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17 febbraio 2017

Popolare di Vicenza e Veneto Banca, chi dice no alla fusione

Il 22 marzo scade la proposta di rimborso parziale ai soci di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Necessaria alle nozze tra i due istituti. Ecco chi vuole farle saltare

Renzo Rosati

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 febbraio 2017 o in edizione digitale

C’è Luigi Ugone, ex assessore di Altavilla Vicentina, presidente dell’Associazione “Noi che credevamo nella Bpvi”, cioè nella Popolare di Vicenza. Ugone, 37 anni, da dieci organizza comitati, blocca autostrade, riempie palestre e palazzi dello sport: ha cominciato contro i T-red, i semafori sparamulte; ha proseguito scendendo in piazza contro l’Europa e il fiscal compact. Dopo un breve passato di amministratore, Ugone scalda i palazzetti del triveneto e non solo, dal PalaPalladio di Vicenza al palasport di Udine, al PalaBernes di Paderno nel Friuli, giù fino a Prato, dove la Pop Vicenza aveva comprato la locale cassa di risparmio. L’altra presenza fissa è quella di Don Torta, al secolo Enrico Torta, parroco di Dese, frazione di Favaro Veneto, provincia di Venezia.

Don Torta è un veterano delle battaglie bancarie. Già nel 2015 a Spresiano Trevigiano aizzava a «ribellarsi al dio denaro, l’idolo che rifila carta straccia ai pensionati e alle famiglie». Presenza fissa sulle tv locali, Don Torta è anche andato a Roma, scortato da due commesse, per protestare contro le domeniche lavorative con il segretario di Stato Pietro Parolin. A lui è intitolato un coordinamento di “cittadini-risparmiatori” che ha come bersagli i vertici passati e attuali di Bpvi e di Veneto Banca (l’altra popolare, di Montebelluna, a capitale azzerato), nonché i soci storici tra i quali figura anche la diocesi vicentina, con il vescovo Beniamino Pizziol che dice di «osservare la situazione non solo da un punto di vista economico ma anche etico».

 

Il traguardo: far fallire l’offerta

L’obiettivo di Don Torta e Ugone è far fallire l’offerta di rimborso (parziale) di 9 euro ad azione avanzata ai soci dall’amministratore delegato della Popolare di Vicenza Fabrizio Viola, ex numero uno di Mps, con rinuncia a ogni azione legale. Iniziativa parallela a quella di Veneto Banca, che offre il 15% del prezzo di acquisto delle azioni. Le due proposte scadono il 22 marzo, salvo proroga, e prevedono l’adesione minima dell’80% degli azionisti, 94 mila di Pop Vicenza, 75 mila di Veneto Banca. Dopodiché si potrà passare alla fusione, alla ricapitalizzazione ad opera del Fondo Atlante, al tentativo di evitare un nuovo crac che metterebbe ko l’intero sistema bancario italiano. Al quale il governo ha appena destinato 20 miliardi, 6,6 dei quali per il salvataggio della sola Mps.

 

Gli altri “oppositori”

Alessandro Penati, presidente di Quaestio, deputata da Atlante al controllo delle due popolari, definisce quella veneta «una horror story», sia per i populismi locali sia accusando di disinteresse gli azionisti privati. Penati però è sicuro che la fusione Vicenza-Montebelluna andrà in porto, «e la banca avrà i requisiti patrimoniali migliori d’Italia». A parte Ugone e il clero combattente, molti altri vogliono sbarrargli la strada sull’asse Vicenza-Mestre-Udine, mentre Verona è vissuta come un altro pianeta, nell’orbita della finanza milanese. È il caso della Federconsumatori, con i capi Barbara Puschiasis (friulana) e Luigi Guiotto (vicentino).

A parole su una linea più pragmatica, avvertono che sono ormai un ricordo i 65 euro, quanto valevano teoricamente – le banche non erano quotate – le azioni ai tempi di Gianni Zonin e dei “prestiti baciati”, finanziamenti concessi in cambio della sottoscrizione di capitale. E che non si deve abboccare alle offerte di assistenza che giungono a raffica da studi legali di Milano e Roma. «Con migliaia di situazioni diverse rischiate di svenarvi voi e le vostre famiglie». Ma anche Puschiasis e Ghiotto invitano a respingere le proposte di Viola e Cristiano Carrus (l’ad di Veneto Banca) in attesa di individuare «possibili casi apripista».

 

Chi cavalca la protesta

E ovviamente sul “risparmio tradito” si appuntano le attenzioni del populismo politico, dalla Lega ai Cinque Stelle. Con molte differenze. Il governatore leghista del Veneto Luca Zaia sostiene la fusione; al tempo stesso la Regione ha messo a disposizione degli ex azionisti un fondo di 500 mila euro nel 2016 e altrettanti nel 2017. Il blog di Beppe Grillo pubblica vademecum per eventuali class action, il candidato grillino alla presidenza della regione, Jacopo Berti, ha lanciato l’hashtag #RisparmiatoreInformati!.

 

A lezione di crac

Ma quelli dei palazzetti per ora ostentano diffidenza, «vogliamo le mani libere» dice Ugone. C’è chi sussurra di azioni eccezionali, dal blocco della Tangenziale di Mestre ai trattori schierati sui 50 chilometri della strada regionale 53 che unisce Vicenza a Montebelluna, come ai tempi dei forconi. Nelle parrocchie e nelle palestre si studiano soprattutto i diversi trattamenti di banche finite in crac: «Soprattutto Mps dove il Tesoro offre rimborsi ben più generosi». E la Federconsumatori ha già messo in piedi una “consulta giuridica nazionale”, con alla presidenza Barbara Puschiasis per tentare un coordinamento soprattutto con quelli di Etruria e delle tre altre banche in bail in a fine 2015.

Qualcuno guarda all’indagine giudiziaria sulle due venete, e con più distacco alla commissione parlamentare d’inchiesta. Con scrupolo vengono invece studiate due sentenze. La prima è della Corte suprema americana che nel 2014 ha imposto al governo argentino di pagare integralmente i detentori di Tango bond – fondi speculativi in testa – al di là dei rimborsi concordati in passato. La seconda è della Cassazione, anno 2015, e riguarda l’obbligo di risarcimento ai sottoscrittori di obbligazioni Cirio «non adeguatamente informati«. In entrambi i casi però si tratta di bond. Quelle di Vicenza e Montebelluna sono azioni, cioè capitale di rischio. Finora.

 

[Foto in apertura di Pietro Paolini / Terra Project / Contrasto]

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