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19 febbraio 2017

Come ha fatto il calcio italiano a finire in serie B

La vittoria ai Mondiali ci illuse. Ma mentre i nostri club si crogiolavano nei diritti tv, nel resto d’Europa si investiva in merchandising e stadi di proprietà

Fulvio Paglialunga

Prendete un bambino di dieci anni, sveglio e innamorato del pallone e raccontategli una storia. Ditegli che oggi non dovrà vedere il Clásico e dovrà rinunciare alla seduzione di Barcellona e Real Madrid. Dovrà ascoltare e fare a meno del derby di Manchester, dell’irresistibile riproporsi della sfida epica tra Mourinho e Guardiola. Ragazzo mio, voglio raccontarti che c’è stato un tempo in cui il campionato italiano era il-più-bel-campionato-del-mondo, quelli da guardare in tv eravamo noi e l’epica abitava qui.

Non è una favola e non ha il lieto fine. Una volta qui era tutto un campo di calcio e grandi campioni: c’erano Maradona, Zico, Platini, Van Basten, Ronaldo, Batistuta, Zidane. Ora il panorama è scarno, il centro si è spostato e questa è la periferia. Non è accaduto tutto in dieci anni, ma il bambino di quinta elementare è quello che è arrivato nel periodo peggiore. Nel momento in cui è finita l’illusione che bastasse arrangiarsi ancora, nascondere la polvere, affidarsi alla creatività e pure un po’ alla buona sorte per reggere il confronto.

L’ultimo sussulto è l’anno dei Mondiali, quelli del 2006. L’Italia del calcio a sorpresa la più forte di tutte, il sigillo di Fabio Grosso e nessuna possibilità di obiettare, anche in piena tempesta Calciopoli. Non erano gli anni d’oro, eppure eravamo in alto: qualche mese prima del trionfo in Germania avevamo portato Juventus e Inter ai quarti di Champions e il Milan fino alla semifinale…

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[Foto in apertura di Arnd Wiegmann / Reuters / Contrasto]

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