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20 febbraio 2017

Le proteste in Romania di chi vuole più Europa

La scintilla è stata un decreto salva-corrotti. Ma in realtà i manifestanti rivendicano la transizione definitiva dal post-comunismo ai valori europei

Matteo Tacconi

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 febbraio 2017 o in edizione digitale

«Queste proteste sono state diverse dalle solite. I romeni non sono scesi in piazza per rivendicazioni economiche. L’hanno fatto per i principi». Per Emilia Sercan, docente di giornalismo all’università di Bucarest, questa è la vera cifra delle recenti dimostrazioni di piazza – le più imponenti dal crollo del comunismo nel 1989 – che hanno scosso la Romania a poche settimane dalle elezioni dell’11 dicembre.

Una mobilitazione civica di massa a favore dei valori liberali, della responsabilità e della trasparenza che diversi autorevoli commentatori interpretano come una richiesta di maggiore adesione ai principi dell’Europa comune, proprio in un momento in cui quegli stessi principi rischiano di essere messi in discussione dalle derive populiste in atto in buona parte dell’Europa occidentale.

A scatenare le proteste è stato un decreto “salva-corrotti”. In pratica una depenalizzazione, a certe condizioni, di alcuni reati tipici della politica tra i quali l’abuso d’ufficio. La misura è stata ritirata, ma la piazza, mentre andiamo in stampa, non si è ancora svuotata. Alla pretesa iniziale – una svolta morale nel sistema politico – si è saldata la richiesta di dimissioni del governo, guidato dal Partito socialdemocratico. Che è quello ritenuto storicamente più compromesso.

 

L’origine delle proteste

Dal voto dell’11 dicembre, secondo copione, è uscita una coalizione tra i socialdemocratici (a loro il 45,5% delle preferenze) e i liberal-democratici (5,6%). Il 31 gennaio, a meno di un mese dall’insediamento, il governo ha adottato il contestato decreto spiegando che avrebbe svuotato le carceri, sovraffollate. Opposizioni parlamentari e cittadini l’hanno invece interpretato come un modo per azzerare i guai giudiziari di diversi politici socialdemocratici indagati o condannati per malcostume. Tra questi, il leader del partito Liviu Dragnea. Sta scontando una condanna a un anno (con detenzione sospesa) per aver tentato di manipolare il referendum sull’impeachment dell’ex presidente Traian Basescu, nel 2012.

Il decreto salva-corrotti l’avrebbe sospesa, consentendogli di candidarsi al momento opportuno alla guida del governo, al cui vertice è stato parcheggiato il fedelissimo Sorin Grindeanu. Proprio a causa della pena da scontare, infatti, il presidente Klaus Iohannis, uomo di centrodestra, aveva posto un veto su Dragnea. Questo il quadro politico.

Quanto alle proteste, sono iniziate il 31 gennaio, qualche minuto dopo l’approvazione del decreto. A indispettire i romeni, spiega Emilia Sercan, anche lei scesa in piazza, «è stata la mancata discussione pubblica su un tema del genere e, soprattutto, il fatto che la misura sia stata adottata a tarda sera. “Di notte, come i ladri”, ha spesso recriminato il movimento».

 

Nascita di un movimento

Movimento è una parola impegnativa. Ma il suo utilizzo, in questo caso, non è fuori luogo. Quello visto a Bucarest e nelle altre città romene (si è protestato anche in periferia) è stato davvero un movimento. Rabbioso, spontaneo, deciso a portare avanti una battaglia morale ritenuta di importanza cruciale. «Vogliamo che i politici capiscano che ricoprire cariche pubbliche con una fedina sporca rende vulnerabili loro e le istituzioni», ragiona Emilia Sercan.

Dopo quella del 31 dicembre, ci sono state manifestazioni su base quotidiana. A quelle dal primo al quattro febbraio hanno preso parte in media più di 200 mila persone. Il 5 febbraio si è superato il mezzo milione. Poi c’è stata una flessione numerica evidente. «Sarà difficile d’ora in poi tenere proteste ogni giorno. Pensiamo di concentrarci su quelle del fine settimana», spiega Florin Badita, tra gli animatori di Coruptia ucide, un gruppo di volontari, attivi in rete, che hanno avuto un ruolo organizzativo di rilievo in queste proteste.

«Nel breve termine vogliamo che il governo lasci. Nel lungo, puntiamo a creare una grande coalizione sociale che sappia controllare la classe politica e fare al tempo stesso educazione civica, abituando le persone al pensiero critico», afferma Badita. La strada è lunga. La rapacità dell’élite politica romena non è de resto un fenomeno maturato a parte. «È anche il prodotto di una pubblica opinione poco impegnata, oltre che di una magistratura poco indipendente e di una stampa debole», sottolinea Emilia Sercan. «Qualcosa sta cambiando, ma servirà del tempo».

 

Quelli che non votano

Il movimento di piazza di queste settimane può dare una scossa. Ma deve fare i conti con debolezze strutturali: sue e del Paese. Le persone scese in piazza sono soprattutto esponenti delle classe urbane – spesso giovani – che non hanno votato a favore di questo governo, che trae consenso dalle aree rurali e dalla popolazione anziana, dove le promesse di spesa sociale fanno più facilmente breccia. Comunicare l’indignazione e la voglia di cambiamento al resto del Paese sarà faticoso.

In ogni caso, per gli indignati romeni una lezione da trarre già c’è. Molti di loro non solo non hanno votato per questa coalizione. Non sono proprio andati alle urne. Ed è anche per la bassa affluenza (meno del 40%) che i socialdemocratici di Dragnea hanno stravinto, facendosi bastare la capacità di mobilitare la provincia.

«Stiamo protestando contro leggi sbagliate a prescindere, ed è giusto farlo. Però sì, la prossima volta sarà importante esercitare il diritto di voto», dice Florin Badita, riferendo al contempo che il movimento non intende perdere purezza, prendendo posizione per o facendosi assorbire da qualche partito. La prossima tornata sembra comunque lontana nel tempo.

Il governo non ha intenzione di cedere, e forse nemmeno il presidente Klaus Iohannis, di fatto il leader del centrodestra romeno, secondo qualcuno voglioso di mettere il cappello sul movimento di piazza, vuole avventurarsi lungo una strada perigliosa quale lo scioglimento del Parlamento. Potrebbe darsi che il referendum popolare sulla lotta alla corruzione che si terrà nei prossimi mesi, proposto proprio da Iohannis e appoggiato all’unanimità dai deputati, sia il modo con cui il presidente e Liviu Dragnea intendono comprare un po’ di tempo.

 

[Foto in apertura di Matt Cardy / Getty Images]

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