émile Zola e le campagne dei giornali

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